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recensioni concerti
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Freak Show - Moving - Crime Stories - Ruby Shade - A Better Place - Pictures
Freak Show
is great. My favorite of Cheap Wine CDs yet. Really energetic
but with a really good variety of sounds and styles. Congratulations to
the band! It's good to keep getting better, that's the idea, isn't it?!
Each CD by Cheap Wine is better
than the last, so I think Freak Show
is your best yet. I'm going to spin it on my radio show at KXCI
This is Cheap Wine’s fifth
album, and as I loved the last so much it was a welcome surprise when
it dropped through the letterbox courtesy of Stone Premonitions. This
Italian four-piece play rock music as it should be played – loud
and snotty, with riffs and solos aplenty and a total disregard for the
niceties of fancy production techniques. From the brilliant cover art
to the great songs, this whole package just cries out to be heard, but
I am just afraid that because they hail from the continent this group
will be overlooked by everyone but the few lucky fans in the know. It
has been three years since their last album ‘Moving’, but
the band sound as good as ever, and with lyrics in English and a distinctly
American rock sound they should really appeal to a very wide audience.
Check out Exploding Underground
or Kenny Bring Me Down to
hear some superb hard rock, or Nothing Left
To Say for a Dylan-influenced ballad. For the title track
they pull out all the stops, from Michele Diamantini’s feedback-drenched
solo to the riff that holds the whole song together - it sums up the band
in one song. Jugglers And Suckers
is good old fashioned rock and roll, hard and heavy with the added bonus
of an organ solo. Evil Ghost
winds thing down with a ballad, but as it is a Cheap Wine
ballad they use the last six minutes of this nine minute epic as a springboard
for one of Diamantini’s best solos, ending this fine album on a
high. It is good to know that there are still bands out there that cherish
the classic rock sound, and Cheap Wine are one of them.
Check out their website at www.cheapwine.net for more info (much of it
in Italian, I am afraid, but there are some English snippets) and samples
from their five albums.
CHEAP WINE - “Freak Show” -
CLASSIC ROCK ALBUM OF THE MONTH APRIL, 2007
Proseguono sulla strada dell'autoproduzione i fieri Cheap Wine
che con Freak
Show brindano ai dieci anni della loro attività.
Hanno iniziato nel 1997 con il mini cd Pictures
e hanno continuato impavidi, incuranti della poca attenzione che il pubblico
e il mondo discografico ufficiale ha riservato loro, cambiando spesso
scenari (dalle strade di Springsteen al Paisley Underground di
Green On Red e Dream Syndicate, dalle ballate di Dylan e Young al rock
urbano tinto di psichedelia) ma tenendo fede ad una idea di rock classico
ed elettrico che è stata apprezzata anche in Europa e negli Stati
Uniti.
E' un po' ritardo rispetto all'inesorabile cadenza biennale che ne aveva
sinora scandito le uscite, ma forse lo si deve al fatto che Freak
Show, per i Cheap Wine, contrassegna
un piccolo quanto significativo assestamento di rotta. Un passo probabilmente
necessario, visto che i precedenti Crime
Stories (2002) e Moving
('04) già sembravano aver detto tutto, e nel migliore dei modi
possibili, circa un rock'n'roll acido e fiammeggiante, roccioso e corrosivo,
che in questi anni il quartetto di Pesaro ha interpretato con un furore,
una passione e una dedizione alla causa quasi certamente estranei alla
maggior parte dei gruppi americani abituati a muoversi sullo stesso tragitto
stilistico. Questo non significa, beninteso, che i ragazzi si siano in
qualche modo ammorbiditi, che le loro canzoni abbiano perso mordente o
che le liriche di Marco Diamantini (perché nessuno gli ha mai detto
quanto è bravo a incastrare rime dotate di senso in un idioma straniero?)
abbiano rinunciato a descrivere con un pizzico di malinconia e una tonnellata
di disincanto le relazioni sentimentali e i desideri di fuga di personaggi
ai margini. Non direi che in Freak
Show (che per altri versi è una ruvida radiografia
di un mondo in preda a un sistema di valori ormai definitivamente corrotto)
i Cheap Wine si siano decisi a battere strade nuove con
l'intenzione di non tornare indietro; sono però convinto ne abbiano
imboccate diverse e con una disposizione d'animo più leggera del
solito. Se hanno voltato pagina, insomma, di sicuro si sono divertiti
a guardare un entrambe le facciate del foglio, perché i nove brani
di Freak
Show provano a mettere da parte la rigorosa coerenza
formale dei loro altri lavori per andare a comporre una scaletta più
ariosa del solito, in cui lo spettro della musica americana viene citato
quasi per intero e senza preoccuparsi di saltare da una fisionomia stilistica
all'altra. Accade infatti che alle classiche esplosioni elettriche delle
iniziali Dance Over Troubles
e Exploding Underground
faccia seguito una Time For Action
inzuppata di soul (notevolissima Marta Graziani ai cori), e che tutta
la prima parte del disco culmini in una Nothing
Left To Say (splendida) che, complice l'organo e l'arrangiamento
"californiano" di Alessandro Castriota, cita apertamente il Dylan di It
Ain't Me, Babe per poi scaraventarlo nel bagno di anfetamine di un finale
a dir poco arroventato. Altrettanto singolare è l'intreccio elettroacustico
della magnifica Naked Kings,
anche se le sorprese più consistenti arrivano dalle pennellate
glam del trittico Kenny Bring Me Down
/ Freak Show / Jugglers
And Suckers, febbricitanti evocazioni di Chuck Berry così
come le intendevano New York Dolls, Heartbreakers o Hanoi Rocks (tutti,
com'è ovvio, istruiti dai Creedence), con la sezione ritmica di
Alessandro Grazioli e Francesco Zanotti a macinare un impressionante volume
di fuoco punk'n'roll e la formidabile chitarra solista di Michele Diamantini
che sanguina le sue rasoiate un po' dappertutto. Terminati i dieci minuti
di Evil Ghost, che riporta
il suono dei Cheap Wine sul mai rinnegato orizzonte epico
degli amati Dream Syndicate, ci sarà qualcuno - ne sono certo -
che non esiterà a definire Freak
Show un'opera tutto sommato "leggera", magari il proverbiale
disco di transizione. Per quanto mi riguarda, invece, ritengo abbiano
semplicemente capito (e me lo conferma il respiro della produzione dello
stesso Michele Diamantini, agli antipodi rispetto al suono saturo e claustrofobico
che aveva caratterizzato la riuscita di Moving
e che qui non avrebbe avuto molto senso) che non è sempre utile
entrare in studio con l'ossessione di dover realizzare l'album definitivo.
Le canzoni di Freak
Show suonano grintose come al solito, ma rispetto
al passato sembrano ancor più naturali e sicure di sé: le
ascolto e le riascolto, e davvero non ho ancora trovato alcun motivo valido
per non definirle le migliori che i Cheap Wine abbiano
mai composto.
Strane creature i Cheap Wine: sono fautori di un rock
che nel nostro paese è a dir poco marginale, almeno in termini
di mercato, eppure non sono dei panda da coccolare. Hanno più le
fattezze di quei mostri che allungano i loro minacciosi tentacoli attraverso
la grafica di questo nuovo cd.
Sono tornati. Questi figliocci fedeli di Green On Red (chi se li ricorda?)
e di The Dream Syndicate sono tornati ancora più elettrici e arrabbiati
che mai.
A distanza di poco più di due anni dall'acclamato (e non stiamo
esagerando) Moving,
i Cheap Wine si insinuano prepotentemente ancora una
volta nei nostri lettori cd. Non sarà stato facile per i quattro
pesaresi rimettersi al lavoro coscienti dei tanti apprezzamenti che aveva
riscosso il lavoro precedente. Eppure i Cheap Wine riescono,
ancora una volta, a sorprenderci.
Attivi da dieci anni e ormai considerati una delle realtà più
consolidate del rock indipendente italiano, i Cheap Wine
giungono con Freak
Show al sesto album.
Dopo aver raccontato le storie del crimine (Crime
Stories, 2002) e cercato di catturare il movimento
attraverso fotografie di rock elettrico e acustico (Moving,
2004), tornano i pesaresi Cheap Wine con un nuovo disco
che cerca di illustrarci il nostro folle e decadente mondo oramai giunto
alla deriva.
Accostarsi a una produzione dei Cheap Wine significa
misurarsi con un immaginario musicale che trae linfa vitale dal lato più
selvaggio del rock'n'roll, quello legato all'hard americano, al riff uncinante,
alle cavalcate inarrestabili a base di overdrive e vibrare di pelli.
Esempio tenace di energie e abilità al servizio dell'autoproduzione,
i Cheap Wine onorano i loro primi dieci anni con un disco
che in qualche modo spezza gli equilibri delle loro precedenti uscite,
cariche di un bellissimo guitar-rock americano che però aveva finito
per livellarsi, mostrando il proprio diritto a sentirsi nuovamente giovane
e piacente. Freak
Show è dunque il lettino da chirurgo plastico
su cui i fratelli Diamantini hanno adagiato il loro suono per ritoccarlo.
Ecco quindi la voce di Marta Graziani che dopa Time
For Action portandola su quote quasi Bellrays e le chitarre
tracimare nel glam di Kenny,
Freak Show (con echi dei
tardi Boohoos) e Jugglers And Suckers.
Tutt'intorno, il solito sfavillare di corde e tasti d'avorio, a dipingere
altri capolavori come Naked Kings
e Evil Ghost, più
vicini al suono roots che ha garantito loro stima e rispetto per un decennio.
Dieci anni fa i Cheap Wine iniziavano la loro avventura
fatta di sudore, chilometri e chitarre elettriche.
Finalmente sono tornati i Cheap Wine, questa volta con
un rock macinasassi, più che determinati che mai.
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Hey Cheap Wine! Congratulations on your
latest CD. I really dig the way each of your records shows an evolution
and change from the previous one. I was shocked and delighted by the opening
track (have you been listening to the Grateful Dead?) and then was thrown
a curveball by each of the songs after that. Nice production, wild guitar,
emotional lyrics--it's all there. Good luck!
This CD came with no information, so I put it in
the player not knowing quite what to expect. The opening track "I
Can Fly Away" is an acoustic folk-rock offering, with harmony
vocals and an early 70's feel to it. Quite nice, I thought, and waited
for track two - which proceeded to blow my head away. From 'Move Along'
onward the music changes to absolutely top notch hard rock, nothing at
all like that misleading first song. The band come from Italy, and comprise
the Diamantini brothers Marco and Michele, alongside Francesco Zanotti
and Alessandro Grazioli. All of the songs on here are written by the Diamantinis,
with the exception of a superb cover of Dylan's "One More Cup
Of Coffee", where they strip it down to its basics and then
build it up and stretch it out to eight minutes of classic guitar rock.
"Snakes" is pure Americana, with a spectral harmonica
adding to the atmosphere of the chorus, and is topped off with a great
guitar solo. Although Italian, the overwhelming influence here seems to
be Green On Red and other bands at the harder end of the Paisley Underground
movement, while "The Wheels Are On Fire" and "Haze
All Down The Line" bring Zep and Hendrix to the mix, with
pounding riffs and some excellent wah-wah guitar. They end the album with
the eleven-minute "Fade Out", giving the Diamantini's
the opportunity to showcase their superb guitar skills, and the whole
band to finish on a high. A great new group, who have produced an album
which encompasses all the best elements of your favourite classic hard
rock bands. If you want to hear what Italy currently has to offer then
check them out!
Italy's Cheap Wine's fifth CD is fascinating
collection of music ranging from retro folk to powerful modern rock and
alt singer/songwriter. The folksy "I Can Fly Away"
has sweet vocal harmonies in the CSNY vein. "Move Along"
shakes your soul with a furious guitar punch. "Snakes"
begins with a slightly twisted acoustic passage, before the dramatic but
edgy guitar snarl ensues. Fresh music and excellent musicianship prove
that this act deserves more worldwide notice.
I am totally blown away by your version of Dylan's
"One More Cup of Coffee" on the new record. To
me, it's the best cover version of the song that I've ever heard... even
better than Robert Plant's recent studio version.
Cheap Wine is the hardest working band in
Italy. For five years and five albums they successfully conduct their
rock'n'roll career from Pesaro, a small Italian port on Adriatic Sea.
With each album Cheap Wine approach heart of rock'n'roll closer
and closer. If their first ep was an interesting exercise in genre, and
if their previous album Crime Stories was a nostalgic
Si pensava che Crime Stories fosse
l'apice della loro produzione discografica e invece i pesaresi Cheap
Wine sono riusciti a fare di meglio. Moving
è il terrificante e straordinario nuovo disco basato sul concept
del viaggio. Una prassi ormai collaudata, se il crimine e i suoi risvolti
psicologici erano l'idea-concetto di Crime Stories,
il viaggio è il motivo trainante di Moving,
una spinta verso quei sogni e quelle illusioni che hanno alimentato fughe,
movimenti, (s)confìni, strade, allucinazioni, furgoni e addii nel
rock n'roll.
Difficile, davvero difficile, non subire il fascino dei Cheap Wine.
Per tanti motivi, tutti validissimi: si autoproducono in modo professionale,
si danno molto da fare per promuovere al meglio la loro musica in Italia
e all'estero ma non cercano di imporre la loro presenza, se ne strasbattono
di non essere trendy, non leccano culi... e, soprattutto, suonano alla
grande, come ben pochi hanno fatto prima - almeno nell'ambito dello stile
che da sempre frequentano, quello del rock di scuola americana - nella
nostra Penisola.
I Cheap Wine tornano sul mercato con un compito difficile: quello
di dare un seguito a quel capolavoro di rock prodotto in Italia che è
Crime Stories uscito nel 2002.
Non so se vi siete mai arrovellati nella ricerca della musica ideale
per i vostri viaggi. Non so se avete mai sentito il bisogno di trovare
la canzone perfetta per voi, la vostra auto, la strada che vi state lasciando
alle spalle e quella che ancora vi separa dalla vostra meta (sempre che
ce ne debba essere una).
Impossibile parlare di attitudine indipendente in Italia senza tirare
in ballo i Cheap Wine. Esemplare, in tal senso, il percorso
dei quattro marchigiani che, dopo un primo EP targato Toast (“Pictures”,
1997), hanno sempre perseguito la strada dell’autoproduzione, mantenendo
così il completo controllo su ogni aspetto della loro vicenda musicale.
Discorso che, naturalmente, si ripropone per il loro quarto album, Moving,
sorta di concept incentrato sul tema del viaggio.
Rimango meravigliato sempre più ad ogni uscita discografica dei
Cheap Wine. Ricordo ancora il giorno in cui acquistai il loro primo
mini Pictures in un compianto negozio
di dischi di Rimini (New Note) e da allora con immutato affetto seguo
la formazione pesarese passo dopo passo.
E' facile intuire come finirà il novanta per cento delle recensioni
e dei commenti a Moving dei Cheap
Wine: si meriterebbero di più. Invece no: si meritano questo
disco, così come ce lo meritiamo noi, punto e a capo. Intuire il
senso di questo passaggio non vuol dire soltanto capire l'intima essenza
di Moving (che è uno splendido
disco), ma anche percepire le radici primordiali del rock'n'roll e la
sua ultima libertà.
Moving è un verbo molto rock,
che lo si intenda come un movimento dettato dalla musica o come uno spostamento,
una fuga.
Incentrato sulla tematica del viaggio, nel suo esser sinonimo di libertà
ed indipendenza, questo quinto disco dei marchigiani Cheap Wine
è la conferma della solidità e della maturità raggiunta
da questo gruppo, ammirevole per la coerenza con cui da anni ormai segue
il suo percorso, incurante di mode e tendenze che girano intorno. Fare
del rock di stampo americano in Italia è sempre stato difficile,
per la difficoltà di scrollarsi i riferimenti ai padrini del genere
e raggiungere una cifra stilistica personale.
Intraprendere un viaggio per allontanarsi dal presente, per ribellarsi
al passato, per fuggire senza meta, questo è il leit motiv di Moving,
ultimo ottimo disco dei Cheap Wine, una della band più interessanti
della scena alternative italiana.
Ne hanno fatta di strada i Cheap Wine: attivi sin dal 1997, giungono
ora con questo Moving al quinto capitolo
della loro discografia.
I Cheap Wine, mai paghi di stupirci con effetti speciali, ci offrono
nuovamente un prodotto di classe cristallina dopo il già stupendo
Crime Stories. Un disco di viaggio,
stradaiolo, lungo highways assolate e semidesertiche, musica ideale per
lungi tragitti; in primo piano le chitarre dei fantastici Diamantini,
gli autori più eclettici e "americani" della nostra penisola.
Quarto full-lenght per i Cheap wine, formazione poco nota al grande
pubblico italiano ma che nel
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"Crime Stories"
sounds great! Very ROCKING and some very cool guitar work. Glad to see
you're still making good music.
Keeps getting better all the time. And i really
dig that artwork. Lots a talent in the Cheap Wine camp. Even after a
2,000 mile drive I can dig it.
I like it very much, the "crime" theme
is cool.
This record is a very great record that will
get much airplay on my internet radio station, one of the nets largest
classic
Cheap Wine number four is out. The album is called
Crime Stories. It's a loose concept album about crime and punishment.
It's a rock album so it's far less ambitious than Dostoyevski. Still,
this album brings a lot of thrills for people who appreciate rock'n'roll.
The scene is set with two irresistable rockers, Dream Seller
and Coming Breakdown. Storytelling talents of Marco Diamantini
perhaps shine even brighter than before. The music is still under a
heavy influence of brilliant american songwriters such as Steve Wynn
and Lou Reed (hear Scatterbrain!). But the influence is
far from being overbearing. Actually, band carries those influences
with pride and it's almost as if those famous people give creative wings
and quality to this band. Album's central point is the lengthy work
entitled Temptation in which Marco's brother Michele adds
some really dense and psychedelic musical texture to somewhat minimalist
Marco's lyrics.
Hellishly classy album - traces of The Stones,
Nick Cave and the band's own brand of full on rock. I 'think' the band
hail from Italy, but the feel and mood of the album isn't. The booklet
that comes with the cd is almost a work of art. Each songs has it's
own cartoon (Manga style, or like The Gorillaz) with lyrics in English
and underneath in Italian (I think!). It's quite surprising how much
variety the band allow - we go from straight ahead rock (Scatterbrain)
to the Nick Cave/Stones kinda style of Murderer Song.
As the album's title suggests, the amount of violence, or allusion to,
is pretty strong, but they don't half write some damn catchy songs.
Twelve in all, with definite stand outs being Murderer Song,
Tryin' To Lend A Hand, Temptation and Dream
Seller. Know bugger all about the band, but you can trust me
on this, that if you like well defined rock, cracking production and
an all round smart little package, then try and find out more via the
web. Don't be put off by the amount of web sites you'll get selling
cheap wine, though! Persist.
Al quarto disco i Cheap Wine scelgono la strada del concept
album. Dopo l'ottimo impatto suscitato da Ruby
Shade anche in terra americana, il quartetto pesarese mette
a frutto il miglior lavoro della propria produzione ideando una sorta
di viaggio nel mondo del crimine inteso in senso lato. Crimine come
trasgressione di una regola precostituita, come mancato rispetto verso
se stessi e le proprie aspirazioni, come realizzazione di "ciò
che non si dovrebbe fare".
E' con orgoglio che ospito su queste colonne il terzo album full-length
dei pesaresi Cheap Wine, una band che
I Cheap Wine sono un gruppo rigoroso. Fedeli alla linea del
rock 'n'roll che perseguono fin dagli
I Cheap Wine sono: Marco Diamantini (voce e chitarre), Michele
Diamantini (voci e chitarre), Alessandro Grazioli
Non lasciatevi ingannare dalla parola autoproduzione. Dietro di essa
non si nasconde il solito CDr più o meno ben
Indipendenti, coraggiosi e persino po' incoscienti, i Cheap Wine
cominciano a fare sul serio: "Pictures"
e "A Better Place" avevano
sparso la voce, "Ruby Shade"
era stato un piccola rivelazione, raccogliendo consensi pressocchè
unanimi, "Crime Stories"
prosegue un'avventura che inizia a reclamare il suo spazio vitale. Assaporandola
corposa produzione di Alessandro Castriota si intuisce perchè
le majors non riescano più ad accettare un disco rock, così
come la cura estrema del booklet (con i simpaticissimi disegni del batterista
Francesco Zanotti e l'inclusione di tutti i testi tradotti) è
sintomo di un profondo rispetto verso il loro pubblico. Insomma, i Cheap
Wine non sono affatto delle comparse e non hanno voglia di passare
inosservati. La vera differenza però la fanno sempre le canzoni
di Marco Diamantini (questa volta rapite dalle oscure trame del crimine)
così come l'energia bruciante che traspare dalle note del nuovo
lavoro: "Crime Stories"
coglie ancora una volta, forse anche meglio di "Ruby
Shade", l'impatto devastante del gruppo, avvicinandosi
fedelmente al tiro micidiale dei loro live shows. Musicalmente non si
allontana invece dalle certezze del passato, cercando piuttosto di scavare
nel loro sound e nelle loro radici, anzichè ampliarle. Esempi
di questa ricerca in profondità sono la vibrante apertura di
Dream Seller, in cui il piano boogie di Castriota affianca
l'arsenale di chitarre di Michele Diamantini, finendo dritto nelle braccia
degli amati Green on Red; il violino di Alessandra Franceschetti in
Behind The Bars, western ballad di grande fascino; la
magnificenza di Looking For a Crime, ballata sognante
alla Steve Wynn, che scoppia in un finale visionario. "Crime
Stories" apparirà meno sorpredente e spiazzante
alle orecchie dei vecchi adepti, occupato semmai a ribadire le coordinate
di un rock'n'roll spesso e volentieri imparentato con l'hard-rock più
nobile (Coming Breakdown, Reckless), estremamente
crudo e psichedelico (le tormentate convulsioni di Temptation
ed una Castaway per cui Dan Stuart andrebbe fiero), altre
volte rapito da un romanticismo in forma di ballata folk-rock (Murderer
Song, Tryin' To Lend a Hand). Come in tutti i
migliori dischi di rock'n'roll: ad una dolce carezza segue sempre un
duro pugno nello stomaco.
I Cheap Wine ormai sono liberi di fare quello che vogliono ,
anzi a dire il vero lo sono sempre stati. Unico esempio in Italia di
band che segue da sola tutti gli aspetti possibili e immaginabili che
stanno dietro alla produzione e alla distribuzione di un disco , in
più è conosciutissima all'estero con svariate programmazioni
in emittenti radiofoniche, pur non avendo dietro un'etichetta
I Cheap Wine rappresentano un caso davvero a parte nella musica
italiana. Cantando rigorosamente in inglese,
Incredibile solo a pensarci qualche anno fa, i Cheap Wine tengono
fede alla loro "promessa" e pubblicano il terzo disco autoprodotto
dopo la prima breve apparizione su Toast records. Difficile da credere,
dicevamo, visto e considerato che l'autoproduzione troppo spesso considerata
una necessità piuttosto che una "scelta". I quatto
pesaresi, invece, ne hanno fatto (giustamente!) una "conditio sine
qua non" per poter continuare a pubblicare le loro opere senza
interferenza alcuna in nessuna fase produttiva. Tanto che finora, visto
e considerato anche il grado di rischio (decisamente prossimo allo zero)
dei discografici italiani, hanno avuto ragione, costruendo così
pian piano uno zoccolo duro di fan e appassionati vari che ad ogni uscita
tributa un piccolo successo ai marchigiani. Non nasca però l'equivoco
da queste affermazioni relative al "self-made" per confondere
la musica con tutto ciò che è extra rispetto a questa.
Perchè se Marco Diamantini & co. hanno saputo anche gestire gli
aspetti "commerciali", in primis hanno sempre dimostrato di
essere musicisti ispirati e dotati di talento. Magari si obietterà
che il genere in cui credono fermamente - e fortemente! - non sia più
abbastanza "cool" da spingervi all'acquisto, ma di fatto le
12 canzoni di Crime Stories servono,
se possibile, a ribadire che qui "si fa sul serio".
Crime Stories è il quarto
capitolo del percorso artistico dei Cheap Wine. Gli Usa del quartetto
di Pesaro sono quelli del rock'n'roll sanguigno ed evocativo, ibridato
con la psichedelia meno contorta, in un tripudio di chitarre incisive
tanto nell'accarezzare (ad esempio Looking For A Crime,
I Like Your Smell, Tryin' To Lend A Hand
o la rarefatta e dolente Murderer Song, che non
avrebbe sfigurato nel mitico "Medicine Show") quanto nell'imbastire
trame inquietanti (Temptation) o nell'assestare salutari
ceffoni (Coming Breakdown, Reckless,
Waitin' For A Fight o quella Dream Seller
che, complici anche le tastiere, sembra rubata a "Gravity
Talks"). I Cheap Wine, comunque, sanno ormai andare ben
al di là dell'omaggio alle loro pur evidenti influenze, concependo
un suono - e soprattutto canzoni, nel senso più nobile del termine
- di notevole equilibrio ed impatto, dove la tradizione non è
un limite, ma un inesauribile serbatoio di linfa vitale. Chi si trovi
in sintonia con tale approccio, attitudinale e stilistico, si accosti
pure al cd - a proposito: molto belli i disegni che lo adornano, opera
del batterista Francesco Zanotti - con la certezza di non incorrere
in delusioni.
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"Ruby Shade is a very
cool/agressive record. Band sounds rocking".
"Ruby Shade sounds great.
I notice a little more of a late-70s punk influence (particularly the
Buzzcocks) and that's a nice mixture with your older sound. Congratulations".
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"Ruby Shade is very excellent, as usual. I really like the more uptempo rockin' songs. I think it's a step up from your last one". [AL PERRY ] |
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Leave it up to a bunch of hard rockin'
cats from none other than Italy to prove that you can still lay into simple,
straight ahead rock and roll with nothing but a passion for its energy
and spirit. No frills here, just guitars, slightly accented vocals, and
some pretty damn good songs. Start with Angel, then the
Ian Hunter-esque title tune, and let the rest all slide on down like a
cold beer.
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Du rock'n'roll enivrant Peu de
groupes europens ont russi galer les idoles du Rock'n Roll d'outre-ocan
ce point comme les Cheap Wine, une formation de Pesaro, Italie. Leur
rcente publication tient bien plus de promesses que le nom du groupe
le laisserait imaginer... En effet "Ruby Shade" est un concentr
de rock pur, consommer sans modration aucune, dmontrant le grand
talent du groupe autour des fréres Diamantini qui se concrtise
autant dans de belles ballades acoustiques que dans des morceaux rock
dchains, aux rhythmes captivants. Bien qu'on devine aisment les rfrences
musicales du quartett (ne citons que Steve Wynn, Led Zeppelin, les Black
Crowes, Lou Reed...) les Cheap Wine se rèvélent
capables d'aller bien au-dl d'une simple imitation des lgendes amricaines.
Les textes, en anglais, avec traduction italienne l'intrieur du booklet,
racontent les histoires typiques du rock amricain des annes '70, avec
le rve de la libert absolue en premire affiche. Voil donc un album
d'un groupe mergeant conseiller absolument aux passionns du Rock'n
Roll! |
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The best song is Angel,
and it starts up an hour's worth of dark-rooted rock/pop that often
skirts the waters of Roger Waters and all things rock-funky. The ending
Mary swirls and looms up into the darkness for over 10 minutes,
making you think you're drowning in another country when there are no
tourists around to help you. This 4-strong band is from Italy, and it's
amazing how well they'd fit into the USA, given a fifth of a chance.
Not to harp on it, but Angel really rocks, and it ain't
church music. 'I can fly / I can hover in the sky / Feelin' wild
like an eagle dancing high / I can't stop now baby, I don't wanna go
back to the ground / I like to be out of my head / I'm crossing the
line' but if you only speak Italian, don't worry. Every cd page
gives you the English and the Italian both. Makes you feel part of a
great import that way, eh? Wild guitar marks the entrance of Devil's
On My Side, spruced up with hot drums and bass that actually directs
you there. 'I broke away / from that jail last night / I killed the
jailer / wiped out the wall and now I feel alright'. Do they mean
wiped out or wiped off? You won't much care when the rock takes you.
Fun, grave dancing music that isn't afraid to wake the dead drunk. Rock,
or the hard stuff. But every once in a while they'll calm a minute,
like to give the electrically acoustic Crazy Hurricane
a chance to burn itself out. As if sung by a guy in the basement keeping
his insane self amused while the storm thrashes outside. 'The sun
was fadin' out / the wind was fallin' down / a sudden wave of silence
breakin' all the noise around / You sat down for a while / you looked
up to the sky / you saw a crazy hurricane comin' up from nothing'
and eventually the pent up emotions, guitar and pissed-beat drums dredge
up out of the water and try to electrify. Not quite in the direction
of Kiss. More like the alley behind the bar, not afraid to go in, just
finding more to shout against out here in the thunder and rain. |
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L'inizio è davvero entusiasmante, Angel
è una canzone fresca, cantata con leggerezza e suonata con uno
svolazzante gioco di chitarre e ritmo. E' il brano che fotografa al meglio
le possibilità dei Cheap Wine, una delle più interessanti
formazioni di quel rock italiano cantato (ancora) in inglese divenuto
una specie di panda in via di estinzione. Avevano debuttato due anni fa
con "A Better Place" ma i miglioramenti
avvenuti sono evidenti. "Ruby Shade"
è un netto balzo in avanti sia dal punto di vista della musica
che della produzione. I fratelli Marco (voce e chitarra) e Michele (chitarra
solista) Diamantini, più il batterista Francesco Zanotti ed il
bassista Alessandro Grazioli sono un quartetto ad alto tenore di rock
elettrico, che stilisticamente spazia dai Green on Red ai Dream Syndicate,
da Steve Wynn ai Del Fuegos, elargendo un rock urbano con complicità
cantautorali dove il suono duro e crudo della band lascia spazio talvolta
agli intro della chitarra acustica e agli intermezzi di un'armonica che
insieme dettano le coordinate di quella ballata di cui non è difficile
rintracciare l'origine nella East-coast americana. Emblematica di quella
vocazione "songwriter" è proprio la title track dell'album,
Ruby shade una bella ballata che evidenzia la maturità
di scrittura di Marco Diamantini e la finezza chitarristica del fratello
Michele che in questo brano lascia da parte le sue eccitanti cavalcate
con la Gibson, via di mezzo tra rasoiate hard e qualcosa di più
sottilmente psichedelico (alla Karl Precoda, per intenderci) e ci infila
un arpeggio acustico di vago sapore flamenco che fa presagire più
ampi orizzonti musicali. In questo brano, come nell'iniziale Angel,
in So Far Away ed in Easy Joe, al quartetto
si aggiunge l'hammond di Alessandro Castriota che contribuisce al lirismo
dei brani, aggiungendo una certa solennità e offrendo quell'alternativa
necessaria per evitare dischi monotematici e vincolati ad un unico standard. |
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"Chitarre assassine e ritmiche travolgenti. Ballate
acustiche e viaggi psichedelici. Questi gli eccitanti ingredienti di "Ruby
Shade", terza prova discografica dei Cheap Wine,
dopo il mini cd "Pictures" (1997)
e l'album "A Better Place" che tra
il 1998 e il 1999 li ha imposti all'attenzione della stampa e del pubblico
non solo in Italia. "Ruby shade" è una sferzata di potentissimo
rock'n'roll, trascinato dalla chitarra straordinaria di Michele Diamantini
e da una sezione ritmica granitica (Alessandro Grazioli e Francesco Zanotti)
che conferisce ad ogni pezzo una incredibile energia. In questo ambito,
la voce di Marco Diamantini - aspra e suadente, potente e delicata allo
stesso tempo e sempre estremamente espressiva - diventa il veicolo di
emozioni forti, non soltanto uditive: bellissimi i testi, riportati con
traduzione nel lussuoso booklet del cd. Un suono così in Italia
non si era mai ascoltato e i Cheap Wine si dimostrano all'altezza delle
migliori rock band americane. L'apertura di Angel è
solare, con chitarre aperte e avvolgenti, Bad Guy
e Devil's On My Side hanno chitarre polverose e ritmo
indiavolato: impossibile restare fermi di fronte a tanto fuoco, il piedino
comincia a battere il ritmo per conto suo. Ruby Shade
è una splendida, lentissima ballata che ti trasporta nel deserto
della Death Valley, con un'armonica onirica un assolo di chitarra acustica
da sogno. Dead City è un urlo di rabbia, Crazy
Hurricane un vero uragano di energia. A Blaze In
The Dark ha il il mood delle più sofferte ballate di Springsteen,
Easy Joe e So Far Away incantano con quelle
chitarre acustiche intrise di tensione e quella voce così ammaliante.
Break It Down è un'esplosione di potenza e furore, con
Led Zeppelin e Black Crowes nel sangue. Set Up A Rock'n'Roll Band
vi trascinerà in una danza sfrenata, con quell'incedere incalzante
e quella sporca cadenza che piace tanto ai Rolling Stones. L'album si
chiude con Mary, notturna e desertica, un autentico
gioiello incorniciato da un assolo di chitarra strabiliante e assolutamente
unico. "Ruby Shade"
è un capolavoro e una pietra miliare per il rock italiano che con
questo disco per la prima volta si pone all'altezza delle migliori produzioni
americane: se avete il rock'n'roll nel cuore non potete fare a meno di
"Ruby Shade". |
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Dopo il mini cd "Pictures"
(1997) e l'album "A Better Place"
(1998) eccoci alla terza prova discografica di questa validissima formazione
di Pesaro. La band capitanata da Marco Diamantini (chitarra ritmica, armonica
e voce) vede il fratello Michele "Roccia" Diamantini alla chitarra solista,
slide e cori mentre completano il gruppo la sezione ritmica con Alessandro
Grazioli al basso e Francesco Zanotti alla batteria. "Ruby
Shade" contiene ben dodici canzoni scritte interamente
dalla band e quindi nessuna cover. I Cheap Wine sono una delle
realtà di quel rock elettrico che infiamma il nostro Paese, uno
di quei gruppi del panorama del rock italiano cantato ancora però
in inglese. Pescano la loro versatilità e il gusto per la musica
rock americana che ha le sue origini nel Paisley Underground dei Green
On Red di Dan Stuart, Del Fuegos e i Dream Syndicate di Steve Wynn. La
band in questi ultimi tre anni è sicuramente migliorata ed ora
le composizioni e il loro sound si sono rinvigorite e risultano ancora
più originali. Splendida l'iniziale Angel con il
gioco delle chitarre in evidenza e l'armonica da cantautore. Bad
Guy ha il suono duro e crudo della hard rock band ma la giusta
musicalità dei gruppi californiani. Curiosa Set Up A Rock'n'Roll
Band, elucubrazioni di un giovane che forma un gruppo rock: c'è
lui solo, la sua chitarra e i suoi pensieri folli. Break
It Down affonda le radici in certo southern-rock
ma la via musicale è ancora quella dei Green On Red, dei Dream
Syndicate e dei True West. |
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Le finestre dei fratelli Diamantini danno sull'America e
si affacciano su quelle stesse strade che hanno visto sfrecciare le auto
di Lou Reed, Steve Wynn, Chuck Prophet e Jefl Tweedy. Grande come di consueto
il gioco delle chitarre: sfavillanti, energiche, superelettriche quando
si allungano fendendo l'aria col vigore delle migliori r'n'r bands degli
ultimi trent'anni di Storia Americana (Devil's On My Side,
il crescendo tellurico di Crazy Hurricane, Break It
Down, Set Up A Rock'n'Roll Band) ma capaci
anche di piegarsi al morbido, scivoloso giaco di mille slides (So
Far Away, distesa su un tappeto di bottlenecks come le migliori
ballads dei Green on Red o dei grandi, misconosciuti CafeCino, lo sfibrante,
estenuante languore che avvolge i movimenti alla codeina di Mary),
con una naturalezza che "A better place"
ci aveva già rivelato e che adesso trova compimento pieno e calibrato.
Qualcuno tirerà fuori il solito abusato aggettivo: derivativi.
Ecco, lasciateli cuocere nel loro brodo e tenetevi stretta quest'America,
ancora un po' romantica e viandante, con grandi cose da difendere e moltissime
altre da conquistare, con le sue miserie. Altrettanto grandi come le nostre.
Il rock sta dove sta il cuore, scrissi una volta. E torno a riscriverlo.
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Finalmente possiamo andare fieri di avere anche noi la nostra
terribile coppia di fratelli del rock'n'roll: è giunto infatti
il momento di innalzare le lodi della famiglia Diamantini (Marco e Michele),
che in compagnia del basso di Alessandro Grazioli e la batteria di Francesco
Zanotti sono l'anima pulsante dei Cheap Wine, una certezza irrinunciabile
per il presente del rock italiano e si spera una colonna portante per
quello futuro. Se le parole spese vi sembrano esagerate o fin troppo banali
e propagandistiche, è forse il caso di mettere in luce tutto il
valore di un disco come "Ruby Shade",
terza prova del gruppo pesarese, dopo l'interessante esordio di "Pictures"
e la splendida conferma con "A better place". Le coordinate sonore
dei Cheap Wine non sono cambiate per nulla, ma l'impatto è
ancora più convincente: un sound corposo, compatto, che cattura
tutta la vigorosa energia della band, dando maggiore forma però
alle canzoni, con arrangiamenti e produzione senza sbavature. Quello che
colpisce è soprattutto l'elevata qualità dei brani, quasi
settanta minuti di artiglieria rock di prima classe, senza cedimenti o
indecisioni. Suono unitario certo, ma non monolitico, perchè agli
indiscutibili "pruriti" rock'n'roll del gruppo si aggiungono una sensibilità
spiccata per ballate dal timbro urbano, arricchite dall'organo di Alessandro
Castriota, fornendo quindi una ricetta varia e stimolante. Se l'apertura
di Angel fa pensare subito alla migliore tradizione
stradaiola americana, qualcosa sospeso a metà fra Springsteen,
Mellencamp e il nuovo roots rock provinciale, Bad Guy porta
in superficie le radici punk del gruppo, accompagnate però da una
sensibilità tale della materia rock, che può solo rimandare
alla grande e seminale stagione dei Dream Syndicate. Fuoco e fiamme anche
nella tiratissima Devil's On My Side, nell'arcigna Dead
City e nella gemella Break It Down, in cui semplicità,
aggressività e chiarezza d'intenti fanno muovere a pieni giri il
motore dei Cheap Wine. Di ballate quali la stessa title track o
So Far Away si sono in qualche modo già anticipati
i contenuti: ci sono soprattutto passione ed un grande rispetto verso
la classicità del rock, qualità sempre più rara di
questi tempi e troppo spesso liquidata con un superficiale giudizio di
"derivazione". La voce di Marco Diamantini si inserisce alla perfezione
nel muro di chitarre fragorose (tra punk, tirate hard e suggestioni sudiste)
del fratello Michele, "ruba" la timbrica e le sfumature a Steve Wynn e
tutto il gruppo ripercorre la via aperta dal Paisley Underground nella
splendida Crazy Hurricane, o nella tensione latente della
slide di A Blaze In The Dark. Set Up A Rock'n'Roll
Band sembra scritta apposta per farti venire una voglia matta
di maltrattare la tua chitarra (personalmente è quello che ho fatto),
Easy Joe viaggia sul border con un forte sapore western
tra le righe e Mary dà la buona notte con visioni
desertiche e psichedelia, pagando ancora una volta il sentito tributo
alla venerata coppia Wynn-Stuart. Una della uscite rock più entusiasmanti
dell'anno in corso, e non mi sto riferendo ad una ristretta visione nazionale. |
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Faccio veramente fatica a trovare le parole per recensire
il terzo lavoro dei Cheap Wine: non c'è nessun motivo particolare
che 'soffoca' la mia scrittura, o forse ce n'è uno che è
talmente imponente da bloccare le dita sulla tastiera. "Ruby shade"
è così fottutamente rock'n'roll tanto da essere intaccabile,
anche solo per decifrare quei pochi passaggi utili per portare a termine
una recensione degna di questo nome. Insomma il classico caso in cui sei
pienamente cosciente che le parole da usare non potranno mai rendere quelle
sensazioni che ti dà il disco - disco che, fra l'altro, cresce
alla distanza, cioè più lo macini e più lo gusti,
perché le chitarre di Michele scivolano via che è una bellezza,
assieme alla voce dell'instancabile Marco e ad una sezione ritmica granitica.
Eppure dopo uno splendida seconda prova qual era stata
"A Better Place", avrei avuto difficoltà a pensare
questi quattro ragazzi così in forma, non perché dubitassi
dei loro pregi, bensì perché ritenevo fosse veramente una
'mission impossible' anche solo eguagliare il capolavoro che ha preceduto
il nuovo genito. E invece "Ruby
Shade" è un capolavoro, suona (come previsto)
ancora fottutamente Cheap Wine (anche nei testi!) e non stanca
mai, al punto da pensare che le melodie contenute in esso siano perfettamente
bilanciate tra ballate e pezzi rock, sfuriate elettriche e chitarre acustiche.
Adesso non vi aspetterete mica che cominci ad elencarvi le canzoni migliori?
Come avete intuito è questa la 'missione impossibile', individuare
cioè delle tracce 'chiave' in un disco tanto perfetto dal punto
di vista formale quanto bello da godere ovunque voi siate - con il consiglio,
però, di portarvelo spesso in macchina. Per il resto, sì...
"it's only rock'n'roll", ma robe del genere accadono solo in rarissime
occasioni: una di queste è quando esce un disco dei Cheap Wine! |
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I Cheap Wine continuano ad intessere melodie prese
lontano dalle nostre lande. Dopo un mini e un cd autoprodotto. "Ruby
Shade" fotografa l'orgoglio elettrico di una band che
non rinuncia a cantare in inglese, a proporre lunghe ballate sull'asse
Green On Red-Dream Syndicate-Neil Young, senza attardarsi in ossequi inutili,
ma puntando di più ad un vigore espressivo e compositivo totalmente
personale. La penna di Marco Diamantini scintilla e firma alcuni dei più
bei pezzi del repertorio: l'apertura solare e lirica di Angel,
le asprezze impolverate di Bad Guy
e Dead City, il mood chiaroscurale
di So Far Away, le tinte struggenti
della title-track, lo sviluppo avvolgente di Crazy
Hurricane, le visioni di Easy
Joe e così via. Suoni di una frontiera universale,
dove la voce di Marco e la chitarra del fratello Michele si librano senza
troppe preoccupazioni, lasciando ad altri infelici gli obblighi di stabilire
originalità e riferimenti, magari di criticare la scelta della
lingua (ogni pezzo è comunque tradotto). Noi preferiamo elogiare
uno degli album più viscerali ed intensi usciti quest'anno, sorretto
da un buon songwriting e dalla consapevolezza di stare facendo la musica
"giusta", almeno per quella che è la sensibilità artistica
del gruppo pesarese. Maggiormente incline, rispetto al passato, a suggestioni
southern ed a toni ruvidi, "Ruby
Shade" fotografa una maturità artistica che dovrebbe
essere assolutamente premiata da un pubblico più vasto dei soliti
tre/quattro lettori di rubriche specializzate. Non mancate il contatto. |
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It sounds great, you should be proud of this album.
You wear your influences proudly and still show so much of your own personality.
Well done...
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Your record is great. I love all
that sorta stuff. You guys have got it!
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You guys are really rockin' on this one. I like
that song "Broken dream"
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I don't speak Italian, and I can't
read Italian, so whatever was in the press kit that I received from Cheap
Wine is a mystery to me. What's crystal clear, however, is that rock
and roll knows no geographic boundaries. How a band from Italy comes out
sounding like The Sidewinders and Green On Red crossed with classic-era
Stones isn't important, the fact that they do is what matters. The GOR
references are everywhere - the band's name comes from a Dan Stuart song
(covered on their CD "A Better Place") and both guitar
players have obviously listened to a lot of lyrical players like Chuck
Prophet. Walkin' Away, available on MP3, finds the quartet
sailing out of the gate with a drum-propelled rocker that features harmonic
guitar lines from Marco and Michele Diamantini; Rich Hopkins fans will
do double-takes. A Better Place and Dark Angels explore
the acoustically darker, Cowboy Junkies play "Sweet Jane" area of the
aural soundscape. The vocals are sung in English and Marco does not have
a strong or classic voice, but he conveys emotion that matches well with
the material. As a testament to good taste, they list their favorite bands
on the "thank you" page of the CD booklet, and if your record collection
were limited to those artists, you'd be in good hands. Repeated plays
only endear me further. |
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Cheap Wine expertly
combines Lou Reed, Replacements-style guitar rock rock, along with an
inclination for letting the songs move and feeling the groove as it
intensifies. Wow! Brothers Marco Diamantini (vocals, guitar) and Michele
Diamantini (guitars), with Francesco Zanotti (drums), Alessandro Grazioli
(bass) are the kind of band you want to surround yourself in. Even the
lazy, wandering drawls that Marco breathes into the mic are loaded with
frenetic forethought as Michelle's guitar weaves beautifully seductive
only to blister and flare. Man, this where you'll find it if you think
you lost it; and where you'll get it if you haven't got it.
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Un disco di rock'n'roll sanguigno, energico, chitarristico
e che non lascia dubbi sulla qualità della band: in "A
Better Place" è condensato il suono nato da una lista
di nomi (riportata nell'elegante booklet) che comincia con la A di Ac/Dc
e finisce con la Z del mai dimenticato e grandissimo Warren Zevon. l
fratelli Marco e Michele Diamantini (alle chitarre), Francesco Zanotti
(batteria) e Alessandro Grazioli (basso) hanno le idee chiare e un bel
sessanta per cento di "A Better Place"
è artiglieria rock'n'roll di primissimo ordine. Walkin'
Away, Dangerous Game, The Waster,
Strange Girl (che ricorda un po' i Georgia Satellites)
e infine Broken Dream e I Am Everything You Are
che sono le migliori del lotto, sono il sound dei Cheap Wine,
con le chitarre elettriche in evidenza, una sezione ritmica sufficientemente
compatta e un cantato disperato, ma non privo di fascino. Nel resto
di "A Better Place", i Cheap
Wine mostrano invece un talento per le canzoni con un senso proprio
e il gusto per sperimentare nuovi orizzonti. Nella prima fase, ci va
Dark Angels, uno dei pezzi migliori di "A
Better Place", che è una sorta di Lou Reed song con
una slide che si sposta in territori più rootsy. Sua diretta
parente "A better place" che ha un organo che ricorda la prima E Street
e un suono che arriva da New York. Più eclettiche Among
The Stones (ricorda un po' "Sister Morphine" in versione spaghetti
western), la vagamente psichedelica Playing With A Butterfly:
territori tutti da esplorare. Un discorso a parte merita Cheap
Wine che rimanda agli albori dei Green On Red: gran bella versione,
con tanto di break psichedelico (ancora un'armonica morriconiana) e
finale pirotecnico a 200 all'ora. Per concludere il cosiddetto "rock
italiano" non lo so (e non mi interessa), ma il rock'n'roll in Italia
è vivo e vegeto, anche grazie ai Cheap Wine, e se proprio
avete bisogno di un "better place" per sognare, scegliete il loro.
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A volte bisogna ricominciare, riprendere la strada e raccogliere gli
strumenti, per cercare di raggiungere "un posto migliore". E' proprio
quello che ha fatto Marco Diamantini dopo un bel mini-cd, "Pictures",
che disegnava arabeschi elettrici infettati dal fascino della frontiera
americana, memoria fortissima del movimento Paisley di oltre un decennio
fa. Un piccolo gioiello che per ora è rimasto nascosto nelle pieghe
delle produzioni amatoriali, nonostante il forte apprezzamento, nostro
e di altri. Allora, con una scelta senza mezzi termini, "A
Better Place" esce totalmente autogestito dal Nostro, con il
nastro d'asfalto che occhieggia in copertina ed un titolo altrettanto
eloquente. Anche la musica (ri)vive di una maggiore ruvidità, le
chitarre appaiono più spiegate e liriche, la voce si accosta maggiormente
alla nasale eloquenza di Dan Stuart e, soprattutto, alcune delle linee
melodiche intessute sono memorabili. Ci riferiamo a canzoni come la velvettiana
Dark Angels, alle vie struggenti di Playing With A
Butterfly, all'energica Dangerous Game, ai
vortici dell'apertura di Walkin' Away. E' un pezzo del nostro
passato recente che viene rivisitato a dovere, senza la minima dose di
pedissequo autocompiacimento, ma con una capacità reinventiva d'eccezione.
E' come se Marco si fosse incarnato nello spirito di un songwriter girovago
statunitense, in un viaggio che trova il suo caposaldo nel lavoro sulle
elettriche, qualcosa che non ascoltavamo da tempo (bravissimo il pard
e fratello Michele), ma che vive anche della precisione della macchina
ritmica (Francesco Zanotti e Alessandro Grazioli) e di una cura particolare
per la timbrica dei suoni. Fino ad arrivare, tra alcune reminiscenze di
Dream Syndicate e affini, alla cover del brano che ha battezzato il gruppo,
una Cheap Wine (Green on Red), lo giuriamo, da lacrime.
Non ci resta che augurare il meglio al nuovo percorso dei Cheap Wine,
un disco pulsante e pieno di emozioni, una porta spalancata Oltreoceano,
costruita con un'adesione talmente intensa da risultare bellissima e sincera.
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Dopo l'esordio ufficiale avvenuto con l'Ep "Pictures"
(Toast), la band marchigiana torna in pista con un album di undici pezzi
che per il sottoscritto, evitando inutili perifrasi, è il migliore
dell'anno appena concluso nell'ambito del rock nazionale. Marco Diamantini
e compagni dimostrano una notevole maturità, oltre che una encomiabile
coerenza nel seguire la strada loro suggerita dalla passione: suonano
infatti "solo" rock'n'roll, e con i tempi che corrono più facile
trovare gente che li snobba piuttosto che persone che li apprezzino.
L'ascolto di un pezzo come Walkin' Away basta comunque
a fugare ogni dubbio sull'opportunità di dedicare alla band una
certa attenzione: adrenalina e chitarre a braccetto per un'apertura
da brivido. Si potrebbe finirla qui e lasciare il gusto della sorpresa
a quanti raccoglieranno l'invito a procurarsi il cd, ma affermare che
Playing With A Butterfly e Among The Stones
sono una spanna sopra alle canzoni di tanti nuovi autori americani o
che "Broken dream" è uno dei brani più carichi
di emozioni che mi sia capitato di sentire, potrà magari servire
a stuzzicare ulteriormente. Alcuni magari considereranno un peccato
il fatto che il gruppo preferisca il canto in inglese, ma lavori di
tale caratura prescindono dalla lingua scelta come (eventuale) indicatore
di accessibilità.
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E' già fuori da qualche mese, questa seconda prova dei pesaresi
Cheap Wine, ma vale davvero la pena tornarci su perché si
tratta di uno del rarissimi casi di autoproduzione intelligente, matura
e professionale incontrati in ltalia, e non solo in tempi recenti. Dopo
il mini-cd d'esordio uscito su Toast, Marco Diamantini e compagni hanno
così deciso di fare da soli, in piena autonomia operativa e ispirativa.
Del resto, si sa, chi investirebbe oggi due lire su una band di provincia
che fa rock psichedelico di stampo americano, per di più in inglese?
Ma se avete un cuore per saltare oltre la siepe obbligatoria del mercato,
se avete un cuore che batte di passione vera, che sappia distinguere tra
verità e menzogna, se siete guidati da un profondo senso della
giustizia, allora non dovrete, proprio no, far finta che questo disco
non esista. Cheap Wine era (è, per fortuna)
una canzone dei Green On Red e questo potrebbe essere già tutto.
Se avete trent'anni e siete cresciuti col Paisley Underground, non avrete
bisogno di altri incentivi per spendere 22 mila lire e portarvi a casa
un'altra parte di quel sogno. Se non avete mai digerito le ambientazioni
di frontiera, storie difficili di personaggi marginali e chitarre liriche
stese come panni al sole, non abbiate ugualmente timore ad accostarvi
a "A Better Place". Perché
un disco così ben scritto, cantato, suonato e prodotto non meriterebbe
di piacere solo agli appassionati del genere, e perché se quel
fuoco non è "sacro" a tutti è pur sempre un "fuoco".
Un piccolo gioiello, compresa la "necessaria" cover di Cheap
Wine.
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E' stata dura recensire "A Better
Place", seconda prova discografica dei pesaresi Cheap Wine,
perché il disco e' davvero una spanna superiore alla migliore
produzione italiana e questo, in un certo senso, lascia attoniti. Senza
mezzi possenti, e con pochi soldi, il lavoro ottenuto, sia sotto il
profilo grafico che quello musicale, è uguale a quello di un
disco di categoria superiore, dove per categoria superiore intendo un
disco con un budget da major. Inoltre, e lo dico senza peli sulla lingua,
e' triste pensare che un siffatto prodotto provenga da una band che
non ha uno straccio di contratto discografico, nemmeno con una piccola
casa indipendente. Dopo questa digressione, però, penso sia giusto
che passi a parlare della band in maniera piu' analitica così
da poter gettare le fondamenta di queste mie affermazioni. Marco Diamantini,
leader per vocazione e non per forza, riesce davvero a dare fondo a
tutte le sue emozioni e a sintetizzare decine di anni passati ad ascoltare
musica Rock in ogni dove, non ultima in una macchina che, come quella
del sottoscritto, ha l'impianto a gas quasi come a suggellare il Blues.
"A Better Place", come tutti i grandi
dischi, cresce con l'aumentare degli ascolti. Non e' la prima impressione
a contare in questo mio giudizio, anzi, il disco ha goduto di un ascolto
approfondito e riflettuto di tutte le sfaccetttaure del CD. Le prime
impressioni giocano brutti scherzi a volte mentre l'approfondimento
sistematico delle tematiche e delle musiche porta a rivelare la valenza
che, inconsciamente o meno poco importa, questo disco ha, deve avere,
per l'ascoltatore italiano di musica Rock. Si badi bene che quanto appena
affermato deve essere inteso non solo nel panorama asfittico della scena
musicale contemporanea italiana ma e' un giudizio di merito da inquadrare
nel piu' vasto panorama del Rock italiano di sempre. E' innegabile che
"A Better Place" sia una crescita non indifferente nei confronti
di "Pictures" e tenendo presente
che le possibilta' per crescere, che in un mondo perfetto sono offerte
dall'attivita' concertistica, sono state nulle o quasi, la visione artistica
di Marco Diamantini e' da considerarsi lucida, forse visionaria, soprattutto
stupefacente. Con esperienza prossima allo zero nel campo della produzione
e dell'approccio alla registrazione in studio, Marco ha dimostrato di
sapere arrangiare e dirigere la band verso approdi di indubbio valore,
anche paragonati a quelli raggiunti in campo anglosassone. Il disco
si apre sulle note di Walkin' Away, un up-tempo che sta
a "A Better Place" almeno quanto
Pictures stava all'omonimo mini-Cd. La tematica pur non
essendo identica è presentata, o per meglio dire narrata, nello
stesso stile. Un piccolo racconto minimalista, un po' carveriano se
vogliamo, che si sviluppa su un riff subdolo suonato dalla chitarra
di Michele Diamantini. L'insoddisfazione, la voglia di fuggire, la stanca
monotonia di provincia, che e' poi la stessa monotonia della grande
citta' su frequenze differenti, la fanno da padrone nelle tematiche
dei Cheap Wine. Nella migliore tradizione Rock dove a ogni uptempo
segue una ballad, o comunque un brano i cui beats per minuto sono almeno
dimezzati, Marco fa seguire Dark Angels, un racconto Noir
che potrebbe essere ambientato, per usare un'espressione gucciniana,
"tra la Via Emilia e il West". L'intro, che da molte persone viene paragonato
a quello di "Sweet Jane" di Reediana memoria, non ha in realta' nulla
a che vedere con il menestrello newyorkese. Laddove "Sweet Jane" comunicava
un'urgenza ben precisa, metropolitana, con piglio determinato, Dark
Angels rappresenta l'indolenza sfacciata, svogliata, e forse
senza senso, causata dalla noia della provincia. Se proprio un punto
di riferimento c'e', anche nella tematica, e' sicuramente da andare
a cercare in "Some Kinda Itch", brano dei Dream Syndicate presente sul
loro primo e indimenticabile EP. Dangerous Game riporta
l'album in zona "chitarre selvagge" e con i dialoghi, tipici della scrittura
di Marco Diamantini, siamo sempre sul terreno minato della provincia.
Io stesso, provenendo dalla provincia, non stento a raccogliere continui
rimandi a cio' che e' la mia esperienza personale. L'omonima "A
Better Place", ben sorretta da un Hammond e dalla solita chitarra
di Michele Diamantini porta Marco ad osare nei confronti della sua voce
e risulta essere un episodio molto ben costruito, tra i migliori momenti
del disco. Come da piu' parti constatato da scrittori piu' anziani e
piu' esperti di me, la musica permette una sorta di autoterapia che
porta a scrivere di argomenti che si conosce e che, in una maniera o
in un'altra, hanno colpito la propria persona. Proprio per questo la
tematica resta sempre in ambito di fuga, sia figurativa che materiale.
The Waster, mid-tempo concernente la "formula" dell'esistenza
felice e l'ironia di una societa' che tutto sommato sembra funzionare
al contrario di come dovrebbe, prepara la strada per Playing With
A Butterfly che, verosimilmente, racconta l'eccidio, o se volete
genocidio, degli indiani d'America da parte dei pellegrini inglesi che
col tempo si sono appropriati del titolo di Americani. La canzone risulta
essere ancora piu' riuscita se si tiene presente che Marco gioca brillantemente
con la figura del bambino, simbolo dell'innocenza, intento a rincorrere
farfalle che, immagine nell'immagine, in quanto sinonimo di liberta'
non verra' mai catturata. Broken Dream, che non so quanto
sia autobiografica, e' un brano dall'intro e dall'assolo di armonica
sfacciatamente springsteeniano, e lo dico nella migliore accezione possibile,
che affronta il tema dell'amara presa di coscienza di un amore particolare,
anomalo, e forse proprio per questo piu' profondo, vissuto come una
comunione di anime e menti. Strange Girl e' una sorta
di riconoscimento nei confronti della propria musa, o muse, mentre Among
The Stones è una ballata desertica, allucinata, dalle
componenti metaforiche molto forti che potrebbe essere uscita direttamente
dalla penna del Dan Stuart piu' imbottito di Mescalina (in realta' e'
pero' frutto dello stato di grazia di Marco in veste di compositore).
Un bell'arrangiamento dei cori dà a questa canzone una marcia
in piu' ma purtroppo i credits di questa canzone non riportano la corista
che a me piace immaginare una bella donna, molto a la Dale Krantz-Rossington.
Cheap Wine, canzone dalla quale Marco ha tratto il
nome per la band, e' una meravigliosa composizione di Dan Stuart che
proprio grazie alla naturalezza e all'agio con i quali si amalgama al
resto del disco implica la validita' e la maturita', o per meglio dire
offre la prova provata, della scrittura e dei suoni dei Cheap Wine.
A chiudere il disco, secondo me il capolavoro dell'album, è
I Am Everything You Are, una meravigliosa miscela di "I'll
Be Your Mirror" e "Freebird" per il secondo millennio. Parte in sordina
ma si sviluppa grazie ad un chorus arioso ed altamente melodico che
dopo la seconda volta si trasforma in un trampolino di lancio per la
chitarra di Michele Diamantini e che racchiude l'essenza di cio' che
i Cheap Wine hanno fatto sinora e i germi di quello di cui saranno capaci.
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Lontano dalle metropoli italiane, dai loro ritmi e dai loro trend, nel
selvaggio east italiano lungo la costa adriatica, ci sono individui per
cui la parola rock and roll non è nè un arnese obsoleto
nè, dall'altro lato, un puro oggetto di revival. Semplicemente,
la realtà quotidiana. Guidati dal Todd Snider-lookalike Marco Diamantini,
i Cheap Wine si ispirano chiaramente al gruppo autore dello storico
brano omonimo - per chi segue gli Air e Kruder a Dorfmeister: i Green
On Red - proponendoci nel loro primo cd un crudo guitar-sound tra punk
e radici, forse a tratti un po' troppo autoindulgente, ma, si sa, è
questo il rischio che corre chi suona questo appassionato tipo di rock
and roll. Forse hanno sbagliato decade o forse no, di sicuro c'è
un'immensa passione in quello che fanno. Di quanta gente si può
dire la stessa cosa, oggi?
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"A Better Place" segna
inequivocabilmente l'inizio di una nuova fase artistica. E a ben vedere,
non poteva essere diversamente. I consensi unanimi ottenuti in sede
di recensione da "Pictures", le
notevoli attestazioni di stima da parte di personaggi del calibro di
Steve Wynn e Dan Stuart e il calore e l'entusiasmo che hanno sempre
accompagnato le esibizioni live della band, hanno fatto sì che
l'ensemble adriatico si ripresentasse in studio di registrazione forte
di una diversa consapevolezza nei propri mezzi. Tant'è che il
risultato finale va ben oltre l'obiettivo "minimo" dichiarato alla vigilia
dai Cheap Wine, ossia quello di riuscire a racchiudere nelle undici
nuove tracce tutta la carica vitale e il pathos delle loro infuocate
esibizioni live. Unendo la vena melodica del rock all'energia del punk,
"A Better Place" si rivela sin da
subito un ottimo disco di rock'n'roll, assolutamente unico nel suo genere
in Italia. Per trovare qualcosa di concettualmente simile a quanto proposto
dalla band pesarese, dobbiamo infatti tornare indietro di 10 anni, ai
primi dischi dei Rocking Chairs. Ma mentre la formazione di Graziano
Romani e Mel Previte era indissolubilmente lagata agli stilemi springsteeniani,
tanto da apparire un po' troppo derivativa, i Cheap Wine al contrario
dimostrano una notevole personalità e una buona dose di originalità
nel confrontarsi con il "rock delle radici". L'amore autentico per la
psichedelia degli anni '80 di Dream Syndicate e Green on Red, la passione
viscerale per "mostri sacri" come Bob Dylan, Neil Young, Tom Petty e
Velvet Underground finisce infatti per costituire solo l'imprescindibile
punto di partenza di un personalissimo viaggio musicale dove qualità
del song-writing, bontà delle intuizioni melodiche e perizia
tecnica fanno piazza pulita di ogni clich. Alternando infuocati rock'n'roll
(Walkin' Away, Dangerous Game, The
Waster), suadenti ballate dai delicati aromi psichedelici ("A
better place"), brani acustici dall'atmosfera "western" (Among
The Stones) e canzoni dalla scrittura complessa e raffinata,
vicine al metodo narrativo di Bob Dylan (Dark Angels,
Playing With A Butterfly), i Cheap Wine hanno vinto
una difficile sfida, quella di dar voce a quei sogni di rock'n'roll
che coltivano ormai da anni nella sonnolenta provincia pesarese.
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Secondo album per questa band marchigiana che dichiara apertamente le
sue influenze nel libretto interno del cd (dagli Ac/Dc a Warren Zevon
ci sono praticamente tutti quelli che potete immoginare), ma ancora meglio
lo fa il suono di questo album, veramente ben suonato, un poderoso rock
a stelle e strisce, figlio soprattutto di alcuni movimenti che hanno caratterizzato
gli anni ottanta, tipo il Paisley Underground . Non a caso i quattro pesaresi
hanno scelto il titolo di una canzone dei Green On Red di Dan Stuart per
il nome del gruppo, riproposta anche all'interno di questo album. Fughiamo
subito però ogni dubbio, "A Better Place"
pur non suonando originale ha delle bellissime canzoni proposte con piglio
personale, risultando fresco ed accattivante sin dalle prime note della
poderosa Walkin' Away. Brani dall'andamento veloce si fondono
con splendide ballate seducenti come la title track o Playing With
A Butterfly in un'alternanza dl suoni degne del migliore Springsteen.
Paragone ingombrante ma che calza alla perfezione per farvi capire verso
quale tipo di rock i Cheap Wine si orientano per presentarsi al
pubblico. Quindi la tradizione dei grandi spazi delle freeway sulle quali
correre lasciandosi cullare dai suoni e dalle storie raccontate in questo
album. Un bel disco, tutto qui.
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Chitarre, chitarre selvagge, robuste, rock grintoso e
granitico venato di blues con tanto di armonica sono gli ingredienti
di questo "A Better Place" inciso
in maniera magistrale e con un suono pulitissimo, e che consacrera'
definitivamente i Cheap Wine dei fratelli Diamantini. Una band
adattissima a suonare in fumosi locali del Texas dove scorrono fiumi
di bourbon, pronta ad infiammare un palcoscenico a suon di Walkin'
Away. Tutti i pezzi sono dei gioiellini come appunto la corale
Walkin' Away, Strange Girl un rock'n'roll con
una chitarra nervosa suonata splendidamente da Marco e Michele Diamantini
che rieccheggia i Big Star di Alex Chilton. Potenziale singolo. Ma non
solo rock'n'roll; la lunghissima Playing With A Butterfly
è una ballata sottolineata dalla voce più matura ed ottima
di Marco Diamantini, con voci di angeli da contorno, e i duelli fra
chitarre acustiche ed elettriche; l'armonica verso la fine delizia e
da' ancora piu' spessore intenso ad una canzone commovente fin dall'inizio.
Cheap Wine e la cover dei Green on Red da cui la band
marchigiana ha preso il nome, un pezzo bellissimo che non toglie nulla
al fascino originale, un omaggio pieno di valore; quando i discepoli
si fondono con i maestri. Azzeccatissima e' poi la title-track "A
better place", dove ogni singolo strumento ha un ruolo importante,
compreso un organo Hammond, ottimo comprimario per una song da ascoltare
di notte in un prato sotto le stelle, sognando un posto migliore dove
proporre questa ottima musica, con la luna sorniona che osserva il nostro
sogno volare via... Il blues-rock acido di "The waster"
ha poi una resa sonora pressoche' perfetta e offre un groove stupendo.
Il pezzo mancante che poteva fare di "Talk is cheap" di Keith Richards
un grande disco. I Cheap Wine sono veramente tutto ciò
che sono. Ed anche di più.
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A Walkin' Away è affidato il compito di aprire
il nuovo CD dei Cheap Wine, che segue il già promettente - e coinvolgente
- esordio avvenuto con il mini-CD "Pictures"
(Toast). Un attacco fulminante, quindi, un brano come un'esplosiva corsa
in apnea, trascinante, chitarre come serpenti, ritmica quadrata, canto
enfatico: spossante e bellissimo. "A Better Place"
si sviluppa tra anthem grintosi e splendide ballate che si alternano,
praticamente, senza soluzione di continuità. Ottimo chitarrista
Marco Diamantini - ed altrettanto puntuali Michele Diamantini (chitarra),
Francesco Zanotti (batteria) ed Alessandro Garzioli (basso) - si concede
anche autoindulgenti sfoggi di tecnica, complice il resto della band che
affianca e supporta il leader con sfacciata agilità. Questa eccellente
autoproduzione - eccellente anche in termini di qualità di resa
audio - ci consegna un album estaticamente votato al rock chitarristico
americano più evocativo, benché ben saldamente ancorato
alle proprie radici. In questo caso è impossibile non richiamare
la scrittura dei Green On Red o di un Lou Reed più intimista -
magari anche via Cowboys Junkies - per rendere parzialmente le atmosfere
che affollano il CD. Non si pensi, comunque, ad un lavoro semplicemente
derivativo, ma piuttosto ad un compendio di intuizioni, talentuosi spunti
compositivi e perfette interpretazioni che potrebbero scatenare le reazioni
invidiose di molti contemporanei songwriter americani.
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Band "ruspante" che si affida a quel rock potente e corrosivo
che negli anni '80 si amava etichettare come Paisley Underground (i
Dream Syndicate su tutti), questi ragazzi ci sanno fare... "A
Better Place" trova la sua chiave di lettura (o meglio, di
ascolto) non nella ostentazione di un rock "fuorilegge", da cantina
e magari old fashioned, quanto proprio nella dilatazione "sonica" di
questi concetti. Ogni brano supera i cinque, sei minuti grazie a vibranti
chitarre impostate sul concetto di jam dai sapori psichedelici. Il risultato
dunque è una dichiarazione di amore per il rock'n'roll, ma con
la consapevolezza di aver qualcosa di proprio da dirci sopra e la certezza
che le regole sono fatte solo per essere frantumate... C'è passione
e serietà di intenti, cose che mancano a molti loro colleghi
compatrioti.
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I Cheap Wine potrebbero essere una delle migliori sorprese di
questo inizio d'anno. La band dei fratelli Diamantini arriva alla seconda
prova dopo il primo mini cd che ne rivelava le doti già non indifferenti.
Ma è con questo nuovissimo cd che la band compie il salto di qualità
decisivo. Suono rock di chiara derivazione americana, privo di fronzoli
inutili, secco e diretto come una bomba. Si diceva di un album rock ed
in effetti tutto il disco sprizza energia vitale che riesce ad entusiasmare
l'ascoltatore. Vi sono rimandi a quel "Paisley underground" che tanto
successo ebbe nei primi anni ottanta grazie a gruppi come i Green on Red
o i Dream Syndicate, non trascurando la grande lezione data da gruppi
stellari come i Lynyrd Skynyrd o la Allman Brothers Band, o da personaggi
di indiscussa caratura come Neil Young. Ma l'aver citato questa sfilza
di nomi non sminuisce la bravura dei Cheap Wine, anzi, ne denota la cultura
musicale che poi traspare chiaramente dal sound che si respira tra i solchi
dell'album. Tutti i pezzi del cd sono stati scritti da Marco Diamantini,
ad eccezione di Cheap Wine che è un pezzo di Dan
Stuart. Inutile citare un pezzo piuttosto che un altro, tutto il disco
gode di una compattezza che rende pieno merito ai ragazzi, offrendo canzoni
piuttosto lunghe che si lasciano ascoltare con interesse. Un ottimo lavoro.
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"Great, exciting stuff and it sounds like
many of the favourite records in my collection..."
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"...Una bella scoperta: anche da noi c'è chi
fa del rock, senza pensare a copiare a destra e a manca. Cuore e chitarra..."
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"L'iniziale curiosità verso qualcosa che si dichiarava apertamente
legato all'epopea Paisley è stata progressivamente sostituita dalla
sorpresa nell'ascoltare suoni cos cesellati e maturi. "Pictures" è
una brillante prova di rock elettrico..."
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"...cari Cheap Wine, potete annoverarmi tra
i fans della vostra band. Se foste negli Usa e aveste T-Bone Burnett come
produttore, potreste sperare di fare concorrenza alla freschezza di "One
headlight" di Jackob Dylan..."
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"...chitarre che si rincorrono tra memorie di "feedback" alla Neil
Young ("Rock this town") e memorie di una stagione psichedelica
("Oh no!" soprattutto)..."
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"...i Cheap Wine hanno scritto e suonato cinque splendide
canzoni, con il cuore: accomodatevi"
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"...con i Cheap Wine - "figli" di Lou Reed, Neil Young, Green on
Red e Dream Syndicate - il rock torna sulla strada maestra. Le loro canzoni
hanno il sapore delle polverose strade d'America e la carica vitale e
dirompente del migliore rock'n'roll..."
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"... un suono maturo, ricco, che coinvolge fin dai
primi ascolti: 5 episodi costruiti sulle chitarre, a volte spruzzi
di armonica e molta grinta... se sul loro cd ci fosse stato l'adesivo
con un nome altisonante come produttore, il business non sarebbe rimasto
sordo..."
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"...i brani si susseguono tutti nervosamente, scaricando nei nostri
corpi dosi di adrenalina allo stato puro. Le chitarre sono lo strumento
dominante: taglienti, possenti e corali, a volte un'armonica delinea intricati
gorgoglii di estasi..."
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