Freak Show
is great. My favorite of Cheap Wine CDs yet. Really energetic
but with a really good variety of sounds and styles. Congratulations to
the band! It's good to keep getting better, that's the idea, isn't it?!
[ STEVE WYNN ]
Each CD by Cheap Wine is better
than the last, so I think Freak Show
is your best yet. I'm going to spin it on my radio show at KXCI
[ AL
PERRY ]
This is Cheap Wine’s fifth
album, and as I loved the last so much it was a welcome surprise when
it dropped through the letterbox courtesy of Stone Premonitions. This
Italian four-piece play rock music as it should be played – loud
and snotty, with riffs and solos aplenty and a total disregard for the
niceties of fancy production techniques. From the brilliant cover art
to the great songs, this whole package just cries out to be heard, but
I am just afraid that because they hail from the continent this group
will be overlooked by everyone but the few lucky fans in the know. It
has been three years since their last album ‘Moving’, but
the band sound as good as ever, and with lyrics in English and a distinctly
American rock sound they should really appeal to a very wide audience.
Check out Exploding Underground
or Kenny Bring Me Down to
hear some superb hard rock, or Nothing Left
To Say for a Dylan-influenced ballad. For the title track
they pull out all the stops, from Michele Diamantini’s feedback-drenched
solo to the riff that holds the whole song together - it sums up the band
in one song. Jugglers And Suckers
is good old fashioned rock and roll, hard and heavy with the added bonus
of an organ solo. Evil Ghost
winds thing down with a ballad, but as it is a Cheap Wine
ballad they use the last six minutes of this nine minute epic as a springboard
for one of Diamantini’s best solos, ending this fine album on a
high. It is good to know that there are still bands out there that cherish
the classic rock sound, and Cheap Wine are one of them.
Check out their website at www.cheapwine.net for more info (much of it
in Italian, I am afraid, but there are some English snippets) and samples
from their five albums.
[ Peter
Jolly ]
CHEAP WINE - “Freak Show” -
CLASSIC ROCK ALBUM OF THE MONTH APRIL, 2007
7 reasons to like Cheap Wine:
1. The great cartoon artwork on their CD.
2. The great My Space site with 4 songs from the album
and extracts from "You Tube".
3. Their list of influences includes Neil Young (Comes
out particularly on the grungy title track)
4. Their list of influences includes Bob Dylan (Comes
out particularly on the acoustic ballad- guitar, piano, organ, harmonica
- Nothing Left To Say) This
is not the only acoustic track - this band does not go just for power
- witness the stunning finale Evil Ghost!
5. Their list of influences shows, for a young band,
they’ve done a lot of listening and know their history. (The list
includes various rock ‘n’ roll greats, jazz and blues legends
and Billie Holliday!) Time for Action adds vintage AC/DC to their list!
6. The power and majesty of Naked
Kings (All 6:26 of it) shows a pedigree dating back to
The Allman Brothers and The Rolling Stones. It’s not the longest
song and the only one that brings back memories of The Allmans, especially
the slide guitar - that honour goes to Evil
Ghost (9:40)
7. The striking musicianship right throughout the band- listen to the
rhythm section on songs like Kenny Bring
Me Down.
Cheap Wine are one red hot Italian band!
Freak Show is available
through iTunes, CD Baby and by visiting www.myspace.com/cheapwinenet or
www.cheapwine.net
Oh, and I forgot to mention there is also a message in their music!
[ ZEITGEIST
- Phil Jackson ]
Proseguono sulla strada dell'autoproduzione i fieri Cheap Wine
che con Freak
Show brindano ai dieci anni della loro attività.
Hanno iniziato nel 1997 con il mini cd Pictures
e hanno continuato impavidi, incuranti della poca attenzione che il pubblico
e il mondo discografico ufficiale ha riservato loro, cambiando spesso
scenari (dalle strade di Springsteen al Paisley Underground di
Green On Red e Dream Syndicate, dalle ballate di Dylan e Young al rock
urbano tinto di psichedelia) ma tenendo fede ad una idea di rock classico
ed elettrico che è stata apprezzata anche in Europa e negli Stati
Uniti.
Con il 2000 la loro produzione si è fatta più curata e uno
dopo l'altro sono usciti album dalla bellezza esemplare che hanno mostrato
maturità di scrittura nelle canzoni, fantasia nei temi scelti come
concept dei dischi e grandi miglioramenti a livello sonoro, confermati
anche nei loro infuocati ed esaltanti live shows. Ruby
Shade, Crime
Stories e l'ottimo Moving,
un album che il Buscadero ha incluso tra i migliori dischi del 2004, costituiscono
le tappe di un avventura discografia che ha portato i Cheap Wine
ad essere il migliore gruppo rock italiano, almeno per quanto riguarda
quel rock che non insegue mode e facili successi ma si colloca sulla scia
della grande tradizione del genere.
Moving
ha comunque chiuso un ciclo e Freak
Show ne apre uno nuovo all’insegna di una musica
più aggressiva e diretta dove sono le chitarre dello splendido
Michele Diamantini e la ritmica a palla del muscoloso Zano Zanotti e dello
"spietato" Fruscio Grazioli a dettare legge.
Dalle nove tracce del nuovo disco esce un rock duro, teso e adrenalinico
che lascia poco spazio alla ballata (due in tutto l'album) e invece si
fa portatore di sound serrato e compatto che non concede tregua e che
nei risicati ma perfettamente bilanciati 41 minuti e mezzo del disco mostra
tutta la sua potenza ed energia.
Il risultato è a tratti esaltante perché le canzoni, quasi
tutte frutto della musica di Michele Diamantini e dei testi di Marco Diamantini,
si susseguono come fucilate di una splendida battle of rock e
legittimano un insieme che ora suona come vera rock band. Se in passato
difatti, a volte, sembrava che i Cheap Wine fossero la
band di un songwriter, Marco Diamantini, che si cimentava in
ballate che stavano tra Dylan, Young e Dan Stuart e lasciava al gruppo
isole sonore apparentemente separate adesso la situazione è cambiata,
Michele ha più peso a livello di suoni e produzione, le parti vocali
sono amalgamate meglio nel tessuto sonoro e i Cheap Wine
suonano compatti, solidi, spudoratamente rock e tutti i musicisti sono
sullo stesso piano.
Messe quindi da parte le suggestioni cantautorali, l'ariosità west-coast
pop dell'originale I Can Fly Away
e certe bellissime aperture psichedeliche che in Moving
si traducevano in momenti estatici (Loom
and Vanish) e in fantasie lisergiche in cui era meraviglioso
perdersi (Fade Out e prima
ancora Mary in Ruby
Shade), i Cheap Wine mirano al sodo,
si fanno più punk e scelgono la metafora del Freak
Show per denunciare un mondo al contrario in cui i
pagliacci sono al potere, i mediocri sono in trionfo, i millantatori applauditi,
i criminali esaltati, la falsità elargita e invece i saggi sono
emarginati, l'intelligenza è torturata e la verità estinta.
Il mondo è un unico, gigantesco, decadente Freak
Show e i Cheap Wine lo ridicolizzano
attraverso testi che non sono politici di per sé ma sono un modo
molto semplice e molto rock per denunciare le assurdità della società
attuale.
Così, in rapida sequenza si susseguono titoli come Dance
Over Troubles, Exploding
Underground, Time For Action
in cui le esortazioni a non lasciarsi intorpidire dagli idioti che tirano
le file del gioco trovano riscontro in un rock al fulmicotone che non
dà adito a ripensamenti ma solo a reagire in prima persona contro
la cretineria al potere. Solo la quarta traccia dell'album Nothing
Left To Say concede una pausa melodica ed è una
pausa che si desidera tutta perché qui Marco Diamantini si ricorda
di essere un brillante scrittore di ballate e chitarra acustica, piano
e voce fanno quello che raramente si è sentito in un disco di Cheap
Wine.
Poi il turbine sonoro ricomincia e Naked
Kings riapre la danza impazzita attorno alle serpentine
chitarristiche di Michele, meno "narcisista" che in Moving
ma dirompente come pochi, un vero idolo per me.
Kenny Bring Me Down è
concisa ma è uno dei brani che preferisco perché qui in
pochi minuti è condensata la pura essenza del rock, Freak
Show con la sua metafora è il manifesto dell'album
e Jugglers And Suckers pesta
duro con quella sezione ritmica che sembra una società tra un fabbro
e un martello pneumatico e ospita un inciso di organo (Alessandro Castriota)
che fa molto garage sound.
La conclusione è lasciata a Evil
Ghost, il solito brano lungo con cui i Cheap Wine
sono soliti chiudere i loro lavori. Il pezzo nasce come una ballata evocativa,
chitarra acustica, voce, piano e armonica introducono quell'up and down
tipico delle cose del genere. Nella loro discografia fa venire in mente
City Lights, poi la chitarra
prende il comando e in una overdose elettrica trasforma il tutto in una
deflagrazione epica che il testo immaginifico evocante poemi medievali
e uno scenario eroico rende ancor più imponente. Un testo che si
discosta dall'universo lirico del gruppo e avvalora l'accostamento che
anche il disegno di retro copertina fa nei confronti dei Blue Oyster Cult
di Agents of Fortune.
Esaltato anche dagli splendidi fumetti e dall'accattivante parte grafica
di Zano Zanotti, una scelta estetica che contribuisce a dare una immagine
"specifica" e coerente al gruppo, sull'esempio di quanto fanno
formazioni americane come i Drive By Truckers, Freak
Show è per i Cheap Wine quello
che per Mellencamp (concedetemi il paragone) è stato Whenever
We Wanted, un disco crudo e rabbioso che amplifica la loro inossidabile
reputazione rock'n'roll. Adesso non ci resta che vederli dal vivo con
il nuovo materiale.
[ BUSCADERO - Mauro
Zambellini ]
E' un po' ritardo rispetto all'inesorabile cadenza biennale che ne aveva
sinora scandito le uscite, ma forse lo si deve al fatto che Freak
Show, per i Cheap Wine, contrassegna
un piccolo quanto significativo assestamento di rotta. Un passo probabilmente
necessario, visto che i precedenti Crime
Stories (2002) e Moving
('04) già sembravano aver detto tutto, e nel migliore dei modi
possibili, circa un rock'n'roll acido e fiammeggiante, roccioso e corrosivo,
che in questi anni il quartetto di Pesaro ha interpretato con un furore,
una passione e una dedizione alla causa quasi certamente estranei alla
maggior parte dei gruppi americani abituati a muoversi sullo stesso tragitto
stilistico. Questo non significa, beninteso, che i ragazzi si siano in
qualche modo ammorbiditi, che le loro canzoni abbiano perso mordente o
che le liriche di Marco Diamantini (perché nessuno gli ha mai detto
quanto è bravo a incastrare rime dotate di senso in un idioma straniero?)
abbiano rinunciato a descrivere con un pizzico di malinconia e una tonnellata
di disincanto le relazioni sentimentali e i desideri di fuga di personaggi
ai margini. Non direi che in Freak
Show (che per altri versi è una ruvida radiografia
di un mondo in preda a un sistema di valori ormai definitivamente corrotto)
i Cheap Wine si siano decisi a battere strade nuove con
l'intenzione di non tornare indietro; sono però convinto ne abbiano
imboccate diverse e con una disposizione d'animo più leggera del
solito. Se hanno voltato pagina, insomma, di sicuro si sono divertiti
a guardare un entrambe le facciate del foglio, perché i nove brani
di Freak
Show provano a mettere da parte la rigorosa coerenza
formale dei loro altri lavori per andare a comporre una scaletta più
ariosa del solito, in cui lo spettro della musica americana viene citato
quasi per intero e senza preoccuparsi di saltare da una fisionomia stilistica
all'altra. Accade infatti che alle classiche esplosioni elettriche delle
iniziali Dance Over Troubles
e Exploding Underground
faccia seguito una Time For Action
inzuppata di soul (notevolissima Marta Graziani ai cori), e che tutta
la prima parte del disco culmini in una Nothing
Left To Say (splendida) che, complice l'organo e l'arrangiamento
"californiano" di Alessandro Castriota, cita apertamente il Dylan di It
Ain't Me, Babe per poi scaraventarlo nel bagno di anfetamine di un finale
a dir poco arroventato. Altrettanto singolare è l'intreccio elettroacustico
della magnifica Naked Kings,
anche se le sorprese più consistenti arrivano dalle pennellate
glam del trittico Kenny Bring Me Down
/ Freak Show / Jugglers
And Suckers, febbricitanti evocazioni di Chuck Berry così
come le intendevano New York Dolls, Heartbreakers o Hanoi Rocks (tutti,
com'è ovvio, istruiti dai Creedence), con la sezione ritmica di
Alessandro Grazioli e Francesco Zanotti a macinare un impressionante volume
di fuoco punk'n'roll e la formidabile chitarra solista di Michele Diamantini
che sanguina le sue rasoiate un po' dappertutto. Terminati i dieci minuti
di Evil Ghost, che riporta
il suono dei Cheap Wine sul mai rinnegato orizzonte epico
degli amati Dream Syndicate, ci sarà qualcuno - ne sono certo -
che non esiterà a definire Freak
Show un'opera tutto sommato "leggera", magari il proverbiale
disco di transizione. Per quanto mi riguarda, invece, ritengo abbiano
semplicemente capito (e me lo conferma il respiro della produzione dello
stesso Michele Diamantini, agli antipodi rispetto al suono saturo e claustrofobico
che aveva caratterizzato la riuscita di Moving
e che qui non avrebbe avuto molto senso) che non è sempre utile
entrare in studio con l'ossessione di dover realizzare l'album definitivo.
Le canzoni di Freak
Show suonano grintose come al solito, ma rispetto
al passato sembrano ancor più naturali e sicure di sé: le
ascolto e le riascolto, e davvero non ho ancora trovato alcun motivo valido
per non definirle le migliori che i Cheap Wine abbiano
mai composto.
[ ROOTS HIGHWAY
- Gianfranco Callieri ]
Strane creature i Cheap Wine: sono fautori di un rock
che nel nostro paese è a dir poco marginale, almeno in termini
di mercato, eppure non sono dei panda da coccolare. Hanno più le
fattezze di quei mostri che allungano i loro minacciosi tentacoli attraverso
la grafica di questo nuovo cd.
Con un suono spietato si sono guadagnati la stima degli appassionati e
la nostra copertina di questo febbraio 2007: i loro dischi sono esempio
di coerenza e di evoluzione, di una proposta che avanza e cresce senza
cedere a compromessi.
Ulteriore conferma viene appunto da Freak
Show che non sarà coeso come Crime
Stories e Moving,
ma è comunque un lavoro tutto d'un pezzo: se dal punto di vista
narrativo i precedenti erano strutturati sui concetti di crimine e di
viaggio, qui le canzoni focalizzano sulla follia umana, chiudendo e aprendo
contemporaneamente il cerchio di quel "dark side" che la band
continua ad esplorare.
I testi si spalancano verso l'esterno puntando il dito rabbiosi contro
figure e comportamenti che infettano il sistema umano. Allo stesso modo
anche le canzoni allargano lo spettro sonoro della band: il rock desertico
e abrasivo è stavolta scosso da un tiro che sembra provenire dal
r&r anni '70 o dal punk scorticato di inizio anni '80. I Cheap Wine
bruciano ovviamente tutto alla loro maniera con una veemenza che si fa
sentire sin dall’iniziale Dance Over
Troubles: "can’t you hear that rockin' sound?".
I suoni sono aperti e l'impatto è aumentato dall'intervento delle
vocals che rendono la presa di coscienza corale e feroce: esemplare è
la forza soul che rende Time For Action
un invito a reagire. Anche le ballate sono più piene del solito
grazie all'apporto di Alessandro Castriota: le sue keyboards si insinuano
sotto la tensione di Nothing Left To Say,
forse il pezzo migliore del disco, mentre un organo corre lungo Jugglers
And Suckers.
Il disco è acido e teso, solo nove pezzi, ma non c'è bisogno
d'altro.
La forza interiore e sotterranea dell'underground prorompe frontale (Exploding
Underground) arrivando ad alzarsi in piedi nella title-track
che è il vero manifesto dell'album: Marco Diamantini mette in fila
i pagliacci, i banditori e le bestie che affollano il bieco spettacolo
del sistema (quello musicale? Quello italiano? O quello umano in generale?),
mentre le chitarre e la ritmica rispondono con l'intenzione di far piazza
pulita. Un altro marchio di fabbrica è Evil
Ghost, ballata conclusiva che stavolta sfuma su fantasmi
di guerre e invasioni quanto mai attuali, allungati da tocchi di piano,
vocals, organo e armonica.
Attenzione a non perdere il Freak
Show dal vivo: promette di essere uno spettacolo molto
rock e molto diverso dagli eventi publicizzati dai grandi media.
[ MESCALINA
- Christian Verzeletti ]
Sono tornati. Questi figliocci fedeli di Green On Red (chi se li ricorda?)
e di The Dream Syndicate sono tornati ancora più elettrici e arrabbiati
che mai.
Sono mosche bianche in un mondo tutto assurdo e capovolto, che non è
altro se non uno spettacolo avvilente e decadente (Freak
Show), un circo costruito sulla menzogna e l'apparenza
(Naked Kings).
Non tutto è perduto, perchè l'importante è non farsi
tirare dentro in questo meccanismo perverso di manipolazione collettiva
(Jugglers And Suckers) e
trovare la forza per reagire e uscire dal nulla (Time
For Action) anche se verranno disillusi e presi in giro
i nostri sogni più naturali (Nothing
Left To Say).
Ed il rock è una delle strade per la salvezza (Dance
Over Troubles) quando tutto sembra senza via d'uscita:
questa musica pura e semplice, diretta e chitarristica, è ancora
in grado di essere un grido di denuncia contro falsi profeti e uomini
senza valore, che imperversano a scapito di quelli che potrebbero essere
ottimi modelli (Exploding Underground).
Freak
Show è tutto questo, alla fine un concept album
di una sferzante elettricità, sull'idiozia e la mostruosità
intesa come assurdità.
E i Cheap Wine sono in forma e in salute più che mai, tirati come
una corda di violino, le loro chitarre ruggiscono e il motore ritmico
pompa come un pistone impazzito che non si vuole più fermare.
Signore e signori, benvenuti alo show, si alzi il sipario e via col rock'n'roll.
[ ROCKERILLA
- Edoardo Frassetto ]
A distanza di poco più di due anni dall'acclamato (e non stiamo
esagerando) Moving,
i Cheap Wine si insinuano prepotentemente ancora una
volta nei nostri lettori cd. Non sarà stato facile per i quattro
pesaresi rimettersi al lavoro coscienti dei tanti apprezzamenti che aveva
riscosso il lavoro precedente. Eppure i Cheap Wine riescono,
ancora una volta, a sorprenderci.
Certo, la formula è sempre quella che è diventata un marchio
di fabbrica del gruppo, rock massiccio, grezzo, riff ed assoli acidi.
Eppure questo Freak
Show, per la prima volta forse, si discosta da quelle
specie di percorso di maturazione che i Cheap Wine avevano
intrapreso dall'ormai lontano Pictures,
EP del 1997.
E' inutile negarlo, in un certo senso tutti i dischi precedenti sembravano
legati da un filo invisibile, ogni lavoro sembrava l'evoluzione naturale
di quello precedente. E allora eccoci tutti ad aspettare il quartetto
al varco, a vedere cosa si sarebbero inventati.
Freak Show è un disco terribilmente rock, dalla
musica alle tematiche delle liriche di Marco Diamantini. Se nei precedenti
Crime
Stories e Moving
i concept erano incentrati rispettivamente sul crimine ed il viaggio,
il movimento, tematiche care al genere, questo Freak
Show mantiene la caratteristica e proietta sulle canzoni
denuncia ironiche ed acide di mostri, uomini senza valore che imperversano
indisturbati.
Dal punto di vista musicale prendiamo atto di un assestamento negli equilibri
dei suoni. Se il songwriting acustico e decadente di Marco, e gli assoli
acidi di Michele Diamantini fanno un passo indietro, d'altra parte è
la base ritmica che viene fuori con maggiore aggressività e presenza
sonora. Il risultato è probabilmente il disco più aggressivo
dei Cheap Wine. Esempio ne è il trittico iniziale:
Dance Over Troubles, Exploding
Underground ("Un urlo sta esplodendo nei bassifondi...ora
tieni gli occhi bene aperti") e la splendida Time
For Action, base ritmica e riff bestiali mischiati a cori
soul che ci invitano a non restare a guardare e a prendere, finalmente,
l'iniziativa.
Le cavalcate rock hanno di gran lunga la meglio (in senso numerico), e
così ci sono Kenny Bring Me Down,
Freak Show e Jugglers
And Suckers a circondare la solitaria ballata Nothing
Left To Say, seguita a ruota dall'episodio più
"Moving-style", cioè Naked
Kings, chitarre acustiche in apertura, melodia e rock
acido ad alternarsi all'orecchio dell'ascoltatore. A chiudere lo spettacolo
ci pensa il ritorno al tono decadente di Evil
Ghost, maratona di suoni acustici, pianoforte, organo,
armonica e venature elettriche che si inseguono per dieci minuti.
Freak Show è un disco di granito, tutto d'un
pezzo, dove mentre con la testa ti perdi nei riff delle sei corde dei
fratelli Diamantini, nello stomaco senti rimbombare i colpi sul rullante
di Francesco Zanotti e le ipnotiche melodie dipinte da Alessandro Grazioli
al basso.
Freak Show è un disco di puro rock anche nelle
parole, fedele a quello spirito di critica e ribellione che ha sempre
contraddistinto il genere.
Che dire, di nuovo complimenti ai Cheap Wine, uno di
quei pochi gruppi che riesce a rinnovarsi di disco in disco senza per
forza fare rivoluzioni. Quattro ragazzi italiani che suonano come gli
americani. Che fanno tutto da sè, dalla produzione alla grafica...
che potrebbero insegnare il "Do it yourself" a molti millantatori.
I quattro pesaresi non sono rocker di maniera o per palati sopraffini,
possono fulminare chiunque ed è anche arrivato il momento che un
mercato impazzito e soffocato dalle mode se ne renda conto.
[ RADIO CIROMA - Luigi
Gaudio ]
Attivi da dieci anni e ormai considerati una delle realtà più
consolidate del rock indipendente italiano, i Cheap Wine
giungono con Freak
Show al sesto album.
Un traguardo importante, se si pensa che i dischi, questi quattro ragazzi
marchigiani, se li producono interamente da soli, comprese le splendide
copertine e i booklet di cui si fa carico il batterista-fumettista Francesco
Zanotti. Laddove Moving
del 2004 era un invito al viaggio lontano dalla realtà, Freak
Show è la celebrazione rock del circo decadente
dei nostri tempi con le ossessioni allucinate della quotidianità
(Dance Over Troubles, Jugglers
And Suckers), politici sbandati tra destra e sinistra
(Exploding Underground),
le guerre (Time For Action,
Naked Kings) e le piccole
follie (Kenny Bring Me Down).
I nove brani sono senza dubbio quanto di meglio i fratelli Diamantini
siano riusciti a fare nella loro carriera. Ottimi testi venati di poesia
urbana, un grande rock chitarristico e tanta passione.
Nessuna scusa, sarebbe bene che i più se ne accorgessero.
[ JAM -
Salvatore Esposito ]
Dopo aver raccontato le storie del crimine (Crime
Stories, 2002) e cercato di catturare il movimento
attraverso fotografie di rock elettrico e acustico (Moving,
2004), tornano i pesaresi Cheap Wine con un nuovo disco
che cerca di illustrarci il nostro folle e decadente mondo oramai giunto
alla deriva.
Indipendenti per scelta e rockers innamorati delle chitarre che cercano
di smuovere coscienze, Marco Diamantini e soci scrivono un'altra pagina
importante della loro carriera, e lo fanno con 9 brani di qualità
encomiabile, rabbiosi e poetici che si rivolgono a chi crede che la salvezza
possa scaturire anche da scintille di puro rock'n'roll. Freak
Show è semplicemente benzina gettata sul fuoco,
scariche elettriche che colpiscono allo stomaco e carezze che lambiscono
i nostri visi; l'iniziale Dance Over Troubles
e la successiva Exploding Underground
macinano riff a rotta di collo ma è con Time
For Action che ci rendiamo conto di avere fra le mani
qualcosa di più di un semplice disco rock di matrice italiana;
"giorno dopo giorno vedo persone che si spengono, rassegnandosi
a vivere come schiavi… è il momento di agire…"
canta Diamantini mentre una ritmica soul indiavolata fa da tappeto ai
cori della splendida voce di Marta Graziani.
La stupenda ballata Nothing Left To Say,
metà Dylan e metà Wynn, fa rifiatare per poco, ma ci si
ributta subito in quel rock che l'America probabilmente ha inventato e
che i Cheap Wine hanno metabolizzato talmente bene da
farlo apparire loro al 100%. I cori glam di Kenny
Bring Me Down, l'organo punk'n'roll di Jugglers
And Suckers e la ballata acustica Evil
Ghost, che alterna pianoforte e chitarra e poi si dirama,
nei sui 9 minuti, in nebbie di psichedelia figlia del migliore Paisley
Underground, non fanno altro che confermare la verità che il vecchio
Neil Young cantava in passato. Se il rock non morirà mai, un bel
po' di merito va anche a questi ragazzi.
[ MUSIC LETTER
- Nicola Guerra ]
Accostarsi a una produzione dei Cheap Wine significa
misurarsi con un immaginario musicale che trae linfa vitale dal lato più
selvaggio del rock'n'roll, quello legato all'hard americano, al riff uncinante,
alle cavalcate inarrestabili a base di overdrive e vibrare di pelli.
E' stato così sin dagli esordi – correva l'anno 1997 e sugli
scaffali faceva bella mostra di sè Pictures
– e non fa eccezione questo Freak
Show, sesto capitolo della nutrita discografia della
band marchigiana.
Un disco che sintetizza le ottime cose già ascoltate nei precedenti
Moving
e Crime
Stories, con in più l'esperienza acquisita
in dieci anni di carriera su e giù per i palchi di mezza Italia.
Esperienza che in questa sede consente alla band di spaziare tra il rock
sudista à la Black Crowes di Jugglers
And Suckers e il punk di
Exploding Underground e Kenny
Bring Me Down, le atmosfere hard-country-western di Naked
Kings e le slide guitars ruffiane di Evil
Ghost, episodi in stile Dream Syndicate come Dance
Over Troubles e ballads sospese come Nothing
Left To Say.
Il tutto senza perdere un minimo di credibilità e dimostrando agli
schizzinosi indie-snob abbonati alla sperimentazione tout court –
che oltre a rompere gli schemi, talvolta, destrutturano anche qualcos'altro
- come si possano mettere insieme quaranta minuti di ottima musica con
qualche gancio di chitarra ben assestato e una scrittura coerente.
Tanto di cappello.
[ SENTIRE ASCOLTARE
- Fabrizio Zampighi ]
Esempio tenace di energie e abilità al servizio dell'autoproduzione,
i Cheap Wine onorano i loro primi dieci anni con un disco
che in qualche modo spezza gli equilibri delle loro precedenti uscite,
cariche di un bellissimo guitar-rock americano che però aveva finito
per livellarsi, mostrando il proprio diritto a sentirsi nuovamente giovane
e piacente. Freak
Show è dunque il lettino da chirurgo plastico
su cui i fratelli Diamantini hanno adagiato il loro suono per ritoccarlo.
Ecco quindi la voce di Marta Graziani che dopa Time
For Action portandola su quote quasi Bellrays e le chitarre
tracimare nel glam di Kenny,
Freak Show (con echi dei
tardi Boohoos) e Jugglers And Suckers.
Tutt'intorno, il solito sfavillare di corde e tasti d'avorio, a dipingere
altri capolavori come Naked Kings
e Evil Ghost, più
vicini al suono roots che ha garantito loro stima e rispetto per un decennio.
[ RUMORE
- Franco Lys Dimauro ]
Dieci anni fa i Cheap Wine iniziavano la loro avventura
fatta di sudore, chilometri e chitarre elettriche.
Sembra una storia come molte altre, ma a differenza dei soliti protagonisti
- californiani... o statunitensi in generale - i nostri eroi vengono da
Pesaro e cercano di convivere con l'idea di essere nati nell'ottavo mondo
musicale dell'altresì noto belpaese.
Freak Show esprime al meglio tutto quello che i Cheap
Wine sono stati e saranno, perché l'avventura non finisce
certo qui e di chilometri da percorrere ce ne sono ancora molti, così
come non è ancora ora di mettere a tacere le chitarre elettriche,
qui rabbiose come non mai.
Questo perché Freak
Show può essere considerato il disco "punk"
dei pesaresi.
Punk come attitudine: abrasivo, distorto, più cupo del passato
e decisamente meno psichedelico.
Vengono meno le ballate figlie del Paisley Underground (nonostante la
presenza di brani come Nothing Left To Say
e power-ballads come Naked Kings
e Evil Ghost, per chi scrive
le migliori del lotto) - per anni si è parlato di loro come i nostri
Dream Syndicate - in favore di overdrive vigorosi e muscolari (Dance
Over Troubles), ritmiche serrate ed anfetaminiche e un
cantato più rockista (Time For Action).
Questi possono essere problemi per chi ha a cuore una certa idea di evoluzione,
ma come la band ha dichiarato - e questo ci sembra ampiamente emblematico
per la loro filosofia - "esistono solo due tipi di musica, quella
buona e quella cattiva. Il resto sono solo cazzate".
Ecco perché, forse un po' cocciutamente, i Cheap Wine
continuano per la loro strada rispondendo solo a loro stessi e rischiando
tutto sulla loro pelle (sono alfieri dell'autoproduzione in tutti i suoi
risvolti) e per questo meritano certamente un sempiterno rispetto.
Anche perché finora non hanno sbagliato un colpo.
E Freak
Show non fa che confermare lo stato di salute di questa
band così lontana da ogni stereotipo da poter essere considerata,
a tutti gli effetti, come un pezzo da 90 di quella musica che per mere
ragioni geografiche, viene considerata italiana.
[ KALPORZ
- Hamilton Santià ]
Finalmente sono tornati i Cheap Wine, questa volta con
un rock macinasassi, più che determinati che mai.
Il quartetto pesarese per festeggiare i dieci anni di carriera pubblica
un cd irruento e pieno di energia con testi più che mai rock'n'roll.
Niente fronzoli e puro e semplice rock'n'roll: due chitarre, una batteria
ed un basso, con qualche sporadico intervento di organo, l'armonica e
dei cori.
I Cheap Wine partiti con un evidente omaggio al Paisley
Underground, e non a caso Steve Wynn si è sempre complimentato
per i loro lavori, sin dall'esordio, con questo Freak
Show si sganciano definitivamente dai loro padri putativi,
senza tuttavia rinnegarli (Freak Show),
per dedicarsi ad un rock che ha una struttura maggiormente hard-blues
dove si intrecciano i Four Horsemen e i Black Crowes con più cattiveria
e meno freak (Time For Action).
Exploding Underground ha
un ritmo serrato con una tensione che rende vivissimo il brano e quelle
chitarre che fraseggiano in modo sublime, proprio come l'urlo che sta
esplodendo dai bassifondi, citato nel testo.
Le chitarre circolari di Naked Kings
poi scavano così in profondità, che ti rimettono in contatto
con tanti tuoi vissuti e gli eterni sogni di rock'n'roll del nostro Peter
Pan interiore.
Il testo più bello è sicuramente quella della conclusiva
Evil Ghost, una splendida
ballata il cui testo sembra ispirato a quel "Fiume Sand Creek"
di Fabrizio De Andrè.
Ben tornati Cheap Wine.
[ ROCK ON -
Vittorio Lannutti ]
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Hey Cheap Wine! Congratulations on your
latest CD. I really dig the way each of your records shows an evolution
and change from the previous one. I was shocked and delighted by the opening
track (have you been listening to the Grateful Dead?) and then was thrown
a curveball by each of the songs after that. Nice production, wild guitar,
emotional lyrics--it's all there. Good luck!
[ STEVE WYNN ]
This CD came with no information, so I put it in
the player not knowing quite what to expect. The opening track "I
Can Fly Away" is an acoustic folk-rock offering, with harmony
vocals and an early 70's feel to it. Quite nice, I thought, and waited
for track two - which proceeded to blow my head away. From 'Move Along'
onward the music changes to absolutely top notch hard rock, nothing at
all like that misleading first song. The band come from Italy, and comprise
the Diamantini brothers Marco and Michele, alongside Francesco Zanotti
and Alessandro Grazioli. All of the songs on here are written by the Diamantinis,
with the exception of a superb cover of Dylan's "One More Cup
Of Coffee", where they strip it down to its basics and then
build it up and stretch it out to eight minutes of classic guitar rock.
"Snakes" is pure Americana, with a spectral harmonica
adding to the atmosphere of the chorus, and is topped off with a great
guitar solo. Although Italian, the overwhelming influence here seems to
be Green On Red and other bands at the harder end of the Paisley Underground
movement, while "The Wheels Are On Fire" and "Haze
All Down The Line" bring Zep and Hendrix to the mix, with
pounding riffs and some excellent wah-wah guitar. They end the album with
the eleven-minute "Fade Out", giving the Diamantini's
the opportunity to showcase their superb guitar skills, and the whole
band to finish on a high. A great new group, who have produced an album
which encompasses all the best elements of your favourite classic hard
rock bands. If you want to hear what Italy currently has to offer then
check them out!
[ Peter
Jolly ]
Italy's Cheap Wine's fifth CD is fascinating
collection of music ranging from retro folk to powerful modern rock and
alt singer/songwriter. The folksy "I Can Fly Away"
has sweet vocal harmonies in the CSNY vein. "Move Along"
shakes your soul with a furious guitar punch. "Snakes"
begins with a slightly twisted acoustic passage, before the dramatic but
edgy guitar snarl ensues. Fresh music and excellent musicianship prove
that this act deserves more worldwide notice.
[ MUSIC
MORSELS ]
I am totally blown away by your version of Dylan's
"One More Cup of Coffee" on the new record. To
me, it's the best cover version of the song that I've ever heard... even
better than Robert Plant's recent studio version.
Congratulations on this fourth record. You guys are continuing to get
better and better in the studio and I'm proud of ya.
I will be featuring this record on DarkSide of the Radio.
[ DARKSIDE
OF THE RADIO - Jonathan Hensley ]
Cheap Wine is the hardest working band in
Italy. For five years and five albums they successfully conduct their
rock'n'roll career from Pesaro, a small Italian port on Adriatic Sea.
With each album Cheap Wine approach heart of rock'n'roll closer
and closer. If their first ep was an interesting exercise in genre, and
if their previous album Crime Stories was a nostalgic
and detailed study of rock'n'roll outlaw imagery, then this new album
can't be called a study or exercise, this album is a true-to-heart record,
performed with meticulous originality. Cheap Wine never hid their
influences, but this is their landmark record as they struck right into
the center discovering their own identity. And that's what this record
is about - it's about self emancipation, and self-discovery, not only
of a band searching for their sound, but also of characters described
in the lyrics.
Another key topic here is escape. Characters roam away and disappear to
nowhere after their discovery is confirmed. Musically, songwriting is
solid through the record and guitars are ringing. As usual, the key member
of the band is Marco Diamantini, but this time his brother Michele took
a fair share of creative input producing the record and co-writing nearly
all the songs together with Marco.
There are several songs that feature a gorgeous melodious choir. Cleverly,
the most beautiful choir chant was placed as an opening track to set the
mood and additionally sets apart this album from the rest of their catalog.
Another cool choir song is a wonderful cover of Dylan's One More
Cup Of Coffee.
It is a fact that the music of Cheap Wine is full of American iconography.
You'll hear songs about gunmen, outlaws, desert, Brando, Bonnie and Clyde,
you'll hear about a desperate lover who hits the highway alone discovering
that moving along is the only way to be. It is not a surprise to hear
Italian band singing so eloquently about these things as this country
produces a vast majority of european western sub-culture. Spaghetti westerns,
comic books about independency wars, Indians, Wild West and swamp super
heroes all come from Italy. Obviously this band swallowed all this subculture
and connected it with rock'n'roll. The mixture is dense, deep and very
original.
When the "americana" genre started to wear out in past couple
of years, this Italian band lights up the new path which will hopefully
be followed by some of their american colleagues as well.
[ THE LITTLE LIGHTHOUSE
- Stan Zabic ]
Si pensava che Crime Stories fosse
l'apice della loro produzione discografica e invece i pesaresi Cheap
Wine sono riusciti a fare di meglio. Moving
è il terrificante e straordinario nuovo disco basato sul concept
del viaggio. Una prassi ormai collaudata, se il crimine e i suoi risvolti
psicologici erano l'idea-concetto di Crime Stories,
il viaggio è il motivo trainante di Moving,
una spinta verso quei sogni e quelle illusioni che hanno alimentato fughe,
movimenti, (s)confìni, strade, allucinazioni, furgoni e addii nel
rock n'roll.
I Cheap Wine hanno sintetizzato e metabolizzato il loro immaginario
vagante in undici canzoni dal forte dinamismo, dando prova di una convincente
lirismo (i testi in inglese e in italiano sono disponibili nel booklet)
e di un formidabile impatto sonoro, reso possibile dall'ottimo lavoro
dei singoli musicisti e dalla produzione di Michele Diamantini, chitarrista
dalle grandi risorse (da tempo continuo a metterne in evidenza le qualità,
uniche nel panorama italiano) il cui suono caratterizza tutto il disco.
Registrato tra febbraio e giugno presso la Studio Castriota di Marzocca
(Ancona), lo studio che ha generato tutti i cinque Cd finora realizzati
dai Cheap Wine, Moving
è un potente attestato di rock urbano chitarristico, una tempesta
elettrica sostenuta da una sezione ritmica vibrante e micidiale e da assoli
di chitarre che sono un vortice di note e distorsioni. Ancora più
"criminale" dello stesso Crime Stories,
Moving
è l'affermazione della forza, della determinazione
e della statura rock dei
Cheap Wine. Musica profondamente sentita e vissuta, dura e romantica,
che evoca la vita sulla strada e si alimenta di un frullato rock che mischia
Dream Syndicate e Jesse Malin, Bob Dylan e Springsteen, Neil Young e Rolling
Stones, il punk, la psichedelia e i suoni della New York sotterranea degli
anni '70.
Moving
è un disco di rock stradaiolo che ha grandi ballate
e potenti stilettate elettriche. Comincia come nessuno se lo aspetta,
con una canzone corale, fresca e ariosa che sembra uscita di sana pianta
da un disco dei Buffalo Springfield o dei Byrds. I
Can Fly Away, dice bene il titolo, si libera leggera nell'aria,
è ammaliante e mostra una faccia che non conoscevamo dei Cheap
Wine. Scritta dal cantante Marco Diamantini (che si è occupato
di tutti i testi) e musicata da Michele Diamantini. autore delle musiche
di sette brani, I Can Fly Away
con le sue armonie e la sua melodia ha l'appeal di un singolo da radio
americana, coinvolgente e intrigante. Non una canzonetta pop "da
classifica" intendiamoci ma un brano che ha la fragranza e la bellezza
dei singoli degli anni sessanta, quelli che hanno fatto la storia del
pop e del rock prima che arrivassero gli ellepi.
Subito si volta pagina, il seguente Move Along
vi sbatte senza tanti complimenti su una autostrada di notte, raccontando
una storia di una fuga.
Marco la introduce con una voce disperata e con i fraseggi di una chitarra
acustica prima che il resto della band entri di prepotenza al ritmo di
una macchina impazzita che corre oltre il confine.
Selvaggia ed elettrica, Move Along
è la faccia cattiva dei Cheap Wine, un rock da ultima spiaggia
duro, ossessivo e rabbioso. Michele Diamantini fa sfracelli con la chitarra,
erutta un sound che è figlio di Telecaster e altre frizioni elettriche.
Chi lo ha visto dal vivo sa di cosa sto parlando ma Moving
ha il pregio di aver trasferito in studio la sua potenza e le sue invenzioni
senza perderne una briciola.
Più sincopata è Snakes,
ossessiva nei suoi singhiozzi e pericolosa nella sua rivendicazione del
crimine come soluzione rivoluzionaria. Si citano Bonnie e Clyde ma quello
che mi viene in mente, tra tanta pazzia e disperazione, è la fuga
senza speranza di Kit e Holly in La Rabbia Giovane, il film di Terence
Malick (recentemente distribuito in dvd da FilmTv) che ha influenzato
la scrittura di Nebraska.
Punk oltraggioso è The Wheels Are On
Fire con le chitarre che sono ruote in fiamme e la sezione
ritmica un rullo compressore. Zano Zanotti è in delirio e prende
a martellate il mondo, Fruscio Grazioli usa il basso come un mitra mentre
Marco cita Bruce, Neil, Keith, Mick e Brando e Michele distorce e va di
wah wah come se di lì a poco arrivasse anche Hendrix. E difatti
qualcosa del grande Jimi c'è in Moving,
se non altro nel titolo di Haze All Down The
Line, rimandi a una foschia che un tempo era rosso porpora.
Ma è City Lights a
mettermi k.o. Il titolo mi porta, per qualche analogia, a Nightlights
di Elliott Murphy e difatti il brano per buona parte è una ballata
che Marco canta creando un tangibile stato di attesa e di tensione. Sembra
una cosa delicata a metà tra la New York di Elliott e certe ballate
degli Stones ma poi arriva il terremoto. Entra in campo la chitarra di
Michele e allora quella che era una ballata diventa una deflagrazione.
Una scalata al cielo con bagliori di energia elettrica, un commovente
e crudo lungo assolo di Telecaster che vi spedisce nei pressi dell'olimpo
del rock'n'roll, vicino a mostri sacri come Stairway To Heaven e Freebird.
Un brano formidabile.
Ma le sorprese non sono finite perché quando arriva Loom
And Vanish le carte si confondono. Sebbene l'armonica e
il cantato sonnacchioso di Marco sembrino introdurre il Neil Young di
On The Beach, è un'atmosfera rarefatta e spaziale da Pink Floyd
a prendere piede, salendo dalle corde delle chitarre e dall'organo di
Alessandro Castriota e diffondendo un inusuale (per i Cheap Wine)
clima di calma estatica e rilassatezza.
Un'ottima trovata, che fa breccia nel granitico muro sonoro dei Cheap
Wine allentando un po' la tensione. Ma è solo una pausa perché
I Got Gasoline morde come un
punk e Shakin' The Cage distorce
un nervoso folk-rock alla maniera dei Cheap.
C'è ancora tempo per altre due perle. Sono la versione di One
More Cup Of Coffee di Dylan che inizia con dei coretti
degni degli Eagles di Hotel California ma che Michele "salva"
con la sua arma a sei corde costruendo la più esaltante delle ballate
rock. Non per niente ad un certo punto viene in mente lo Springsteen di
Prove It All Night, ai tempi degli assoli fulminanti dal vivo, quando
la sua Telecaster era il simbolo dell'America rock. Una lunga cavalcata
elettrica, che va a braccetto con City Lights.
Poi c'è il finale. Se dal punto di vista lirico Fade
Out è un po' il punto climax di Moving
con quella certezza di "essere riusciti a placare la tempesta,
interrompendo il conflitto dentro di noi, liberando il peso morto sull'autostrada
e scomparendo in una nuvola di sabbia", dal punto di vista sonoro
il brano prosegue la tendenza iniziata ai tempi di Ruby
Shade con Mary ovvero quello del pezzo lungo
e conclusivo (più di dodici minuti) devastante e devastato, che
offre ai singoli componenti della band la libertà di spaziare e
improvvisare, dando vita a un happening sonoro suggestivo e psichedelico.
Elettricità, assoli, distorsioni, pause ed esplosioni inscenano
un orizzonte sulfureo e acido in cui è facile trovarci vecchia
psichedelia e fremiti underground in un'atmosfera dissonante e visionaria.
Un brano che non lascia scampo e non concede repliche. Come se alla fine
dello show i quattro musicisti, storditi da un simile viaggio stellare,
se ne andassero nella notte ognuno per conto proprio, ammutoliti e rivoltati,
lasciando gli strumenti ancora caldi sul palco. Una conclusione shock,
degna di un viaggio senza ritorno. Questo è Moving.
[ BUSCADERO - Mauro
Zambellini ]
Difficile, davvero difficile, non subire il fascino dei Cheap Wine.
Per tanti motivi, tutti validissimi: si autoproducono in modo professionale,
si danno molto da fare per promuovere al meglio la loro musica in Italia
e all'estero ma non cercano di imporre la loro presenza, se ne strasbattono
di non essere trendy, non leccano culi... e, soprattutto, suonano alla
grande, come ben pochi hanno fatto prima - almeno nell'ambito dello stile
che da sempre frequentano, quello del rock di scuola americana - nella
nostra Penisola.
Sì, i Cheap Wine sono proprio un gruppo magnifico,
anche se non pretendono di inventare qualcosa di nuovo e si accontentano
- alla loro maniera, comunque, e con il sostegno di una qualità
di scrittura da fare invidia ai maestri del genere - del solco di una
tradizione gloriosa dove il folk, la psichedelia, il punk e il blues si
abbracciano con sempre irrefrenabile passione, ora lasciandosi andare
in impetuosi amplessi e ora indugiando in morbide carezze. Il tutto omaggiando
quei Dream Syndicate e quei Green On Red dei quali l'ensemble
composto da Marco Diamantini (voce, armonica, chitarra ritmica), Michele
Diamantini (chitarra solista e cori), Alessandro Grazioli (basso) e Francesco
Zanotti (batteria) rimane uno dei più dotati eredi, sebbene le
esperienze raccolte negli anni e la naturale ricerca di una propria identità
lo abbiano progressivamente allontanato dai due modelli... che però
sono lì, a sorridere compiaciuti e a benedire i loro figlioli mediterranei
come accade ad esempio nella cadenzata Snakes
(che cita in qualche modo Dan Stuart persino nel titolo) o nell'estatica
City Lights (dove Marco è Steve Wynn e Michele Karl
Precoda, e che provino a negarlo se ci riescono).
Sorta di concept dedicato al tema del viaggio, tra strade urbane bagnate
dalla pioggia e blue highways illuminare dalla luna, Moving
è un intenso, splendido album di roots'n'roll in perfetto
equilibrio tra evocatività e irruenza, tra dolcezza e cattiveria,
tra entusiasmo e malinconia; un disco che porrebbe tranquillamente essere
il parto di una band californiana o texana, in ogni caso statunitense,
e che nessuno riterrebbe mai nato tra la Pesaro dove i Nostri abitano
e l'Ancona dove ha sede lo studio in cui è stato registrato. Miracoli
di una musica che ormai inizia ad appartenere anche all'Italia - perché
colonizzazione e globalizzazione non significano per fortuna solo McDonald's
e finti talk show - e che nelle mani giuste sa come far esplodere la sua
travolgente, sanguigna poesia; e non è davvero semplice, da noi
così come in Europa, trovare mani più giuste di quelle dei
quattro marchigiani, come implicitamente confermato dal fatto che i precedenti
lavori dei Cheap Wine - il mini Pictures
pubblicato nel 1997 dalla Toast e gli album A
Better Place, Ruby Shade
e Crime Stories, editi in regime di
autarchia nel 1998, nel 2000 e nel 2002 - hanno tutti goduto di programmazione
radiofonica e raccolto lusinghieri consensi dall'altro versante dell'Atlantico.
Autoprodotto come i suoi ultimi tre predecessori con il marchio Cheap
Wine Records, e distribuito nei negozi dalla Venus al prezzo consigliato
di 13 euro (è però possibile acquistarlo anche all'indirizzo
www.cheapwine.net), Moving
è la definitiva conferma dello spessore di un gruppo
italiano per sbaglio: nutriste dubbi sul nostro giudizio, fidatevi
delle vibrazioni e delle emozioni trasmesse da questi quasi settanta minuti
di eclettiche cavalcate chitarristiche, più o meno equamente divisi
tra assalti tanto ruvidi quanto melodici e ballate dove dominano le atmosfere
ombrose; con l'impeccabile cover personalizzata di One
More Cup Of Coffee di Bob Dylan a mo' di ciliegina
sulla torta, a sottolineare che i ragazzi rispettano i mostri sacri ma
non temono, con umiltà, di confrontarsi con loro.
[ MUCCHIO SELVAGGIO
- Federico Guglielmi ]
I Cheap Wine tornano sul mercato con un compito difficile: quello
di dare un seguito a quel capolavoro di rock prodotto in Italia che è
Crime Stories uscito nel 2002.
Il nuovo disco si chiama Moving e
con il predecessore ha molte analogie che vanno dal tema unico affrontato
nei testi, allalta qualità della struttura musicale che ha
davvero pochi eguali nella nostra penisola. Pur restando ancorato saldamente
alla propria cifra stilistica che guarda al roots rock americano, che
ha come nomi tutelari i padrini Young e Dylan, seguiti dai figliocci che
ci hanno fatto sognare a metà degli anni ottanta, partendo dai
margini di una Los Angeles dalla vena psichedelica, il nuovo album mostra
interessanti variazioni sul tema che segnano una certa diversità
rispetto ai predecessori.
Se in Crime Stories era il crimine
ad essere raccontato in diverse sfaccettature, in Moving
si affronta il tema del viaggio. Niente di nuovo sotto questo profilo,
visto che molti artisti si sono cimentati al riguardo. Ma questo non è
un ostacolo, nè Marco Diamantini si arroga il diritto di dire qualcosa
di nuovo. Definiamolo un esercizio di stile su un tema classico che sollecita
una chiave di lettura particolare, visto che il viaggio viene sempre analizzato
nella sua fase di partenza, nella voglia di utilizzarlo per affrontare
lignoto, voltare pagina, tendere a scoprire cose nuove, e mai si
arriva alla sua conclusione. Partire in questo caso non è per niente
morire, quanto piuttosto un modo per rinascere anche se non si ha nessun
posto dove andare, come ha insegnato Springsteen.
La notte è unaltra costante delle splendide canzoni di Moving:
per niente nemica, semmai complice nel realizzare i sogni, nello spegnere
la frustrazione che portano amori finiti o lavori poco soddisfacenti.
Sul piano strettamente musicale le novità stanno tutte nel ruolo
di maggiore protagonista che il gruppo ha ritagliato per il suo asso.
Michele Diamantini si è assunto un maggiore onere compositivo,
oltre ad occuparsi in toto della produzione dellalbum. Ne consegue
che il disco suona decisamente più rock, pur se equamente diviso
tra pezzi killer dove la sua chitarra si esalta, e ballate dai toni soffusi
che respirano laria polverosa del deserto, quanto la solitudine
dei viaggi sulle backstreets affrontate di notte.
Blues, punk, folk e psichedelia si fondono come sempre al meglio, con
la costante delle chitarre sempre in primo piano, sostenute dal basso
di Alessandro Grazioli e dalla batteria di Francesco Zanotti ancora più
efficace (se possibile) che in passato, anche se, a mio avviso, le atmosfere
delle tastiere di Castriota vengono colpevolmente tenute un po in
retroguardia. Emblematica in questo senso è la bellissima versione
di One More Cup Of Coffee di
Bob Dylan prima cover inserita in un album del quartetto pesarese.
Difficile fare una graduatoria dei singoli brani, anche se una citazione
doverosa la merita liniziale I Can Fly
Away che riporta indietro lorologio della storia
catapultando lascoltatore in piena summer of love. Un brano atipico
che forse spiazzerà un tantino i fans, ma che risulta essere non
un mero esercizio di stile, quanto un possibile (?) approdo futuro. E
se brani come Move Along e
The Wheels Are On Fire rinverdiranno
i successi di brani come Behind The Bars
e Waiting For A Fight altre
canzoni spezzeranno i cuori dei rockers, come ad esempio City
Lights o la stupefacente (in tutti i sensi) Fade
Out che entrerà in seria competizione con Temptation
nei futuri live.
In definitiva per Moving non si può
non usare, per lennesima volta, il termine capolavoro.
Per me disco dellanno.
[ ROCKIT - Eliseno Sposato
]
Non so se vi siete mai arrovellati nella ricerca della musica ideale
per i vostri viaggi. Non so se avete mai sentito il bisogno di trovare
la canzone perfetta per voi, la vostra auto, la strada che vi state lasciando
alle spalle e quella che ancora vi separa dalla vostra meta (sempre che
ce ne debba essere una).
Beh, per il sottoscritto la ricerca è ormai finita. I Cheap
Wine hanno regalato a noi ed ai nostri lettori-cd un capolavoro dalla
bellezza disarmante.
Questa non è la solita recensione, non ci saranno riferimenti a
mostri sacri, parallelismi, paragoni, somiglianze.
Questo è un ringraziamento.
Grazie ai Cheap Wine, che vanno avanti per la loro strada, a partire
dal loro primo mini-cd, Pictures,
datato 1997, che si autoproducono da sempre, che suonano rock come pochi
avevano mai fatto in Italia.
Grazie ai Cheap Wine che ci hanno regalato questo Moving,
concept album sul viaggio, 70 minuti di emozioni intense e genuine. Moving
è un disco che strega all'istante, sin dalla traccia dapertura,
I Can Fly Away, pezzo acustico e corale che ti porta
a staccarti da tutto, che ti accompagna lontano
finalmente.
Il disco è un tesoro di undici tracce adatte per qualsiasi occasione,
per qualsiasi panorama, per qualsiasi stato d'animo
per qualsiasi
stato di confusione ed alterazione.
La musica è di quelle che guidano la mano verso la manopola del
volume per "sterzarlo" decisamente verso lalto, lasciando
il suono del motore in sottofondo. Non lo cancella, ma quasi lo valorizza,
unendosi in simbiosi con le immagini che ti sfrecciano di fianco.
E non importa se non c'è nessun posto dove andare, perché
l'importante è non fermarsi, in ogni caso.
I Cheap Wine riescono con sorprendente agilità a saltare
da ballad emozionanti a staffilate di puro rock sanguigno, da sezioni
ritmiche che scandiscono l'avanzare del tempo a battiti frenetici e senza
respiro.
I quattro pesaresi, nello snodarsi del disco, quasi ci guidano nella spinta
del piede sull'acceleratore.
Ed è così che in The Wheels
Are On Fire (Le ruote sono in fiamme) finisci con il ritrovarti
in una specie di paradiso della musica dove Jimi Hendrix e Bruce Springsteen
ridono in un furgone, Dylan canta "Hurricane", i Rolling Stones
sono sballati come sempre e ruotano in una danza selvaggia, Neil Young
è insieme a Marlon Brando e Jim
beh, Jim è già
lontano.
Oppure potresti immergerti nella foschia di Haze
All Down The Line abbandonando lansia di tutti i
giorni e smettendola di dar retta alle stronzate.
Le canzoni tendono a dilatarsi, allungarsi, preda di uno stato di tensione
che, sembra un'idiozia, è stranamente rilassato. Ogni pezzo è
una spirale di emozioni impossibile da classificare, su tutti la stupenda
City Lights, ballata acustica
ed intensa che, con il passare dei minuti, si trasforma in un muro di
suono distorto
di quelli di alta qualità, che non ha la sfacciataggine
di impennare i decibel fino al cielo, ma li tiene ben ancorati e dosati,
sulla soglia dell'esplosione finale.
Le chitarre di questo Moving sono
capaci di portare chiunque in un viaggio parallelo, da acustiche a blues,
da
"allucinate" alla distorsione pura, dai wah wah agli
assoli che vorresti non finissero mai; mai suonate nella ricerca del preziosismo
tecnico, quasi borioso
bensì semplici ed in una maniera così
ben incastonata che difficilmente riesci ad immaginare un modo diverso
in cui potessero suonare.
I Cheap Wine hanno un feeling speciale con la musica o musicalità,
su questo c'è ben poco da dire.
Questo è un disco da avere a tutti i costi, perché è
ben suonato, perché è ben realizzato, perché è
profondamente rock, ma soprattutto perché è emozionante.
Ed in fondo, cos'è che cerchiamo nella musica se non quelle note
capaci di emozionarci all'infinito?
[ RADIO CIROMA - Luigi
Gaudio ]
Impossibile parlare di attitudine indipendente in Italia senza tirare
in ballo i Cheap Wine. Esemplare, in tal senso, il percorso
dei quattro marchigiani che, dopo un primo EP targato Toast (“Pictures”,
1997), hanno sempre perseguito la strada dell’autoproduzione, mantenendo
così il completo controllo su ogni aspetto della loro vicenda musicale.
Discorso che, naturalmente, si ripropone per il loro quarto album, Moving,
sorta di concept incentrato sul tema del viaggio.
Un viaggio su strade desolate e desertiche, fatto di canzoni che si inseriscono
a buon diritto e – fondamentale! – con spiccata personalità
nel filone del più tipico rock elettroacustico a stelle e strisce
(da Springsteen ai Dream Syndicate), ma che non rinunciano a ibridazioni
assortite e sapide deviazioni folk-pop-psichedeliche (I
Can Fly Away). Gradito bonus, una riuscita ripresa della
dylaniana One More Cup Of Coffee.
Non fatevi distrarre da mere questioni di genere: non ce ne sono molti,
da noi, di gruppi così.
[ LOSING TODAY
- Giacomo Marrone ]
Rimango meravigliato sempre più ad ogni uscita discografica dei
Cheap Wine. Ricordo ancora il giorno in cui acquistai il loro primo
mini Pictures in un compianto negozio
di dischi di Rimini (New Note) e da allora con immutato affetto seguo
la formazione pesarese passo dopo passo.
Questo Moving è il disco più
bello e convincente della band!
Partiamo dai suoni che sono di una purezza cristallina le chitarre come
mai fin ora riescono a ricamare tessuti melodici di rara bellezza (City
Lights) o ad abbracciare sonorità mai toccate come
nell'iniziale I Can Fly Away.
Gli orizzonti musicali della band sembrano essersi aperti a soluzioni
melodiche fin qui mai sperimentate, rock sì, ma i riferimenti ai
'60, '70 e '80 ci sono tutti. Ecco che allora questo Moving
diventa viaggio non solo come ambientazione lirica ma un viaggio musicale
vero e proprio.
11 canzoni che raccontano ognuna una storia diversa che ci porta più
volte in territorio statunitense perchè le loro ballads e rock-songs,
è da li che prendono origine. Le chitarre di Move
Along corrono su lunghi interminabili rettilinei ed i serpenti
di Snakes sembrano usciti dalle
polverose strade di una città abbandonata ai confini del Texas
ma l'urbana The Wheels Are On Fire
ci riporta ad una diversa realtà anche se l'armonica e la chitarra
tracciano due linee di unione ben marcate. Haze
all Down The Line è così potente da toglierti
il respiro. Pascoli sconfinati sono quelli che vengono dipinti dalla slide
di Loom And Vanish mentre
I Got Gasoline sembra un eufemismo visto la carica
di ottani che sprigiona tutta la canzone. One
More Cup Of Coffee è una splendida ballata dylaniana
sofferta e palpitante con le chitarre che ne escono ancora una volta vincitrici
con quel solo di due minuti che vorremmo non finisse mai.
Se dovessi scegliere un singolo questo sarebbe Shakin'
The Cage frizzante e spregiudicato, con un ritornello orecchiabile
e dalla atmosfera gioiosa: grande canzone! Il disco si conclude sfumando
con Fade Out... (ops! perdonate
il gioco di parole!) ipnotica ballata dalle cadenze psichedeliche, altro
grande pezzo, 12 minuti che concludono alla stragrande uno dei dischi
più belli di questo 2004!
Il mio consiglio spassionato a tutti coloro che amano il rock è
di correre ad acquistare questo disco italiano che per soli 13 euro vi
offre 1 ora abbondante di grande, grande e ribadisco grande musica, superbi
assoli, strepitose chitarre, sensazionali cori, per un un grande disco
ITALIANO e se il rock vive e pulsa è anche merito dei Cheap Wine!
[ BACKSTREETS -
Gabriele Guerra ]
E' facile intuire come finirà il novanta per cento delle recensioni
e dei commenti a Moving dei Cheap
Wine: si meriterebbero di più. Invece no: si meritano questo
disco, così come ce lo meritiamo noi, punto e a capo. Intuire il
senso di questo passaggio non vuol dire soltanto capire l'intima essenza
di Moving (che è uno splendido
disco), ma anche percepire le radici primordiali del rock'n'roll e la
sua ultima libertà.
Piccola parentesi industriale: i Cheap Wine hanno avuto un estemporaneo
rapporto con una parvenza di etichetta discografica. Risultato: un fallimento
all down the line. Dato che sono ragazzi svegli, da allora (erano
i tempi di Pictures) in poi i dischi
se li producono (e se li vendono da soli) e sono uno meglio dell'altro.
Moving ha qualche motivo in più
per essere ricordato perché, pur non essendo una svolta netta rispetto
a Crime Stories, Ruby
Shade o A Better Place,
da una parte si avvicina moltissimo ai Cheap Wine live e dall'altra
mostra uno spettro di sonorità non del tutto inedito, ma che finalmente
il gruppo dei fratelli Diamantini padroneggia come proprio.
Le sorprese cominciano subito da I Can Fly
Away, che sembra un reperto della Summer of Love: chitarre
acustiche, psichedelia, le voci che armonizzato e s'intrecciano, i Jefferson
Airplane nell'aria. Eterea e bellissima, almeno quanto la versione di
One More Cup Of Coffee (Bob
Dylan) dove una chitarra acidissima s'infila tra le note del piano, dimostrando
che i Cheap Wine hanno allungato il passo. Qui gioca un ruolo di
rilievo Marco Diamantini che schiva l'ennesima imitazione di Bob Dylan
per regalarci una versione vocale personale e molto profonda.
Tra questi due estremi soffusi, ci stanno poi i Cheap Wine maturati
dall'esperienza on the road, a cui il titolo allude senza remore: le furie
chitarristiche di Move Along,
The Wheels Are On Fire e Haze
All Down The Line (un grande titolo che in un colpo associa
Jimi Hendrix e Rolling Stone), I Got Gasoline
convivono senza problemi con la psichedelia di Loom
And Vanish e Fade Out
(e qui sembra di sentire persino i migliori Pink Floyd), con il drive
springsteeniano di Shakin' The Cage,
il turbinio blues di Snakes
e con una ballata come City Lights.
Ancora una volta, il titolo qui nasconde un (forse inconscio) tributo
alla Beat Generation (la City Lights di San Francisco, dove tutto ebbe
inizio), ma è tutto Moving
ad essere impregnato all'epica della vita on the road che, ieri ed oggi,
è più la vita delle rock'n'roll band che dei poeti. Fedeli
fino in fondo a queste motivazioni (sulla strada ci stanno loro, non altri)
i Cheap Wine hanno fatto tutto da soli e alla produzione hanno
messo Michele Diamantini che, al di là dei suoni, ha avuto l'intuizione
di lasciare scorrere le canzoni, le chitarre e quant'altro forma l'essenza
dei Cheap Wine senza guardare le lancette dei minuti e dei secondi.
Il risultato potrà suonare quindi out of time, ma è rock'n'roll
al cento per cento.
[ ROOTS HIGHWAY
- Marco Denti ]
Moving è un verbo molto rock,
che lo si intenda come un movimento dettato dalla musica o come uno spostamento,
una fuga.
I Cheap Wine lo hanno preso a titolo del loro nuovo disco: nessuno
ne ha maggior diritto di loro, almeno in Italia, visto come ne incarnano
ogni senso, a partire dai personaggi delle loro canzoni, sempre al limite
della legalità e della normalità, e perciò sempre
in fuga.
Moving si riallaccia al precedente
Crime Stories per le tematiche narrative
e sonore, costituendone un nuovo capitolo, ancora più saldo e profondo.
Nel caso vi siate perso gli episodi precedenti, il consiglio è
quello di ricorrere allacquisto direttamente dal sito della band
(www.cheapwine.net) per meglio cogliere la portata di questo album.
I fratelli Diamantini proseguono la loro storia indipendentemente dallambiente
in cui si trovano, anzi, Moving potrebbe
essere inteso anche come una reazione di fronte allappiattimento
che il rock sta subendo.
Ancora più che in Crime Stories
i Cheap Wine suonano ignorando il regime di libertà vigilata
concesso in un disco: la durata dei brani supera ampiamente la media,
sfiorando anche i nove minuti e soprattutto inseguendo ostinatamente un
ideale live. Oltre alle consuete scorribande elettriche, in bilico tra
Paisley Underground e hard-rock, che sono il marchio di fabbrica della
band, cè una dilatazione strumentale, che dà nuova
forza al suono e che lo fa se possibile avanzare rispetto a quanto fatto
in precedenza.
Pur essendo un pezzo acustico, già liniziale I
Can Fly Away è indice di una tensione liberatoria:
il rimando alla West Coast dei Jefferson Airplane e dei Grateful Dead
sfocia in un ritmo finale che ha il battito degli Who, ma è solo
un segnale di quanto verrà poi sviluppato allinterno del
disco.
A livello narrativo, Bonnie & Clyde e Dean Moriarty sono le facce
più identificabili tra i fuggitivi di cui vive Moving.
Allidentikit corrisponde anche una cover di One
More Cup Of Coffee, con la slide di Michele e la voce di
Marco, che lasciano intravedere la sagoma di Dylan solo in lontanza, per
poi cancellarne con furia qualunque traccia con Shakin'
The Cage.
I Cheap Wine si muovono come cavalli allo stato brado, guidati
da un istinto rock che vale più di una coscienza: si permettono
code strumentali, che non sono jam, ma parte organica e necessaria dei
pezzi, con larmonica usata spesso come voce solista in risposta
alla chitarra elettrica. Michele Diamantini ha poi sviluppato un fiuto
per un chitarrismo sanguigno, teso e assetato come un blues, mai abbagliato
da miraggi o da futili obiettivi.
Move Along e Snakes
sono due esempi di come i Cheap Wine sappiano marchiare a fuoco
il rock, caricandolo di forza senza mai lasciarlo in balia di se stesso.
Nei pezzi tirati e soprattutto nelle ballate si respirano unatmosfera
da borderline, unaria di confine, un brivido di ignoto, che richiedono
la massima allerta: Moving è
un disco su cui ogni appassionato di rock dovrebbe mettere una taglia.
[ MESCALINA
- Christian Verzeletti ]
Incentrato sulla tematica del viaggio, nel suo esser sinonimo di libertà
ed indipendenza, questo quinto disco dei marchigiani Cheap Wine
è la conferma della solidità e della maturità raggiunta
da questo gruppo, ammirevole per la coerenza con cui da anni ormai segue
il suo percorso, incurante di mode e tendenze che girano intorno. Fare
del rock di stampo americano in Italia è sempre stato difficile,
per la difficoltà di scrollarsi i riferimenti ai padrini del genere
e raggiungere una cifra stilistica personale.
I Cheap Wine, insieme a Graziano Romani, sono gli unici ad essere
riusciti nellimpresa: se lascolto dei brani di Moving
ogni tanto fa venire in mente Mellencamp piuttosto che Springsteen o Neil
Young, è solo per una sorta di deformazione da appassionati che
fa cogliere anche i dettagli minimi; in realtà queste canzoni vivono
di luce propria: ora incalzanti e stradaioli (Move
Along, Haze All Down The Line),
ora psichedelici ( I Can Fly Away,
Fade Out), ora romantici in
modo struggente (City Lights),
i brani di Moving sono di quelli che
ti entrano nel cuore se hai una certa idea di America. E alla fine il
fatto che ci sia un canzone firmata Dylan (One
More Cup Of Coffee) è solo uno dei tanti motivi,
e non il più importante, per consigliare lacquisto di questo
disco.
[ ID BOX.IT - Giovanni
Distaso ]
Intraprendere un viaggio per allontanarsi dal presente, per ribellarsi
al passato, per fuggire senza meta, questo è il leit motiv di Moving,
ultimo ottimo disco dei Cheap Wine, una della band più interessanti
della scena alternative italiana.
Registrato tra febbraio e giugno 2004 e autoprodotto, è il disco
della maturità della band pesarese guidata dai fratelli Diamantini.
Undici brani per 68 minuti di ascolto, che trasportano l'ascoltatore in
un viaggio che parte dalle atmosfere oniriche di I
Can Fly Away, un brano dalle atmosfere West Coast.
Con Move Along quello che sembrava
un sogno diventa una sorta di incubo da cui liberarsi trascinati dalla
potenza delle chitarre e dell'ottima sezione ritmica. Se il brano successivo,
Snakes, sembra una outtake
di Crime Stories, in cui Marco Diamantini
ripropone la sua voce sofferta da "murder ballader", con The
Wheels Are On Fire e City Lights
il viaggio prende il via alla grande, guidato dallo splendido intreccio
di chitarre elettriche e acustiche. Il disco non cala mai di tono, anzi
è un crescendo di emozioni che culminano nel gioiellino Loom And
Vanish, in cui brilla l'eccellente intreccio tra chitarre acustiche e
Hammond e nella bella cover di One More Cup
Of Coffee di Bob Dylan, che si inserisce alla perfezione
nel contesto di questa sorta di concept-album.
Il finale, con Shakin' The Cage,
in cui citano nel fraseggio di armonica I Want You di Bob Dylan, e l'elettro-acustica
Fade Out, è tutto da
ascoltare con la mente lì sulla strada, la stessa di Jack Kerouac
e Bruce Chatwin.
Un disco emozionante, avvincente come un viaggio senza meta.
[ JAM - Salvatore
Esposito ]
Ne hanno fatta di strada i Cheap Wine: attivi sin dal 1997, giungono
ora con questo Moving al quinto capitolo
della loro discografia.
Ve lo dico subito, Moving è
un disco bellissimo: ben prodotto (e i Cheap Wine si autoproducono
da sempre), suonato alla grande, con il cuore e grande perizia, concreto
e senza troppi fronzoli e, quel che conta di più, è composto
da 11 canzoni, una delle quali One More Cup
Of Coffee di Bob Dylan, passionali ed intensissime.
I Cheap Wine fanno Rock, in tutto e per tutto, un Rock "classico"
e chitarroso che si può tranquillamente ricondurre ai Dream Syndicate
o al Neil Young più ruvido. Il peso dei nomi tirati in ballo potrebbe
far pensare ad un gruppo totalmente rinchiuso nel desiderio di rivisitare
soluzioni già sperimentate da un numero enorme di formazioni soprattutto
dall'altra parte dell'Oceano, ma non è così: i Cheap
Wine hanno maturato col tempo un songwriting personale così
ben definito da impedire sempre alle loro composizioni di scadere nel
banale citazionismo. Per questa ragione brani come l'iniziale
I Can Fly Away, dal sapore sixties e whoiano, Move
Along, Snakes
e City Lights che competono
per la palma di miglior brano del lotto, The
Wheels Are On Fire o la conclusiva, languida Fade
Out spiccano sempre per la loro concretezza ed onestà,
dove una ricerca melodica attenta si mischia ad un uso preponderante delle
chitarre, per creare un unicum solido ed intentissimo.
I Cheap Wine non inventano nulla, nè desiderano farlo, ma
la passione che mettono nella loro musica consente loro di essere promossi
a pieni voti. Moving è un disco
incentrato sulla tematica del viaggio, del movimento come eterna fonte
di emozioni. Se il percorso intrapreso dai nostri proseguirà su
questo tracciato, non possiamo far altro che applaudire questa formazione,
segnalando Moving come una delle uscite
migliori di questo 2004 per quanto riguarda il Rock italiano.
Driving across the line, I'm gonna fade away. I got no place to go,
but I'm movin' all the same.
Buon viaggio.
[ LIVE ROCK - Philip
Di Salvo ]
I Cheap Wine, mai paghi di stupirci con effetti speciali, ci offrono
nuovamente un prodotto di classe cristallina dopo il già stupendo
Crime Stories. Un disco di viaggio,
stradaiolo, lungo highways assolate e semidesertiche, musica ideale per
lungi tragitti; in primo piano le chitarre dei fantastici Diamantini,
gli autori più eclettici e "americani" della nostra penisola.
Un disco arrangiato con sensibilità d'altri tempi, che riesce a
mescolare sapientemente scure atmosfere elettriche e distorte a ballate
psichedeliche e corali come I Can Fly Away,
e ancora a chitarre nervose e taglienti come fulmini, offrendoci uno spaccato
sempre in bilico tra dolcezza e rudezza, tra aperture e chiusure, come
in una continua prova di equilibrio, come in effetti è la stessa
vita.
E dunque, ancora una volta siamo a parlare di un ottimo lavoro, che premia
nuovamente la scelta consapevolmente autarchica della band (13 euro distribuzione
Venus), e che consigliamo spassionatamente a tutti gli amanti del rock
e senza distinzione, per tutti gli amanti della buona musica.
[ CARTA IGIENICA
- Fuzz ]
Quarto full-lenght per i Cheap wine, formazione poco nota al grande
pubblico italiano ma che nel
tempo ha saputo farsi apprezzare anche e soprattutto oltreoceano.
Moving è dylaniano nei testi,
nelle tematiche e nei suoni; il tema del viaggio è il concept
di un
album che parla di ribellione, indipendenza, fuga da un luogo sempre e
perennemente
instabile.
Moving è un lavoro poco patinato
che riesce a mantenere un concept forte ed empaticamente
coinvolgente, cavalcando con grande sensibilità tematiche classiche
del rock autoriale.
Lo schema di composizione è imperniato su una chitarra acustica
iniziatica che scandisce e
accompagna l'ascoltatore durante il viaggio; l'incrocio acustico-elettrico
fa da sfondo al racconto.
Confini, foschia, luci, fiumi e metropoli lungo le strada di un rock solcato,
consolidato, suonato
con passione.
Si passa dalle atmosfere musicali più riflessive (vedi I
Can Fly Away e City Lights)
a locali
fumosi e di passaggio (vedi The Wheels Are
On Fire e Haze All Down The
Line).
Bellissima la traccia finale Fade Out,
che segna l'unica possibile fine di un viaggio
incessantemente alla ricerca di un luogo da abbandonare: la dissolvenza.
Niente di nuovo, ma tutto stilisticamente perfetto: non c'è che
dire, Moving è un
concept-album davvero emozionante.
[ ALTERNATIZINE
- Stefano Bernardi ]
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