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Freak Show - Moving - Crime Stories - Ruby Shade - A Better Place - Pictures



CD: "Freak Show" (2007)

Freak Show is great. My favorite of Cheap Wine CDs yet. Really energetic but with a really good variety of sounds and styles. Congratulations to the band! It's good to keep getting better, that's the idea, isn't it?!
[ STEVE WYNN ]

 

Each CD by Cheap Wine is better than the last, so I think Freak Show is your best yet. I'm going to spin it on my radio show at KXCI
[ AL PERRY ]

 

This is Cheap Wine’s fifth album, and as I loved the last so much it was a welcome surprise when it dropped through the letterbox courtesy of Stone Premonitions. This Italian four-piece play rock music as it should be played – loud and snotty, with riffs and solos aplenty and a total disregard for the niceties of fancy production techniques. From the brilliant cover art to the great songs, this whole package just cries out to be heard, but I am just afraid that because they hail from the continent this group will be overlooked by everyone but the few lucky fans in the know. It has been three years since their last album ‘Moving’, but the band sound as good as ever, and with lyrics in English and a distinctly American rock sound they should really appeal to a very wide audience. Check out Exploding Underground or Kenny Bring Me Down to hear some superb hard rock, or Nothing Left To Say for a Dylan-influenced ballad. For the title track they pull out all the stops, from Michele Diamantini’s feedback-drenched solo to the riff that holds the whole song together - it sums up the band in one song. Jugglers And Suckers is good old fashioned rock and roll, hard and heavy with the added bonus of an organ solo. Evil Ghost winds thing down with a ballad, but as it is a Cheap Wine ballad they use the last six minutes of this nine minute epic as a springboard for one of Diamantini’s best solos, ending this fine album on a high. It is good to know that there are still bands out there that cherish the classic rock sound, and Cheap Wine are one of them. Check out their website at www.cheapwine.net for more info (much of it in Italian, I am afraid, but there are some English snippets) and samples from their five albums.
[ Peter Jolly ]

 

CHEAP WINE - “Freak Show” - CLASSIC ROCK ALBUM OF THE MONTH APRIL, 2007
7 reasons to like Cheap Wine:
1. The great cartoon artwork on their CD.
2. The great My Space site with 4 songs from the album and extracts from "You Tube".
3. Their list of influences includes Neil Young (Comes out particularly on the grungy title track)
4. Their list of influences includes Bob Dylan (Comes out particularly on the acoustic ballad- guitar, piano, organ, harmonica - Nothing Left To Say) This is not the only acoustic track - this band does not go just for power - witness the stunning finale Evil Ghost!
5. Their list of influences shows, for a young band, they’ve done a lot of listening and know their history. (The list includes various rock ‘n’ roll greats, jazz and blues legends and Billie Holliday!) Time for Action adds vintage AC/DC to their list!
6. The power and majesty of Naked Kings (All 6:26 of it) shows a pedigree dating back to The Allman Brothers and The Rolling Stones. It’s not the longest song and the only one that brings back memories of The Allmans, especially the slide guitar - that honour goes to Evil Ghost (9:40)
7. The striking musicianship right throughout the band- listen to the rhythm section on songs like Kenny Bring Me Down.
Cheap Wine are one red hot Italian band!
Freak Show is available through iTunes, CD Baby and by visiting www.myspace.com/cheapwinenet or www.cheapwine.net
Oh, and I forgot to mention there is also a message in their music!
[ ZEITGEIST - Phil Jackson ]

 

 

Proseguono sulla strada dell'autoproduzione i fieri Cheap Wine che con Freak Show brindano ai dieci anni della loro attività. Hanno iniziato nel 1997 con il mini cd Pictures e hanno continuato impavidi, incuranti della poca attenzione che il pubblico e il mondo discografico ufficiale ha riservato loro, cambiando spesso scenari (dalle strade di Springsteen al Paisley Underground di Green On Red e Dream Syndicate, dalle ballate di Dylan e Young al rock urbano tinto di psichedelia) ma tenendo fede ad una idea di rock classico ed elettrico che è stata apprezzata anche in Europa e negli Stati Uniti.
Con il 2000 la loro produzione si è fatta più curata e uno dopo l'altro sono usciti album dalla bellezza esemplare che hanno mostrato maturità di scrittura nelle canzoni, fantasia nei temi scelti come concept dei dischi e grandi miglioramenti a livello sonoro, confermati anche nei loro infuocati ed esaltanti live shows. Ruby Shade, Crime Stories e l'ottimo Moving, un album che il Buscadero ha incluso tra i migliori dischi del 2004, costituiscono le tappe di un avventura discografia che ha portato i Cheap Wine ad essere il migliore gruppo rock italiano, almeno per quanto riguarda quel rock che non insegue mode e facili successi ma si colloca sulla scia della grande tradizione del genere.
Moving ha comunque chiuso un ciclo e Freak Show ne apre uno nuovo all’insegna di una musica più aggressiva e diretta dove sono le chitarre dello splendido Michele Diamantini e la ritmica a palla del muscoloso Zano Zanotti e dello "spietato" Fruscio Grazioli a dettare legge.
Dalle nove tracce del nuovo disco esce un rock duro, teso e adrenalinico che lascia poco spazio alla ballata (due in tutto l'album) e invece si fa portatore di sound serrato e compatto che non concede tregua e che nei risicati ma perfettamente bilanciati 41 minuti e mezzo del disco mostra tutta la sua potenza ed energia.
Il risultato è a tratti esaltante perché le canzoni, quasi tutte frutto della musica di Michele Diamantini e dei testi di Marco Diamantini, si susseguono come fucilate di una splendida battle of rock e legittimano un insieme che ora suona come vera rock band. Se in passato difatti, a volte, sembrava che i Cheap Wine fossero la band di un songwriter, Marco Diamantini, che si cimentava in ballate che stavano tra Dylan, Young e Dan Stuart e lasciava al gruppo isole sonore apparentemente separate adesso la situazione è cambiata, Michele ha più peso a livello di suoni e produzione, le parti vocali sono amalgamate meglio nel tessuto sonoro e i Cheap Wine suonano compatti, solidi, spudoratamente rock e tutti i musicisti sono sullo stesso piano.
Messe quindi da parte le suggestioni cantautorali, l'ariosità west-coast pop dell'originale I Can Fly Away e certe bellissime aperture psichedeliche che in Moving si traducevano in momenti estatici (Loom and Vanish) e in fantasie lisergiche in cui era meraviglioso perdersi (Fade Out e prima ancora Mary in Ruby Shade), i Cheap Wine mirano al sodo, si fanno più punk e scelgono la metafora del Freak Show per denunciare un mondo al contrario in cui i pagliacci sono al potere, i mediocri sono in trionfo, i millantatori applauditi, i criminali esaltati, la falsità elargita e invece i saggi sono emarginati, l'intelligenza è torturata e la verità estinta. Il mondo è un unico, gigantesco, decadente Freak Show e i Cheap Wine lo ridicolizzano attraverso testi che non sono politici di per sé ma sono un modo molto semplice e molto rock per denunciare le assurdità della società attuale.
Così, in rapida sequenza si susseguono titoli come Dance Over Troubles, Exploding Underground, Time For Action in cui le esortazioni a non lasciarsi intorpidire dagli idioti che tirano le file del gioco trovano riscontro in un rock al fulmicotone che non dà adito a ripensamenti ma solo a reagire in prima persona contro la cretineria al potere. Solo la quarta traccia dell'album Nothing Left To Say concede una pausa melodica ed è una pausa che si desidera tutta perché qui Marco Diamantini si ricorda di essere un brillante scrittore di ballate e chitarra acustica, piano e voce fanno quello che raramente si è sentito in un disco di Cheap Wine.
Poi il turbine sonoro ricomincia e Naked Kings riapre la danza impazzita attorno alle serpentine chitarristiche di Michele, meno "narcisista" che in Moving ma dirompente come pochi, un vero idolo per me.
Kenny Bring Me Down è concisa ma è uno dei brani che preferisco perché qui in pochi minuti è condensata la pura essenza del rock, Freak Show con la sua metafora è il manifesto dell'album e Jugglers And Suckers pesta duro con quella sezione ritmica che sembra una società tra un fabbro e un martello pneumatico e ospita un inciso di organo (Alessandro Castriota) che fa molto garage sound.
La conclusione è lasciata a Evil Ghost, il solito brano lungo con cui i Cheap Wine sono soliti chiudere i loro lavori. Il pezzo nasce come una ballata evocativa, chitarra acustica, voce, piano e armonica introducono quell'up and down tipico delle cose del genere. Nella loro discografia fa venire in mente City Lights, poi la chitarra prende il comando e in una overdose elettrica trasforma il tutto in una deflagrazione epica che il testo immaginifico evocante poemi medievali e uno scenario eroico rende ancor più imponente. Un testo che si discosta dall'universo lirico del gruppo e avvalora l'accostamento che anche il disegno di retro copertina fa nei confronti dei Blue Oyster Cult di Agents of Fortune.
Esaltato anche dagli splendidi fumetti e dall'accattivante parte grafica di Zano Zanotti, una scelta estetica che contribuisce a dare una immagine "specifica" e coerente al gruppo, sull'esempio di quanto fanno formazioni americane come i Drive By Truckers, Freak Show è per i Cheap Wine quello che per Mellencamp (concedetemi il paragone) è stato Whenever We Wanted, un disco crudo e rabbioso che amplifica la loro inossidabile reputazione rock'n'roll. Adesso non ci resta che vederli dal vivo con il nuovo materiale.
[ BUSCADERO - Mauro Zambellini ]

 

 

E' un po' ritardo rispetto all'inesorabile cadenza biennale che ne aveva sinora scandito le uscite, ma forse lo si deve al fatto che Freak Show, per i Cheap Wine, contrassegna un piccolo quanto significativo assestamento di rotta. Un passo probabilmente necessario, visto che i precedenti Crime Stories (2002) e Moving ('04) già sembravano aver detto tutto, e nel migliore dei modi possibili, circa un rock'n'roll acido e fiammeggiante, roccioso e corrosivo, che in questi anni il quartetto di Pesaro ha interpretato con un furore, una passione e una dedizione alla causa quasi certamente estranei alla maggior parte dei gruppi americani abituati a muoversi sullo stesso tragitto stilistico. Questo non significa, beninteso, che i ragazzi si siano in qualche modo ammorbiditi, che le loro canzoni abbiano perso mordente o che le liriche di Marco Diamantini (perché nessuno gli ha mai detto quanto è bravo a incastrare rime dotate di senso in un idioma straniero?) abbiano rinunciato a descrivere con un pizzico di malinconia e una tonnellata di disincanto le relazioni sentimentali e i desideri di fuga di personaggi ai margini. Non direi che in Freak Show (che per altri versi è una ruvida radiografia di un mondo in preda a un sistema di valori ormai definitivamente corrotto) i Cheap Wine si siano decisi a battere strade nuove con l'intenzione di non tornare indietro; sono però convinto ne abbiano imboccate diverse e con una disposizione d'animo più leggera del solito. Se hanno voltato pagina, insomma, di sicuro si sono divertiti a guardare un entrambe le facciate del foglio, perché i nove brani di Freak Show provano a mettere da parte la rigorosa coerenza formale dei loro altri lavori per andare a comporre una scaletta più ariosa del solito, in cui lo spettro della musica americana viene citato quasi per intero e senza preoccuparsi di saltare da una fisionomia stilistica all'altra. Accade infatti che alle classiche esplosioni elettriche delle iniziali Dance Over Troubles e Exploding Underground faccia seguito una Time For Action inzuppata di soul (notevolissima Marta Graziani ai cori), e che tutta la prima parte del disco culmini in una Nothing Left To Say (splendida) che, complice l'organo e l'arrangiamento "californiano" di Alessandro Castriota, cita apertamente il Dylan di It Ain't Me, Babe per poi scaraventarlo nel bagno di anfetamine di un finale a dir poco arroventato. Altrettanto singolare è l'intreccio elettroacustico della magnifica Naked Kings, anche se le sorprese più consistenti arrivano dalle pennellate glam del trittico Kenny Bring Me Down / Freak Show / Jugglers And Suckers, febbricitanti evocazioni di Chuck Berry così come le intendevano New York Dolls, Heartbreakers o Hanoi Rocks (tutti, com'è ovvio, istruiti dai Creedence), con la sezione ritmica di Alessandro Grazioli e Francesco Zanotti a macinare un impressionante volume di fuoco punk'n'roll e la formidabile chitarra solista di Michele Diamantini che sanguina le sue rasoiate un po' dappertutto. Terminati i dieci minuti di Evil Ghost, che riporta il suono dei Cheap Wine sul mai rinnegato orizzonte epico degli amati Dream Syndicate, ci sarà qualcuno - ne sono certo - che non esiterà a definire Freak Show un'opera tutto sommato "leggera", magari il proverbiale disco di transizione. Per quanto mi riguarda, invece, ritengo abbiano semplicemente capito (e me lo conferma il respiro della produzione dello stesso Michele Diamantini, agli antipodi rispetto al suono saturo e claustrofobico che aveva caratterizzato la riuscita di Moving e che qui non avrebbe avuto molto senso) che non è sempre utile entrare in studio con l'ossessione di dover realizzare l'album definitivo. Le canzoni di Freak Show suonano grintose come al solito, ma rispetto al passato sembrano ancor più naturali e sicure di sé: le ascolto e le riascolto, e davvero non ho ancora trovato alcun motivo valido per non definirle le migliori che i Cheap Wine abbiano mai composto.
[ ROOTS HIGHWAY - Gianfranco Callieri ]

 

 

Strane creature i Cheap Wine: sono fautori di un rock che nel nostro paese è a dir poco marginale, almeno in termini di mercato, eppure non sono dei panda da coccolare. Hanno più le fattezze di quei mostri che allungano i loro minacciosi tentacoli attraverso la grafica di questo nuovo cd.
Con un suono spietato si sono guadagnati la stima degli appassionati e la nostra copertina di questo febbraio 2007: i loro dischi sono esempio di coerenza e di evoluzione, di una proposta che avanza e cresce senza cedere a compromessi.
Ulteriore conferma viene appunto da Freak Show che non sarà coeso come Crime Stories e Moving, ma è comunque un lavoro tutto d'un pezzo: se dal punto di vista narrativo i precedenti erano strutturati sui concetti di crimine e di viaggio, qui le canzoni focalizzano sulla follia umana, chiudendo e aprendo contemporaneamente il cerchio di quel "dark side" che la band continua ad esplorare.
I testi si spalancano verso l'esterno puntando il dito rabbiosi contro figure e comportamenti che infettano il sistema umano. Allo stesso modo anche le canzoni allargano lo spettro sonoro della band: il rock desertico e abrasivo è stavolta scosso da un tiro che sembra provenire dal r&r anni '70 o dal punk scorticato di inizio anni '80. I Cheap Wine bruciano ovviamente tutto alla loro maniera con una veemenza che si fa sentire sin dall’iniziale Dance Over Troubles: "can’t you hear that rockin' sound?".
I suoni sono aperti e l'impatto è aumentato dall'intervento delle vocals che rendono la presa di coscienza corale e feroce: esemplare è la forza soul che rende Time For Action un invito a reagire. Anche le ballate sono più piene del solito grazie all'apporto di Alessandro Castriota: le sue keyboards si insinuano sotto la tensione di Nothing Left To Say, forse il pezzo migliore del disco, mentre un organo corre lungo Jugglers And Suckers.
Il disco è acido e teso, solo nove pezzi, ma non c'è bisogno d'altro.
La forza interiore e sotterranea dell'underground prorompe frontale (Exploding Underground) arrivando ad alzarsi in piedi nella title-track che è il vero manifesto dell'album: Marco Diamantini mette in fila i pagliacci, i banditori e le bestie che affollano il bieco spettacolo del sistema (quello musicale? Quello italiano? O quello umano in generale?), mentre le chitarre e la ritmica rispondono con l'intenzione di far piazza pulita. Un altro marchio di fabbrica è Evil Ghost, ballata conclusiva che stavolta sfuma su fantasmi di guerre e invasioni quanto mai attuali, allungati da tocchi di piano, vocals, organo e armonica.
Attenzione a non perdere il Freak Show dal vivo: promette di essere uno spettacolo molto rock e molto diverso dagli eventi publicizzati dai grandi media.
[ MESCALINA - Christian Verzeletti ]

 

 

Sono tornati. Questi figliocci fedeli di Green On Red (chi se li ricorda?) e di The Dream Syndicate sono tornati ancora più elettrici e arrabbiati che mai.
Sono mosche bianche in un mondo tutto assurdo e capovolto, che non è altro se non uno spettacolo avvilente e decadente (Freak Show), un circo costruito sulla menzogna e l'apparenza (Naked Kings).
Non tutto è perduto, perchè l'importante è non farsi tirare dentro in questo meccanismo perverso di manipolazione collettiva (Jugglers And Suckers) e trovare la forza per reagire e uscire dal nulla (Time For Action) anche se verranno disillusi e presi in giro i nostri sogni più naturali (Nothing Left To Say).
Ed il rock è una delle strade per la salvezza (Dance Over Troubles) quando tutto sembra senza via d'uscita: questa musica pura e semplice, diretta e chitarristica, è ancora in grado di essere un grido di denuncia contro falsi profeti e uomini senza valore, che imperversano a scapito di quelli che potrebbero essere ottimi modelli (Exploding Underground).
Freak Show è tutto questo, alla fine un concept album di una sferzante elettricità, sull'idiozia e la mostruosità intesa come assurdità.
E i Cheap Wine sono in forma e in salute più che mai, tirati come una corda di violino, le loro chitarre ruggiscono e il motore ritmico pompa come un pistone impazzito che non si vuole più fermare.
Signore e signori, benvenuti alo show, si alzi il sipario e via col rock'n'roll.
[ ROCKERILLA - Edoardo Frassetto ]

 

 

A distanza di poco più di due anni dall'acclamato (e non stiamo esagerando) Moving, i Cheap Wine si insinuano prepotentemente ancora una volta nei nostri lettori cd. Non sarà stato facile per i quattro pesaresi rimettersi al lavoro coscienti dei tanti apprezzamenti che aveva riscosso il lavoro precedente. Eppure i Cheap Wine riescono, ancora una volta, a sorprenderci.
Certo, la formula è sempre quella che è diventata un marchio di fabbrica del gruppo, rock massiccio, grezzo, riff ed assoli acidi. Eppure questo Freak Show, per la prima volta forse, si discosta da quelle specie di percorso di maturazione che i Cheap Wine avevano intrapreso dall'ormai lontano Pictures, EP del 1997.
E' inutile negarlo, in un certo senso tutti i dischi precedenti sembravano legati da un filo invisibile, ogni lavoro sembrava l'evoluzione naturale di quello precedente. E allora eccoci tutti ad aspettare il quartetto al varco, a vedere cosa si sarebbero inventati.
Freak Show
è un disco terribilmente rock, dalla musica alle tematiche delle liriche di Marco Diamantini. Se nei precedenti Crime Stories e Moving i concept erano incentrati rispettivamente sul crimine ed il viaggio, il movimento, tematiche care al genere, questo Freak Show mantiene la caratteristica e proietta sulle canzoni denuncia ironiche ed acide di mostri, uomini senza valore che imperversano indisturbati.
Dal punto di vista musicale prendiamo atto di un assestamento negli equilibri dei suoni. Se il songwriting acustico e decadente di Marco, e gli assoli acidi di Michele Diamantini fanno un passo indietro, d'altra parte è la base ritmica che viene fuori con maggiore aggressività e presenza sonora. Il risultato è probabilmente il disco più aggressivo dei Cheap Wine. Esempio ne è il trittico iniziale: Dance Over Troubles, Exploding Underground ("Un urlo sta esplodendo nei bassifondi...ora tieni gli occhi bene aperti") e la splendida Time For Action, base ritmica e riff bestiali mischiati a cori soul che ci invitano a non restare a guardare e a prendere, finalmente, l'iniziativa.
Le cavalcate rock hanno di gran lunga la meglio (in senso numerico), e così ci sono Kenny Bring Me Down, Freak Show e Jugglers And Suckers a circondare la solitaria ballata Nothing Left To Say, seguita a ruota dall'episodio più "Moving-style", cioè Naked Kings, chitarre acustiche in apertura, melodia e rock acido ad alternarsi all'orecchio dell'ascoltatore. A chiudere lo spettacolo ci pensa il ritorno al tono decadente di Evil Ghost, maratona di suoni acustici, pianoforte, organo, armonica e venature elettriche che si inseguono per dieci minuti.
Freak Show
è un disco di granito, tutto d'un pezzo, dove mentre con la testa ti perdi nei riff delle sei corde dei fratelli Diamantini, nello stomaco senti rimbombare i colpi sul rullante di Francesco Zanotti e le ipnotiche melodie dipinte da Alessandro Grazioli al basso.
Freak Show
è un disco di puro rock anche nelle parole, fedele a quello spirito di critica e ribellione che ha sempre contraddistinto il genere.
Che dire, di nuovo complimenti ai Cheap Wine, uno di quei pochi gruppi che riesce a rinnovarsi di disco in disco senza per forza fare rivoluzioni. Quattro ragazzi italiani che suonano come gli americani. Che fanno tutto da sè, dalla produzione alla grafica... che potrebbero insegnare il "Do it yourself" a molti millantatori.
I quattro pesaresi non sono rocker di maniera o per palati sopraffini, possono fulminare chiunque ed è anche arrivato il momento che un mercato impazzito e soffocato dalle mode se ne renda conto.
[ RADIO CIROMA - Luigi Gaudio ]

 

 

Attivi da dieci anni e ormai considerati una delle realtà più consolidate del rock indipendente italiano, i Cheap Wine giungono con Freak Show al sesto album.
Un traguardo importante, se si pensa che i dischi, questi quattro ragazzi marchigiani, se li producono interamente da soli, comprese le splendide copertine e i booklet di cui si fa carico il batterista-fumettista Francesco Zanotti. Laddove Moving del 2004 era un invito al viaggio lontano dalla realtà, Freak Show è la celebrazione rock del circo decadente dei nostri tempi con le ossessioni allucinate della quotidianità (Dance Over Troubles, Jugglers And Suckers), politici sbandati tra destra e sinistra (Exploding Underground), le guerre (Time For Action, Naked Kings) e le piccole follie (Kenny Bring Me Down).
I nove brani sono senza dubbio quanto di meglio i fratelli Diamantini siano riusciti a fare nella loro carriera. Ottimi testi venati di poesia urbana, un grande rock chitarristico e tanta passione.
Nessuna scusa, sarebbe bene che i più se ne accorgessero.
[ JAM - Salvatore Esposito ]

 

 

Dopo aver raccontato le storie del crimine (Crime Stories, 2002) e cercato di catturare il movimento attraverso fotografie di rock elettrico e acustico (Moving, 2004), tornano i pesaresi Cheap Wine con un nuovo disco che cerca di illustrarci il nostro folle e decadente mondo oramai giunto alla deriva.
Indipendenti per scelta e rockers innamorati delle chitarre che cercano di smuovere coscienze, Marco Diamantini e soci scrivono un'altra pagina importante della loro carriera, e lo fanno con 9 brani di qualità encomiabile, rabbiosi e poetici che si rivolgono a chi crede che la salvezza possa scaturire anche da scintille di puro rock'n'roll. Freak Show è semplicemente benzina gettata sul fuoco, scariche elettriche che colpiscono allo stomaco e carezze che lambiscono i nostri visi; l'iniziale Dance Over Troubles e la successiva Exploding Underground macinano riff a rotta di collo ma è con Time For Action che ci rendiamo conto di avere fra le mani qualcosa di più di un semplice disco rock di matrice italiana; "giorno dopo giorno vedo persone che si spengono, rassegnandosi a vivere come schiavi… è il momento di agire…" canta Diamantini mentre una ritmica soul indiavolata fa da tappeto ai cori della splendida voce di Marta Graziani.
La stupenda ballata Nothing Left To Say, metà Dylan e metà Wynn, fa rifiatare per poco, ma ci si ributta subito in quel rock che l'America probabilmente ha inventato e che i Cheap Wine hanno metabolizzato talmente bene da farlo apparire loro al 100%. I cori glam di Kenny Bring Me Down, l'organo punk'n'roll di Jugglers And Suckers e la ballata acustica Evil Ghost, che alterna pianoforte e chitarra e poi si dirama, nei sui 9 minuti, in nebbie di psichedelia figlia del migliore Paisley Underground, non fanno altro che confermare la verità che il vecchio Neil Young cantava in passato. Se il rock non morirà mai, un bel po' di merito va anche a questi ragazzi.
[ MUSIC LETTER - Nicola Guerra ]

 

 

Accostarsi a una produzione dei Cheap Wine significa misurarsi con un immaginario musicale che trae linfa vitale dal lato più selvaggio del rock'n'roll, quello legato all'hard americano, al riff uncinante, alle cavalcate inarrestabili a base di overdrive e vibrare di pelli.
E' stato così sin dagli esordi – correva l'anno 1997 e sugli scaffali faceva bella mostra di sè Pictures – e non fa eccezione questo Freak Show, sesto capitolo della nutrita discografia della band marchigiana.
Un disco che sintetizza le ottime cose già ascoltate nei precedenti Moving e Crime Stories, con in più l'esperienza acquisita in dieci anni di carriera su e giù per i palchi di mezza Italia.
Esperienza che in questa sede consente alla band di spaziare tra il rock sudista à la Black Crowes di Jugglers And Suckers e il punk di Exploding Underground e Kenny Bring Me Down, le atmosfere hard-country-western di Naked Kings e le slide guitars ruffiane di Evil Ghost, episodi in stile Dream Syndicate come Dance Over Troubles e ballads sospese come Nothing Left To Say.
Il tutto senza perdere un minimo di credibilità e dimostrando agli schizzinosi indie-snob abbonati alla sperimentazione tout court – che oltre a rompere gli schemi, talvolta, destrutturano anche qualcos'altro - come si possano mettere insieme quaranta minuti di ottima musica con qualche gancio di chitarra ben assestato e una scrittura coerente.
Tanto di cappello.
[ SENTIRE ASCOLTARE - Fabrizio Zampighi ]

 

 

Esempio tenace di energie e abilità al servizio dell'autoproduzione, i Cheap Wine onorano i loro primi dieci anni con un disco che in qualche modo spezza gli equilibri delle loro precedenti uscite, cariche di un bellissimo guitar-rock americano che però aveva finito per livellarsi, mostrando il proprio diritto a sentirsi nuovamente giovane e piacente. Freak Show è dunque il lettino da chirurgo plastico su cui i fratelli Diamantini hanno adagiato il loro suono per ritoccarlo. Ecco quindi la voce di Marta Graziani che dopa Time For Action portandola su quote quasi Bellrays e le chitarre tracimare nel glam di Kenny, Freak Show (con echi dei tardi Boohoos) e Jugglers And Suckers. Tutt'intorno, il solito sfavillare di corde e tasti d'avorio, a dipingere altri capolavori come Naked Kings e Evil Ghost, più vicini al suono roots che ha garantito loro stima e rispetto per un decennio.
[ RUMORE - Franco Lys Dimauro ]

 

 

Dieci anni fa i Cheap Wine iniziavano la loro avventura fatta di sudore, chilometri e chitarre elettriche.
Sembra una storia come molte altre, ma a differenza dei soliti protagonisti - californiani... o statunitensi in generale - i nostri eroi vengono da Pesaro e cercano di convivere con l'idea di essere nati nell'ottavo mondo musicale dell'altresì noto belpaese.
Freak Show
esprime al meglio tutto quello che i Cheap Wine sono stati e saranno, perché l'avventura non finisce certo qui e di chilometri da percorrere ce ne sono ancora molti, così come non è ancora ora di mettere a tacere le chitarre elettriche, qui rabbiose come non mai.
Questo perché Freak Show può essere considerato il disco "punk" dei pesaresi.
Punk come attitudine: abrasivo, distorto, più cupo del passato e decisamente meno psichedelico.
Vengono meno le ballate figlie del Paisley Underground (nonostante la presenza di brani come Nothing Left To Say e power-ballads come Naked Kings e Evil Ghost, per chi scrive le migliori del lotto) - per anni si è parlato di loro come i nostri Dream Syndicate - in favore di overdrive vigorosi e muscolari (Dance Over Troubles), ritmiche serrate ed anfetaminiche e un cantato più rockista (Time For Action). Questi possono essere problemi per chi ha a cuore una certa idea di evoluzione, ma come la band ha dichiarato - e questo ci sembra ampiamente emblematico per la loro filosofia - "esistono solo due tipi di musica, quella buona e quella cattiva. Il resto sono solo cazzate".
Ecco perché, forse un po' cocciutamente, i Cheap Wine continuano per la loro strada rispondendo solo a loro stessi e rischiando tutto sulla loro pelle (sono alfieri dell'autoproduzione in tutti i suoi risvolti) e per questo meritano certamente un sempiterno rispetto.
Anche perché finora non hanno sbagliato un colpo.
E Freak Show non fa che confermare lo stato di salute di questa band così lontana da ogni stereotipo da poter essere considerata, a tutti gli effetti, come un pezzo da 90 di quella musica che per mere ragioni geografiche, viene considerata italiana.
[ KALPORZ - Hamilton Santià ]

 

 

Finalmente sono tornati i Cheap Wine, questa volta con un rock macinasassi, più che determinati che mai.
Il quartetto pesarese per festeggiare i dieci anni di carriera pubblica un cd irruento e pieno di energia con testi più che mai rock'n'roll.
Niente fronzoli e puro e semplice rock'n'roll: due chitarre, una batteria ed un basso, con qualche sporadico intervento di organo, l'armonica e dei cori.
I Cheap Wine partiti con un evidente omaggio al Paisley Underground, e non a caso Steve Wynn si è sempre complimentato per i loro lavori, sin dall'esordio, con questo Freak Show si sganciano definitivamente dai loro padri putativi, senza tuttavia rinnegarli (Freak Show), per dedicarsi ad un rock che ha una struttura maggiormente hard-blues dove si intrecciano i Four Horsemen e i Black Crowes con più cattiveria e meno freak (Time For Action).
Exploding Underground ha un ritmo serrato con una tensione che rende vivissimo il brano e quelle chitarre che fraseggiano in modo sublime, proprio come l'urlo che sta esplodendo dai bassifondi, citato nel testo.
Le chitarre circolari di Naked Kings poi scavano così in profondità, che ti rimettono in contatto con tanti tuoi vissuti e gli eterni sogni di rock'n'roll del nostro Peter Pan interiore.
Il testo più bello è sicuramente quella della conclusiva Evil Ghost, una splendida ballata il cui testo sembra ispirato a quel "Fiume Sand Creek" di Fabrizio De Andrè.
Ben tornati Cheap Wine.
[ ROCK ON - Vittorio Lannutti ]

 





CD: "Moving" (2004)

Hey Cheap Wine! Congratulations on your latest CD. I really dig the way each of your records shows an evolution and change from the previous one. I was shocked and delighted by the opening track (have you been listening to the Grateful Dead?) and then was thrown a curveball by each of the songs after that. Nice production, wild guitar, emotional lyrics--it's all there. Good luck!
[ STEVE WYNN ]

 

This CD came with no information, so I put it in the player not knowing quite what to expect. The opening track "I Can Fly Away" is an acoustic folk-rock offering, with harmony vocals and an early 70's feel to it. Quite nice, I thought, and waited for track two - which proceeded to blow my head away. From 'Move Along' onward the music changes to absolutely top notch hard rock, nothing at all like that misleading first song. The band come from Italy, and comprise the Diamantini brothers Marco and Michele, alongside Francesco Zanotti and Alessandro Grazioli. All of the songs on here are written by the Diamantinis, with the exception of a superb cover of Dylan's "One More Cup Of Coffee", where they strip it down to its basics and then build it up and stretch it out to eight minutes of classic guitar rock. "Snakes" is pure Americana, with a spectral harmonica adding to the atmosphere of the chorus, and is topped off with a great guitar solo. Although Italian, the overwhelming influence here seems to be Green On Red and other bands at the harder end of the Paisley Underground movement, while "The Wheels Are On Fire" and "Haze All Down The Line" bring Zep and Hendrix to the mix, with pounding riffs and some excellent wah-wah guitar. They end the album with the eleven-minute "Fade Out", giving the Diamantini's the opportunity to showcase their superb guitar skills, and the whole band to finish on a high. A great new group, who have produced an album which encompasses all the best elements of your favourite classic hard rock bands. If you want to hear what Italy currently has to offer then check them out!
[ Peter Jolly ]

 

Italy's Cheap Wine's fifth CD is fascinating collection of music ranging from retro folk to powerful modern rock and alt singer/songwriter. The folksy "I Can Fly Away" has sweet vocal harmonies in the CSNY vein. "Move Along" shakes your soul with a furious guitar punch. "Snakes" begins with a slightly twisted acoustic passage, before the dramatic but edgy guitar snarl ensues. Fresh music and excellent musicianship prove that this act deserves more worldwide notice.
[ MUSIC MORSELS ]

 

I am totally blown away by your version of Dylan's "One More Cup of Coffee" on the new record. To me, it's the best cover version of the song that I've ever heard... even better than Robert Plant's recent studio version.
Congratulations on this fourth record. You guys are continuing to get better and better in the studio and I'm proud of ya.
I will be featuring this record on DarkSide of the Radio.

[ DARKSIDE OF THE RADIO - Jonathan Hensley ]

 

Cheap Wine is the hardest working band in Italy. For five years and five albums they successfully conduct their rock'n'roll career from Pesaro, a small Italian port on Adriatic Sea. With each album Cheap Wine approach heart of rock'n'roll closer and closer. If their first ep was an interesting exercise in genre, and if their previous album Crime Stories was a nostalgic
and detailed study of rock'n'roll outlaw imagery, then this new album can't be called a study or exercise, this album is a true-to-heart record, performed with meticulous originality. Cheap Wine never hid their influences, but this is their landmark record as they struck right into the center discovering their own identity. And that's what this record is about - it's about self emancipation, and self-discovery, not only of a band searching for their sound, but also of characters described in the lyrics.
Another key topic here is escape. Characters roam away and disappear to nowhere after their discovery is confirmed. Musically, songwriting is solid through the record and guitars are ringing. As usual, the key member of the band is Marco Diamantini, but this time his brother Michele took a fair share of creative input producing the record and co-writing nearly all the songs together with Marco.
There are several songs that feature a gorgeous melodious choir. Cleverly, the most beautiful choir chant was placed as an opening track to set the mood and additionally sets apart this album from the rest of their catalog. Another cool choir song is a wonderful cover of Dylan's One More Cup Of Coffee.
It is a fact that the music of Cheap Wine is full of American iconography. You'll hear songs about gunmen, outlaws, desert, Brando, Bonnie and Clyde, you'll hear about a desperate lover who hits the highway alone discovering that moving along is the only way to be. It is not a surprise to hear Italian band singing so eloquently about these things as this country produces a vast majority of european western sub-culture. Spaghetti westerns, comic books about independency wars, Indians, Wild West and swamp super heroes all come from Italy. Obviously this band swallowed all this subculture and connected it with rock'n'roll. The mixture is dense, deep and very original.
When the "americana" genre started to wear out in past couple of years, this Italian band lights up the new path which will hopefully be followed by some of their american colleagues as well.
[ THE LITTLE LIGHTHOUSE - Stan Zabic ]

 

Si pensava che Crime Stories fosse l'apice della loro produzione discografica e invece i pesaresi Cheap Wine sono riusciti a fare di meglio. Moving è il terrificante e straordinario nuovo disco basato sul concept del viaggio. Una prassi ormai collaudata, se il crimine e i suoi risvolti psicologici erano l'idea-concetto di Crime Stories, il viaggio è il motivo trainante di Moving, una spinta verso quei sogni e quelle illusioni che hanno alimentato fughe, movimenti, (s)confìni, strade, allucinazioni, furgoni e addii nel rock n'roll.
I Cheap Wine hanno sintetizzato e metabolizzato il loro immaginario vagante in undici canzoni dal forte dinamismo, dando prova di una convincente lirismo (i testi in inglese e in italiano sono disponibili nel booklet) e di un formidabile impatto sonoro, reso possibile dall'ottimo lavoro dei singoli musicisti e dalla produzione di Michele Diamantini, chitarrista dalle grandi risorse (da tempo continuo a metterne in evidenza le qualità, uniche nel panorama italiano) il cui suono caratterizza tutto il disco. Registrato tra febbraio e giugno presso la Studio Castriota di Marzocca (Ancona), lo studio che ha generato tutti i cinque Cd finora realizzati dai Cheap Wine, Moving è un potente attestato di rock urbano chitarristico, una tempesta elettrica sostenuta da una sezione ritmica vibrante e micidiale e da assoli di chitarre che sono un vortice di note e distorsioni. Ancora più "criminale" dello stesso Crime Stories, Moving è l'affermazione della forza, della determinazione e della statura rock dei
Cheap Wine. Musica profondamente sentita e vissuta, dura e romantica, che evoca la vita sulla strada e si alimenta di un frullato rock che mischia Dream Syndicate e Jesse Malin, Bob Dylan e Springsteen, Neil Young e Rolling Stones, il punk, la psichedelia e i suoni della New York sotterranea degli anni '70.
Moving è un disco di rock stradaiolo che ha grandi ballate e potenti stilettate elettriche. Comincia come nessuno se lo aspetta, con una canzone corale, fresca e ariosa che sembra uscita di sana pianta da un disco dei Buffalo Springfield o dei Byrds. I Can Fly Away, dice bene il titolo, si libera leggera nell'aria, è ammaliante e mostra una faccia che non conoscevamo dei Cheap Wine. Scritta dal cantante Marco Diamantini (che si è occupato di tutti i testi) e musicata da Michele Diamantini. autore delle musiche di sette brani, I Can Fly Away con le sue armonie e la sua melodia ha l'appeal di un singolo da radio americana, coinvolgente e intrigante. Non una canzonetta pop "da classifica" intendiamoci ma un brano che ha la fragranza e la bellezza dei singoli degli anni sessanta, quelli che hanno fatto la storia del pop e del rock prima che arrivassero gli ellepi.
Subito si volta pagina, il seguente Move Along vi sbatte senza tanti complimenti su una autostrada di notte, raccontando una storia di una fuga.
Marco la introduce con una voce disperata e con i fraseggi di una chitarra acustica prima che il resto della band entri di prepotenza al ritmo di una macchina impazzita che corre oltre il confine.
Selvaggia ed elettrica, Move Along è la faccia cattiva dei Cheap Wine, un rock da ultima spiaggia duro, ossessivo e rabbioso. Michele Diamantini fa sfracelli con la chitarra, erutta un sound che è figlio di Telecaster e altre frizioni elettriche. Chi lo ha visto dal vivo sa di cosa sto parlando ma Moving ha il pregio di aver trasferito in studio la sua potenza e le sue invenzioni senza perderne una briciola.
Più sincopata è Snakes, ossessiva nei suoi singhiozzi e pericolosa nella sua rivendicazione del crimine come soluzione rivoluzionaria. Si citano Bonnie e Clyde ma quello che mi viene in mente, tra tanta pazzia e disperazione, è la fuga senza speranza di Kit e Holly in La Rabbia Giovane, il film di Terence Malick (recentemente distribuito in dvd da FilmTv) che ha influenzato la scrittura di Nebraska.
Punk oltraggioso è The Wheels Are On Fire con le chitarre che sono ruote in fiamme e la sezione ritmica un rullo compressore. Zano Zanotti è in delirio e prende a martellate il mondo, Fruscio Grazioli usa il basso come un mitra mentre Marco cita Bruce, Neil, Keith, Mick e Brando e Michele distorce e va di wah wah come se di lì a poco arrivasse anche Hendrix. E difatti qualcosa del grande Jimi c'è in Moving, se non altro nel titolo di Haze All Down The Line, rimandi a una foschia che un tempo era rosso porpora.
Ma è City Lights a mettermi k.o. Il titolo mi porta, per qualche analogia, a Nightlights di Elliott Murphy e difatti il brano per buona parte è una ballata che Marco canta creando un tangibile stato di attesa e di tensione. Sembra una cosa delicata a metà tra la New York di Elliott e certe ballate degli Stones ma poi arriva il terremoto. Entra in campo la chitarra di Michele e allora quella che era una ballata diventa una deflagrazione. Una scalata al cielo con bagliori di energia elettrica, un commovente e crudo lungo assolo di Telecaster che vi spedisce nei pressi dell'olimpo del rock'n'roll, vicino a mostri sacri come Stairway To Heaven e Freebird. Un brano formidabile.
Ma le sorprese non sono finite perché quando arriva Loom And Vanish le carte si confondono. Sebbene l'armonica e il cantato sonnacchioso di Marco sembrino introdurre il Neil Young di On The Beach, è un'atmosfera rarefatta e spaziale da Pink Floyd a prendere piede, salendo dalle corde delle chitarre e dall'organo di Alessandro Castriota e diffondendo un inusuale (per i Cheap Wine) clima di calma estatica e rilassatezza.
Un'ottima trovata, che fa breccia nel granitico muro sonoro dei Cheap Wine allentando un po' la tensione. Ma è solo una pausa perché I Got Gasoline morde come un punk e Shakin' The Cage distorce un nervoso folk-rock alla maniera dei Cheap.
C'è ancora tempo per altre due perle. Sono la versione di One More Cup Of Coffee di Dylan che inizia con dei coretti degni degli Eagles di Hotel California ma che Michele "salva" con la sua arma a sei corde costruendo la più esaltante delle ballate rock. Non per niente ad un certo punto viene in mente lo Springsteen di Prove It All Night, ai tempi degli assoli fulminanti dal vivo, quando la sua Telecaster era il simbolo dell'America rock. Una lunga cavalcata elettrica, che va a braccetto con City Lights.
Poi c'è il finale. Se dal punto di vista lirico Fade Out è un po' il punto climax di Moving con quella certezza di "essere riusciti a placare la tempesta, interrompendo il conflitto dentro di noi, liberando il peso morto sull'autostrada e scomparendo in una nuvola di sabbia", dal punto di vista sonoro il brano prosegue la tendenza iniziata ai tempi di Ruby Shade con Mary ovvero quello del pezzo lungo e conclusivo (più di dodici minuti) devastante e devastato, che offre ai singoli componenti della band la libertà di spaziare e improvvisare, dando vita a un happening sonoro suggestivo e psichedelico. Elettricità, assoli, distorsioni, pause ed esplosioni inscenano un orizzonte sulfureo e acido in cui è facile trovarci vecchia psichedelia e fremiti underground in un'atmosfera dissonante e visionaria.
Un brano che non lascia scampo e non concede repliche. Come se alla fine dello show i quattro musicisti, storditi da un simile viaggio stellare, se ne andassero nella notte ognuno per conto proprio, ammutoliti e rivoltati, lasciando gli strumenti ancora caldi sul palco. Una conclusione shock, degna di un viaggio senza ritorno. Questo è Moving.
[ BUSCADERO - Mauro Zambellini ]

 

Difficile, davvero difficile, non subire il fascino dei Cheap Wine. Per tanti motivi, tutti validissimi: si autoproducono in modo professionale, si danno molto da fare per promuovere al meglio la loro musica in Italia e all'estero ma non cercano di imporre la loro presenza, se ne strasbattono di non essere trendy, non leccano culi... e, soprattutto, suonano alla grande, come ben pochi hanno fatto prima - almeno nell'ambito dello stile che da sempre frequentano, quello del rock di scuola americana - nella nostra Penisola.
Sì, i Cheap Wine sono proprio un gruppo magnifico, anche se non pretendono di inventare qualcosa di nuovo e si accontentano - alla loro maniera, comunque, e con il sostegno di una qualità di scrittura da fare invidia ai maestri del genere - del solco di una tradizione gloriosa dove il folk, la psichedelia, il punk e il blues si abbracciano con sempre irrefrenabile passione, ora lasciandosi andare in impetuosi amplessi e ora indugiando in morbide carezze. Il tutto omaggiando quei Dream Syndicate e quei Green On Red dei quali l'ensemble composto da Marco Diamantini (voce, armonica, chitarra ritmica), Michele Diamantini (chitarra solista e cori), Alessandro Grazioli (basso) e Francesco Zanotti (batteria) rimane uno dei più dotati eredi, sebbene le esperienze raccolte negli anni e la naturale ricerca di una propria identità lo abbiano progressivamente allontanato dai due modelli... che però sono lì, a sorridere compiaciuti e a benedire i loro figlioli mediterranei come accade ad esempio nella cadenzata Snakes (che cita in qualche modo Dan Stuart persino nel titolo) o nell'estatica City Lights (dove Marco è Steve Wynn e Michele Karl Precoda, e che provino a negarlo se ci riescono).
Sorta di concept dedicato al tema del viaggio, tra strade urbane bagnate dalla pioggia e blue highways illuminare dalla luna, Moving è un intenso, splendido album di roots'n'roll in perfetto equilibrio tra evocatività e irruenza, tra dolcezza e cattiveria, tra entusiasmo e malinconia; un disco che porrebbe tranquillamente essere il parto di una band californiana o texana, in ogni caso statunitense, e che nessuno riterrebbe mai nato tra la Pesaro dove i Nostri abitano e l'Ancona dove ha sede lo studio in cui è stato registrato. Miracoli di una musica che ormai inizia ad appartenere anche all'Italia - perché colonizzazione e globalizzazione non significano per fortuna solo McDonald's e finti talk show - e che nelle mani giuste sa come far esplodere la sua travolgente, sanguigna poesia; e non è davvero semplice, da noi così come in Europa, trovare mani più giuste di quelle dei quattro marchigiani, come implicitamente confermato dal fatto che i precedenti lavori dei Cheap Wine - il mini Pictures pubblicato nel 1997 dalla Toast e gli album A Better Place, Ruby Shade e Crime Stories, editi in regime di autarchia nel 1998, nel 2000 e nel 2002 - hanno tutti goduto di programmazione radiofonica e raccolto lusinghieri consensi dall'altro versante dell'Atlantico.
Autoprodotto come i suoi ultimi tre predecessori con il marchio Cheap Wine Records, e distribuito nei negozi dalla Venus al prezzo consigliato di 13 euro (è però possibile acquistarlo anche all'indirizzo www.cheapwine.net), Moving è la definitiva conferma dello spessore di un gruppo italiano per sbaglio: nutriste dubbi sul nostro giudizio, fidatevi delle vibrazioni e delle emozioni trasmesse da questi quasi settanta minuti di eclettiche cavalcate chitarristiche, più o meno equamente divisi tra assalti tanto ruvidi quanto melodici e ballate dove dominano le atmosfere ombrose; con l'impeccabile cover personalizzata di One More Cup Of Coffee di Bob Dylan a mo' di ciliegina sulla torta, a sottolineare che i ragazzi rispettano i mostri sacri ma non temono, con umiltà, di confrontarsi con loro.
[ MUCCHIO SELVAGGIO - Federico Guglielmi ]

 

I Cheap Wine tornano sul mercato con un compito difficile: quello di dare un seguito a quel capolavoro di rock prodotto in Italia che è Crime Stories uscito nel 2002.
Il nuovo disco si chiama Moving e con il predecessore ha molte analogie che vanno dal tema unico affrontato nei testi, all’alta qualità della struttura musicale che ha davvero pochi eguali nella nostra penisola. Pur restando ancorato saldamente alla propria cifra stilistica che guarda al roots rock americano, che ha come nomi tutelari i padrini Young e Dylan, seguiti dai figliocci che ci hanno fatto sognare a metà degli anni ottanta, partendo dai margini di una Los Angeles dalla vena psichedelica, il nuovo album mostra interessanti variazioni sul tema che segnano una certa diversità rispetto ai predecessori.
Se in Crime Stories era il crimine ad essere raccontato in diverse sfaccettature, in Moving si affronta il tema del viaggio. Niente di nuovo sotto questo profilo, visto che molti artisti si sono cimentati al riguardo. Ma questo non è un ostacolo, nè Marco Diamantini si arroga il diritto di dire qualcosa di nuovo. Definiamolo un esercizio di stile su un tema classico che sollecita una chiave di lettura particolare, visto che il viaggio viene sempre analizzato nella sua fase di partenza, nella voglia di utilizzarlo per affrontare l’ignoto, voltare pagina, tendere a scoprire cose nuove, e mai si arriva alla sua conclusione. Partire in questo caso non è per niente morire, quanto piuttosto un modo per rinascere anche se non si ha nessun posto dove andare, come ha insegnato Springsteen.
La notte è un’altra costante delle splendide canzoni di Moving: per niente nemica, semmai complice nel realizzare i sogni, nello spegnere la frustrazione che portano amori finiti o lavori poco soddisfacenti. Sul piano strettamente musicale le novità stanno tutte nel ruolo di maggiore protagonista che il gruppo ha ritagliato per il suo asso. Michele Diamantini si è assunto un maggiore onere compositivo, oltre ad occuparsi in toto della produzione dell’album. Ne consegue che il disco suona decisamente più rock, pur se equamente diviso tra pezzi killer dove la sua chitarra si esalta, e ballate dai toni soffusi che respirano l’aria polverosa del deserto, quanto la solitudine dei viaggi sulle backstreets affrontate di notte.
Blues, punk, folk e psichedelia si fondono come sempre al meglio, con la costante delle chitarre sempre in primo piano, sostenute dal basso di Alessandro Grazioli e dalla batteria di Francesco Zanotti ancora più efficace (se possibile) che in passato, anche se, a mio avviso, le atmosfere delle tastiere di Castriota vengono colpevolmente tenute un po’ in retroguardia. Emblematica in questo senso è la bellissima versione di One More Cup Of Coffee di Bob Dylan prima cover inserita in un album del quartetto pesarese.
Difficile fare una graduatoria dei singoli brani, anche se una citazione doverosa la merita l’iniziale I Can Fly Away che riporta indietro l’orologio della storia catapultando l’ascoltatore in piena summer of love. Un brano atipico che forse spiazzerà un tantino i fans, ma che risulta essere non un mero esercizio di stile, quanto un possibile (?) approdo futuro. E se brani come Move Along e The Wheels Are On Fire rinverdiranno i successi di brani come Behind The Bars e Waiting For A Fight altre canzoni spezzeranno i cuori dei rockers, come ad esempio City Lights o la stupefacente (in tutti i sensi) Fade Out che entrerà in seria competizione con Temptation nei futuri live.
In definitiva per Moving non si può non usare, per l’ennesima volta, il termine capolavoro.
Per me disco dell’anno.
[ ROCKIT - Eliseno Sposato ]

 

Non so se vi siete mai arrovellati nella ricerca della musica ideale per i vostri viaggi. Non so se avete mai sentito il bisogno di trovare la canzone perfetta per voi, la vostra auto, la strada che vi state lasciando alle spalle e quella che ancora vi separa dalla vostra meta (sempre che ce ne debba essere una).
Beh, per il sottoscritto la ricerca è ormai finita. I Cheap Wine hanno regalato a noi ed ai nostri lettori-cd un capolavoro dalla bellezza disarmante.
Questa non è la solita recensione, non ci saranno riferimenti a mostri sacri, parallelismi, paragoni, somiglianze.
Questo è un ringraziamento.
Grazie ai Cheap Wine, che vanno avanti per la loro strada, a partire dal loro primo mini-cd, Pictures, datato 1997, che si autoproducono da sempre, che suonano rock come pochi avevano mai fatto in Italia.
Grazie ai Cheap Wine che ci hanno regalato questo Moving, concept album sul viaggio, 70 minuti di emozioni intense e genuine. Moving è un disco che strega all'istante, sin dalla traccia d’apertura, I Can Fly Away, pezzo acustico e corale che ti porta a staccarti da tutto, che ti accompagna lontano…finalmente.
Il disco è un tesoro di undici tracce adatte per qualsiasi occasione, per qualsiasi panorama, per qualsiasi stato d'animo… per qualsiasi stato di confusione ed alterazione.
La musica è di quelle che guidano la mano verso la manopola del volume per "sterzarlo" decisamente verso l’alto, lasciando il suono del motore in sottofondo. Non lo cancella, ma quasi lo valorizza, unendosi in simbiosi con le immagini che ti sfrecciano di fianco.
E non importa se non c'è nessun posto dove andare, perché l'importante è non fermarsi, in ogni caso.
I Cheap Wine riescono con sorprendente agilità a saltare da ballad emozionanti a staffilate di puro rock sanguigno, da sezioni ritmiche che scandiscono l'avanzare del tempo a battiti frenetici e senza respiro.
I quattro pesaresi, nello snodarsi del disco, quasi ci guidano nella spinta del piede sull'acceleratore.
Ed è così che in The Wheels Are On Fire (Le ruote sono in fiamme) finisci con il ritrovarti in una specie di paradiso della musica dove Jimi Hendrix e Bruce Springsteen ridono in un furgone, Dylan canta "Hurricane", i Rolling Stones sono sballati come sempre e ruotano in una danza selvaggia, Neil Young è insieme a Marlon Brando e Jim… beh, Jim è già lontano.
Oppure potresti immergerti nella foschia di Haze All Down The Line abbandonando l’ansia di tutti i giorni e smettendola di dar retta alle stronzate.
Le canzoni tendono a dilatarsi, allungarsi, preda di uno stato di tensione che, sembra un'idiozia, è stranamente rilassato. Ogni pezzo è una spirale di emozioni impossibile da classificare, su tutti la stupenda City Lights, ballata acustica ed intensa che, con il passare dei minuti, si trasforma in un muro di suono distorto…di quelli di alta qualità, che non ha la sfacciataggine di impennare i decibel fino al cielo, ma li tiene ben ancorati e dosati, sulla soglia dell'esplosione finale.
Le chitarre di questo Moving sono capaci di portare chiunque in un viaggio parallelo, da acustiche a blues, da… "allucinate" alla distorsione pura, dai wah wah agli assoli che vorresti non finissero mai; mai suonate nella ricerca del preziosismo tecnico, quasi borioso… bensì semplici ed in una maniera così ben incastonata che difficilmente riesci ad immaginare un modo diverso in cui potessero suonare.
I Cheap Wine hanno un feeling speciale con la musica o musicalità, su questo c'è ben poco da dire.
Questo è un disco da avere a tutti i costi, perché è ben suonato, perché è ben realizzato, perché è profondamente rock, ma soprattutto perché è emozionante.
Ed in fondo, cos'è che cerchiamo nella musica se non quelle note capaci di emozionarci all'infinito?
[ RADIO CIROMA - Luigi Gaudio ]

 

Impossibile parlare di attitudine indipendente in Italia senza tirare in ballo i Cheap Wine. Esemplare, in tal senso, il percorso dei quattro marchigiani che, dopo un primo EP targato Toast (“Pictures”, 1997), hanno sempre perseguito la strada dell’autoproduzione, mantenendo così il completo controllo su ogni aspetto della loro vicenda musicale. Discorso che, naturalmente, si ripropone per il loro quarto album, Moving, sorta di concept incentrato sul tema del viaggio.
Un viaggio su strade desolate e desertiche, fatto di canzoni che si inseriscono a buon diritto e – fondamentale! – con spiccata personalità nel filone del più tipico rock elettroacustico a stelle e strisce (da Springsteen ai Dream Syndicate), ma che non rinunciano a ibridazioni assortite e sapide deviazioni folk-pop-psichedeliche (I Can Fly Away). Gradito bonus, una riuscita ripresa della dylaniana One More Cup Of Coffee.
Non fatevi distrarre da mere questioni di genere: non ce ne sono molti, da noi, di gruppi così.
[ LOSING TODAY - Giacomo Marrone ]

 

Rimango meravigliato sempre più ad ogni uscita discografica dei Cheap Wine. Ricordo ancora il giorno in cui acquistai il loro primo mini Pictures in un compianto negozio di dischi di Rimini (New Note) e da allora con immutato affetto seguo la formazione pesarese passo dopo passo.
Questo Moving è il disco più bello e convincente della band!
Partiamo dai suoni che sono di una purezza cristallina le chitarre come mai fin ora riescono a ricamare tessuti melodici di rara bellezza (City Lights) o ad abbracciare sonorità mai toccate come nell'iniziale I Can Fly Away.
Gli orizzonti musicali della band sembrano essersi aperti a soluzioni melodiche fin qui mai sperimentate, rock sì, ma i riferimenti ai '60, '70 e '80 ci sono tutti. Ecco che allora questo Moving diventa viaggio non solo come ambientazione lirica ma un viaggio musicale vero e proprio.
11 canzoni che raccontano ognuna una storia diversa che ci porta più volte in territorio statunitense perchè le loro ballads e rock-songs, è da li che prendono origine. Le chitarre di Move Along corrono su lunghi interminabili rettilinei ed i serpenti di Snakes sembrano usciti dalle polverose strade di una città abbandonata ai confini del Texas ma l'urbana The Wheels Are On Fire ci riporta ad una diversa realtà anche se l'armonica e la chitarra tracciano due linee di unione ben marcate. Haze all Down The Line è così potente da toglierti il respiro. Pascoli sconfinati sono quelli che vengono dipinti dalla slide di Loom And Vanish mentre I Got Gasoline sembra un eufemismo visto la carica di ottani che sprigiona tutta la canzone. One More Cup Of Coffee è una splendida ballata dylaniana sofferta e palpitante con le chitarre che ne escono ancora una volta vincitrici con quel solo di due minuti che vorremmo non finisse mai.
Se dovessi scegliere un singolo questo sarebbe Shakin' The Cage frizzante e spregiudicato, con un ritornello orecchiabile e dalla atmosfera gioiosa: grande canzone! Il disco si conclude sfumando con Fade Out... (ops! perdonate il gioco di parole!) ipnotica ballata dalle cadenze psichedeliche, altro grande pezzo, 12 minuti che concludono alla stragrande uno dei dischi più belli di questo 2004!
Il mio consiglio spassionato a tutti coloro che amano il rock è di correre ad acquistare questo disco italiano che per soli 13 euro vi offre 1 ora abbondante di grande, grande e ribadisco grande musica, superbi assoli, strepitose chitarre, sensazionali cori, per un un grande disco ITALIANO e se il rock vive e pulsa è anche merito dei Cheap Wine!
[ BACKSTREETS - Gabriele Guerra ]

 

E' facile intuire come finirà il novanta per cento delle recensioni e dei commenti a Moving dei Cheap Wine: si meriterebbero di più. Invece no: si meritano questo disco, così come ce lo meritiamo noi, punto e a capo. Intuire il senso di questo passaggio non vuol dire soltanto capire l'intima essenza di Moving (che è uno splendido disco), ma anche percepire le radici primordiali del rock'n'roll e la sua ultima libertà.
Piccola parentesi industriale: i Cheap Wine hanno avuto un estemporaneo rapporto con una parvenza di etichetta discografica. Risultato: un fallimento all down the line. Dato che sono ragazzi svegli, da allora (erano i tempi di Pictures) in poi i dischi se li producono (e se li vendono da soli) e sono uno meglio dell'altro. Moving ha qualche motivo in più per essere ricordato perché, pur non essendo una svolta netta rispetto a Crime Stories, Ruby Shade o A Better Place, da una parte si avvicina moltissimo ai Cheap Wine live e dall'altra mostra uno spettro di sonorità non del tutto inedito, ma che finalmente il gruppo dei fratelli Diamantini padroneggia come proprio.
Le sorprese cominciano subito da I Can Fly Away, che sembra un reperto della Summer of Love: chitarre acustiche, psichedelia, le voci che armonizzato e s'intrecciano, i Jefferson Airplane nell'aria. Eterea e bellissima, almeno quanto la versione di One More Cup Of Coffee (Bob Dylan) dove una chitarra acidissima s'infila tra le note del piano, dimostrando che i Cheap Wine hanno allungato il passo. Qui gioca un ruolo di rilievo Marco Diamantini che schiva l'ennesima imitazione di Bob Dylan per regalarci una versione vocale personale e molto profonda.
Tra questi due estremi soffusi, ci stanno poi i Cheap Wine maturati dall'esperienza on the road, a cui il titolo allude senza remore: le furie chitarristiche di Move Along, The Wheels Are On Fire e Haze All Down The Line (un grande titolo che in un colpo associa Jimi Hendrix e Rolling Stone), I Got Gasoline convivono senza problemi con la psichedelia di Loom And Vanish e Fade Out (e qui sembra di sentire persino i migliori Pink Floyd), con il drive springsteeniano di Shakin' The Cage, il turbinio blues di Snakes e con una ballata come City Lights. Ancora una volta, il titolo qui nasconde un (forse inconscio) tributo alla Beat Generation (la City Lights di San Francisco, dove tutto ebbe inizio), ma è tutto Moving ad essere impregnato all'epica della vita on the road che, ieri ed oggi, è più la vita delle rock'n'roll band che dei poeti. Fedeli fino in fondo a queste motivazioni (sulla strada ci stanno loro, non altri) i Cheap Wine hanno fatto tutto da soli e alla produzione hanno messo Michele Diamantini che, al di là dei suoni, ha avuto l'intuizione di lasciare scorrere le canzoni, le chitarre e quant'altro forma l'essenza dei Cheap Wine senza guardare le lancette dei minuti e dei secondi.
Il risultato potrà suonare quindi out of time, ma è rock'n'roll al cento per cento.
[ ROOTS HIGHWAY - Marco Denti ]

 

Moving è un verbo molto rock, che lo si intenda come un movimento dettato dalla musica o come uno spostamento, una fuga.
I Cheap Wine lo hanno preso a titolo del loro nuovo disco: nessuno ne ha maggior diritto di loro, almeno in Italia, visto come ne incarnano ogni senso, a partire dai personaggi delle loro canzoni, sempre al limite della legalità e della normalità, e perciò sempre in fuga.
Moving si riallaccia al precedente Crime Stories per le tematiche narrative e sonore, costituendone un nuovo capitolo, ancora più saldo e profondo. Nel caso vi siate perso gli episodi precedenti, il consiglio è quello di ricorrere all’acquisto direttamente dal sito della band (www.cheapwine.net) per meglio cogliere la portata di questo album.
I fratelli Diamantini proseguono la loro storia indipendentemente dall’ambiente in cui si trovano, anzi, Moving potrebbe essere inteso anche come una reazione di fronte all’appiattimento che il rock sta subendo.
Ancora più che in Crime Stories i Cheap Wine suonano ignorando il regime di libertà vigilata concesso in un disco: la durata dei brani supera ampiamente la media, sfiorando anche i nove minuti e soprattutto inseguendo ostinatamente un ideale live. Oltre alle consuete scorribande elettriche, in bilico tra Paisley Underground e hard-rock, che sono il marchio di fabbrica della band, c’è una dilatazione strumentale, che dà nuova forza al suono e che lo fa se possibile avanzare rispetto a quanto fatto in precedenza.
Pur essendo un pezzo acustico, già l’iniziale I Can Fly Away è indice di una tensione liberatoria: il rimando alla West Coast dei Jefferson Airplane e dei Grateful Dead sfocia in un ritmo finale che ha il battito degli Who, ma è solo un segnale di quanto verrà poi sviluppato all’interno del disco.
A livello narrativo, Bonnie & Clyde e Dean Moriarty sono le facce più identificabili tra i fuggitivi di cui vive Moving.
All’identikit corrisponde anche una cover di One More Cup Of Coffee, con la slide di Michele e la voce di Marco, che lasciano intravedere la sagoma di Dylan solo in lontanza, per poi cancellarne con furia qualunque traccia con Shakin' The Cage.
I Cheap Wine si muovono come cavalli allo stato brado, guidati da un istinto rock che vale più di una coscienza: si permettono code strumentali, che non sono jam, ma parte organica e necessaria dei pezzi, con l’armonica usata spesso come voce solista in risposta alla chitarra elettrica. Michele Diamantini ha poi sviluppato un fiuto per un chitarrismo sanguigno, teso e assetato come un blues, mai abbagliato da miraggi o da futili obiettivi.
Move Along e Snakes sono due esempi di come i Cheap Wine sappiano marchiare a fuoco il rock, caricandolo di forza senza mai lasciarlo in balia di se stesso.
Nei pezzi tirati e soprattutto nelle ballate si respirano un’atmosfera da borderline, un’aria di confine, un brivido di ignoto, che richiedono la massima allerta: Moving è un disco su cui ogni appassionato di rock dovrebbe mettere una taglia.
[ MESCALINA - Christian Verzeletti ]

 

Incentrato sulla tematica del viaggio, nel suo esser sinonimo di libertà ed indipendenza, questo quinto disco dei marchigiani Cheap Wine è la conferma della solidità e della maturità raggiunta da questo gruppo, ammirevole per la coerenza con cui da anni ormai segue il suo percorso, incurante di mode e tendenze che girano intorno. Fare del rock di stampo americano in Italia è sempre stato difficile, per la difficoltà di scrollarsi i riferimenti ai padrini del genere e raggiungere una cifra stilistica personale.
I Cheap Wine, insieme a Graziano Romani, sono gli unici ad essere riusciti nell’impresa: se l’ascolto dei brani di Moving ogni tanto fa venire in mente Mellencamp piuttosto che Springsteen o Neil Young, è solo per una sorta di deformazione da appassionati che fa cogliere anche i dettagli minimi; in realtà queste canzoni vivono di luce propria: ora incalzanti e stradaioli (Move Along, Haze All Down The Line), ora psichedelici ( I Can Fly Away, Fade Out), ora romantici in modo struggente (City Lights), i brani di Moving sono di quelli che ti entrano nel cuore se hai una certa idea di America. E alla fine il fatto che ci sia un canzone firmata Dylan (One More Cup Of Coffee) è solo uno dei tanti motivi, e non il più importante, per consigliare l’acquisto di questo disco.
[ ID BOX.IT - Giovanni Distaso ]

 

Intraprendere un viaggio per allontanarsi dal presente, per ribellarsi al passato, per fuggire senza meta, questo è il leit motiv di Moving, ultimo ottimo disco dei Cheap Wine, una della band più interessanti della scena alternative italiana.
Registrato tra febbraio e giugno 2004 e autoprodotto, è il disco della maturità della band pesarese guidata dai fratelli Diamantini. Undici brani per 68 minuti di ascolto, che trasportano l'ascoltatore in un viaggio che parte dalle atmosfere oniriche di I Can Fly Away, un brano dalle atmosfere West Coast.
Con Move Along quello che sembrava un sogno diventa una sorta di incubo da cui liberarsi trascinati dalla potenza delle chitarre e dell'ottima sezione ritmica. Se il brano successivo, Snakes, sembra una outtake di Crime Stories, in cui Marco Diamantini ripropone la sua voce sofferta da "murder ballader", con The Wheels Are On Fire e City Lights il viaggio prende il via alla grande, guidato dallo splendido intreccio di chitarre elettriche e acustiche. Il disco non cala mai di tono, anzi è un crescendo di emozioni che culminano nel gioiellino Loom And Vanish, in cui brilla l'eccellente intreccio tra chitarre acustiche e Hammond e nella bella cover di One More Cup Of Coffee di Bob Dylan, che si inserisce alla perfezione nel contesto di questa sorta di concept-album.
Il finale, con Shakin' The Cage, in cui citano nel fraseggio di armonica I Want You di Bob Dylan, e l'elettro-acustica Fade Out, è tutto da ascoltare con la mente lì sulla strada, la stessa di Jack Kerouac e Bruce Chatwin.
Un disco emozionante, avvincente come un viaggio senza meta.
[ JAM - Salvatore Esposito ]

 

Ne hanno fatta di strada i Cheap Wine: attivi sin dal 1997, giungono ora con questo Moving al quinto capitolo della loro discografia.
Ve lo dico subito, Moving è un disco bellissimo: ben prodotto (e i Cheap Wine si autoproducono da sempre), suonato alla grande, con il cuore e grande perizia, concreto e senza troppi fronzoli e, quel che conta di più, è composto da 11 canzoni, una delle quali One More Cup Of Coffee di Bob Dylan, passionali ed intensissime.
I Cheap Wine fanno Rock, in tutto e per tutto, un Rock "classico" e chitarroso che si può tranquillamente ricondurre ai Dream Syndicate o al Neil Young più ruvido. Il peso dei nomi tirati in ballo potrebbe far pensare ad un gruppo totalmente rinchiuso nel desiderio di rivisitare soluzioni già sperimentate da un numero enorme di formazioni soprattutto dall'altra parte dell'Oceano, ma non è così: i Cheap Wine hanno maturato col tempo un songwriting personale così ben definito da impedire sempre alle loro composizioni di scadere nel banale citazionismo. Per questa ragione brani come l'iniziale I Can Fly Away, dal sapore sixties e whoiano, Move Along, Snakes e City Lights che competono per la palma di miglior brano del lotto, The Wheels Are On Fire o la conclusiva, languida Fade Out spiccano sempre per la loro concretezza ed onestà, dove una ricerca melodica attenta si mischia ad un uso preponderante delle chitarre, per creare un unicum solido ed intentissimo.
I Cheap Wine non inventano nulla, nè desiderano farlo, ma la passione che mettono nella loro musica consente loro di essere promossi a pieni voti. Moving è un disco incentrato sulla tematica del viaggio, del movimento come eterna fonte di emozioni. Se il percorso intrapreso dai nostri proseguirà su questo tracciato, non possiamo far altro che applaudire questa formazione, segnalando Moving come una delle uscite migliori di questo 2004 per quanto riguarda il Rock italiano.
Driving across the line, I'm gonna fade away. I got no place to go, but I'm movin' all the same.
Buon viaggio.
[ LIVE ROCK - Philip Di Salvo ]

 

I Cheap Wine, mai paghi di stupirci con effetti speciali, ci offrono nuovamente un prodotto di classe cristallina dopo il già stupendo Crime Stories. Un disco di viaggio, stradaiolo, lungo highways assolate e semidesertiche, musica ideale per lungi tragitti; in primo piano le chitarre dei fantastici Diamantini, gli autori più eclettici e "americani" della nostra penisola.
Un disco arrangiato con sensibilità d'altri tempi, che riesce a mescolare sapientemente scure atmosfere elettriche e distorte a ballate psichedeliche e corali come I Can Fly Away, e ancora a chitarre nervose e taglienti come fulmini, offrendoci uno spaccato sempre in bilico tra dolcezza e rudezza, tra aperture e chiusure, come in una continua prova di equilibrio, come in effetti è la stessa vita.
E dunque, ancora una volta siamo a parlare di un ottimo lavoro, che premia nuovamente la scelta consapevolmente autarchica della band (13 euro distribuzione Venus), e che consigliamo spassionatamente a tutti gli amanti del rock e senza distinzione, per tutti gli amanti della buona musica.
[ CARTA IGIENICA - Fuzz ]

 

Quarto full-lenght per i Cheap wine, formazione poco nota al grande pubblico italiano ma che nel
tempo ha saputo farsi apprezzare anche e soprattutto oltreoceano.
Moving è dylaniano nei testi, nelle tematiche e nei suoni; il tema del viaggio  è il concept di un
album che parla di ribellione, indipendenza, fuga da un luogo sempre e perennemente
instabile.
Moving è un lavoro poco patinato che riesce a mantenere un concept forte ed empaticamente
coinvolgente, cavalcando con grande sensibilità tematiche classiche del rock autoriale.
Lo schema di composizione è imperniato su una chitarra acustica iniziatica che scandisce e
accompagna l'ascoltatore durante il viaggio; l'incrocio acustico-elettrico fa da sfondo al racconto.
Confini, foschia, luci, fiumi e metropoli lungo le strada di un rock solcato, consolidato, suonato
con passione.
Si passa dalle atmosfere musicali più riflessive (vedi I Can Fly Away e City Lights) a locali
fumosi e di passaggio (vedi The Wheels Are On Fire e Haze All Down The Line).
Bellissima la traccia finale Fade Out, che segna l'unica possibile fine di un viaggio
incessantemente alla ricerca di un luogo da abbandonare: la dissolvenza.
Niente di nuovo, ma tutto stilisticamente perfetto: non c'è che dire, Moving è un
concept-album davvero emozionante.
[ ALTERNATIZINE - Stefano Bernardi ]

 

 



CD: "Crime Stories" (2002)

"Crime Stories" sounds great! Very ROCKING and some very cool guitar work. Glad to see you're still making good music.
[ STEVE WYNN ]

 

Keeps getting better all the time. And i really dig that artwork. Lots a talent in the Cheap Wine camp. Even after a 2,000 mile drive I can dig it.
[ CHUCK PROPHET ]

 

I like it very much, the "crime" theme is cool.
[ AL PERRY ]

 

This record is a very great record that will get much airplay on my internet radio station, one of the nets largest classic
rock/rock radio stations, DarkSide of the Radio (www.dsotr.8m.com). It's very nice to know that a band is still playing this style of music yet being so very original with the traditional rock sounds they produce. This record is very diverse and deep. The theme behind the record is a Waters like theme and is done perfectly with the lyrics, music, the cover art, and packaging. Buy this record today, I highly suggest it... it's clearly one of the best records I've heard this year, and I've heard lots of records this year.
[ DarkSide of the Radio - Jonathan Hensley ]

 

Cheap Wine number four is out. The album is called Crime Stories. It's a loose concept album about crime and punishment. It's a rock album so it's far less ambitious than Dostoyevski. Still, this album brings a lot of thrills for people who appreciate rock'n'roll. The scene is set with two irresistable rockers, Dream Seller and Coming Breakdown. Storytelling talents of Marco Diamantini perhaps shine even brighter than before. The music is still under a heavy influence of brilliant american songwriters such as Steve Wynn and Lou Reed (hear Scatterbrain!). But the influence is far from being overbearing. Actually, band carries those influences with pride and it's almost as if those famous people give creative wings and quality to this band. Album's central point is the lengthy work entitled Temptation in which Marco's brother Michele adds some really dense and psychedelic musical texture to somewhat minimalist Marco's lyrics.
[ The Little Lighthouse - Stanislav Zabic ]

 

Hellishly classy album - traces of The Stones, Nick Cave and the band's own brand of full on rock. I 'think' the band hail from Italy, but the feel and mood of the album isn't. The booklet that comes with the cd is almost a work of art. Each songs has it's own cartoon (Manga style, or like The Gorillaz) with lyrics in English and underneath in Italian (I think!). It's quite surprising how much variety the band allow - we go from straight ahead rock (Scatterbrain) to the Nick Cave/Stones kinda style of Murderer Song. As the album's title suggests, the amount of violence, or allusion to, is pretty strong, but they don't half write some damn catchy songs. Twelve in all, with definite stand outs being Murderer Song, Tryin' To Lend A Hand, Temptation and Dream Seller. Know bugger all about the band, but you can trust me on this, that if you like well defined rock, cracking production and an all round smart little package, then try and find out more via the web. Don't be put off by the amount of web sites you'll get selling cheap wine, though! Persist.
[ Modern Dance - Dw ]

 

Al quarto disco i Cheap Wine scelgono la strada del concept album. Dopo l'ottimo impatto suscitato da Ruby Shade anche in terra americana, il quartetto pesarese mette a frutto il miglior lavoro della propria produzione ideando una sorta di viaggio nel mondo del crimine inteso in senso lato. Crimine come trasgressione di una regola precostituita, come mancato rispetto verso se stessi e le proprie aspirazioni, come realizzazione di "ciò che non si dovrebbe fare".
L'intenzione è quella di indagare sulle motivazioni, la psiche e i presupposti di chi commette un crimine o infrange una regola. Fino al delitto ineluttabile, guidato dal destino. Crime Stories si spinge a guardare come e da dove nasce l'inquietudine che spinge ad oltrepassare il confine del "lecito".
Un occhio freddo sulla sottile linea di frontiera tra bene e male attraverso testi che non partecipano al crimine ma lo osservano nelle tante sfumature psicologiche, ricorrendo a un modo di scrivere da letteratura noir con grossi riferimenti al panorama fumettistico dell'horror e dello splatter.
Come d'altra parte suggerisce l'ottimo lavoro grafico (della copertina e del booklet) del batterista Francesco "Zano" Zanotti, cartoonist dal tratto personale e spiritoso.
Crime Stories
è un album interessante e originale, che si differenzia da tutti i lavori del genere proprio per la scelta tematica che ne sta alla base e lo sviluppo che ne viene dato di questa tramite testi intelligenti che ricorrono alla fiction e a una rielaborazione "romanzata" di una certa realtà nera.
I Cheap Wine, per merito soprattutto della penna del cantante Marco Diamantini, si trovano a loro agio in questo universo scuro e malato, come lo furono al tempo i Green On Red di "Scapegoats" e di "The Killer Inside Me" quando dovettero esplorare la terra di nessuno dell'hard-boiled americano tra eroi in negativo e fughe nel deserto.
Se questa è la parte concettuale del disco, che le parole di Dream Seller riescono approssimativamente a sintetizzare ("Non riesco a svegliarmi prima di mezzogiorno perché di notte non dormo mai. Il mio lavoro non funziona con la luce del giorno, quando cala l'oscurità, allora puoi chiamarmi"), i suoni di Crime Stories sono un ulteriore assalto frontale al normale ordine delle cose, con una cascata di elettricità, di energia e di potenza che raramente si era visto in un disco di rock concepito in Italia.
Completamente abbandonato ogni riferimento rootsy, il gruppo pesarese pesta duro come non mai, inanellando una serie di tracce crude e violente dal punto di vista del suono, dove a dominare è la strepitosa chitarra di Michele Diamantini, l'esempio più eclatante di come un grande chitarrista possa continuamente essere ignorato dal mondo musicale italiano. Con lui si muove la rocciosa sezione ritmica-killer del duo Zanotti-Grazioli (batteria e basso) e il leader Marco Diamantini che con le sue chitarre e la sua armonica riempie gli spazi di un quartetto votato a un rock duro, roccioso e metropolitano.
Per intenderci qui non si parla di heavy metal anche se il concept dell'album lo potrebbe far pensare, piuttosto a quel fiotto di energia elettrica che esalavano i Green On Red più cattivi e soprattutto i Dream Syndicate dell'era Precoda.
Esaltanti sono le entrate e i break di alcune canzoni (ma è il caso di chiamarle così?!) come Scatterbrain (grandiosa la chitarra di Michele), come Coming Breakdown (una turbina Pelton la sezione ritmica), come Temptation, un brano terrificante per la tensione che riesce prima a creare e poi a sviluppare secondo una modalità strumentale che vede il cantato lugubre di Marco trovare spiragli in una pioggia di suoni acidi, di sventolate chitarristiche e di stridii metallici degni del miglior film horror.
Funziona a meraviglia il compatto sound dei Cheap Wine, aiutato qui e là dalle tastiere di Alessandro Castriota, anche nella delirante Waitin' ForA Fight, nel potente rock n'roll di Reckless e nella veloce Castaway (di nuovo decisivo il gioco di chitarra di Michele) mentre la conclusiva Tryin' To Lend a Hand segna l'apoteosi di "Crime Stories" con una prima parte di deciso sapore Neil Young, tanto di ballata, voce imbambolata e chitarra-acustica e un finale di feroce e apocalittico rock desertico.
Una struttura già esplorata con Mary in Ruby Shade e che sembra far faville anche in queste storie di crimine. Sentire, ad esempio, Behind The Bars un'ottima ballata dai toni elettroacustici contrassegnata dal violino di Alessandra Franceschetti e in Looking For A Crime dove si è letteralmente travolti da una tempesta di suoni elettrici dopo un inizio lento e "drogato".
Per questo disco, ancora una volta, i Cheap Wine hanno scelto la strada dell'autoproduzione ribadendo la loro assoluta libertà e indipendenza, termine che nel loro caso ha un senso e un fondamento e non è una facile etichetta di propaganda.
Crime Stories
dimostra che se si hanno idee, passioni e si lavora duro con gli strumenti i risultati (artistici) si ottengono. Crime Stories è un grande album.
[ BUSCADERO - Mauro Zambellini ]

 

E' con orgoglio che ospito su queste colonne il terzo album full-length dei pesaresi Cheap Wine, una band che
sarebbe sciocco confinare al ghetto del (desolante) "panorama Italia", dacché il loro incendiario rock'n'roll vale
quanto e forse più di qualsiasi altro disco possiate scovare nella presente rubrica.
Be', lasciatemi sgombrare il campo da dubbi inutili e paragoni fuorvianti per farmi dire che se parliamo appunto di
rock'n'roll questi ragazzi non temono confronti ne al di qua ne al di là dell'oceano, capaci come sono di lanciarsi in
un furibondo impasto sonoro dove il lirismo di Springsteen, l'arsenale chitarristico delle leggende sudiste,
l'ottovolante errebì di Stones e primi Who, l'acida irruenza del Paisley, il romanticismo disperato diJim Carroll o
Richard Hell e il nervoso folk-rock di Neil Young (magari filtrato attraverso lo scazzo country & western dei numi
tutelari Green On Red) coagulano con freschezza inaudita.
Il bello è che Crime Stories, nonostante le mille influenze percepibili con chiarezza, finisce per assomigliare
esclusivamente a se stesso: da queste parti la matematica è un'opinione, e la sommatoria di tante passioni e
tanti ascolti non può in alcun modo ridursi alla pura calligrafia o a una semplice combinazione di trascrizioni e
accordi.
Nei suoni di questo album, peraltro perfetti (e il solo Ligabue, nella penisola, può permettersi una simile
attenzione ai particolari di studio), nel canto ora trattenuto ora vivido e sgraziato di Marco Diamantini, in quel
bulldozer a sei corde del fratello Michele (uno che Allmans e Skynyrds deve averli ascoltati alla nausea), nelle
devastanti progressioni della sezione ritmica di Alessandro Grazioli e Francesco "Zano" Zanotti (eccellente
"matitaro", tra le altre cose), risaltano con immediatezza una passione bruciante e una fede incrollabile nel
rock'n'roll come life-style, con tutto quello che ciò comporta, piuttosto che come professione o svago. L'evoluzione
dei loro dischi rispecchia appieno tanta coerenza etica e progettuale: Crime Stories riprende, sgrezza e rende
ulteriormente compiute tutte quelle coordinate stilistiche già affiorate nei precedenti A Better Place (1998) e
Ruby Shade (2000), sicché nessuno si stupisca se la tempesta elettrica di Temptation, nel suo fragoroso
matrimonio tra Quicksilver e Sonic Youth, suona come la sorella maggiore, più saggia e smaliziata, della classica
Among The Stones, uno dei punti fermi nelle esibizioni live del gruppo. Allo stesso modo, le cartucce sparate con
maggiore veemenza - dall'impressionante rifferama di Dream Seller alle randellate heavy di Coming
Breakdown
, dalla sinfonia per assoli spettacolosa e granitica di Scatterbrain alla convulsa aggressività di Waitin'
For A Fight
, dall'indiavolata Reckless a una Castaway che sembra Cortez The Killer eseguita sotto anfetamine e
che renderebbe senz'altro orgogliosi i più selvaggi Crazy Horse - riflettono un'evoluzione che, passo dopo passo,
ha raggiunto una consistenza invidiabile.
Alla stessa voce (impegno + dedizione = risultati) rubricherei l'azzeccato impiego del pianoforte di Alessandro
Castriota e del violino di Alessandra Franceschetti dei Linea Maginot, determinanti il primo nell'economia di tutto
Crime Stories, la seconda nell'impalcatura della ruggente Behind The Bars e della citata Temptation.
Lasciano di stucco, infine, i brani a marcia scalata, quelli nei quali i Cheap Wine s'erano dimostrati in passato
più tentennanti, o meno personali. Qui, al contrario, sono proprio le ballate, pur fosche e serrate, a simboleggiare
il valore aggiunto di un disco da mandare a memoria nella sua interezza (un'ora e passa senza lo straccio di un
cedimento): Murderer Song sembra proprio un'outtake ancor più visionaria dei Green On Red periodo "Gas,
Food & Lodging" o dei Giant Sand più rootsy; la magnifica Looking For A Crime (per il sottoscritto, lo zenith
dell'album), con quell'andatura caracollante e quell'organo alla Chiris Cacavas in sottofondo, incarna una via
nostrana all'epica rock che non ha nulla da invidiare alla Merrittville che fu dei Dream Syndicate; l'armonica di I
Like Your Smell
evoca frontiere immaginarie e rapisce i sensi; i sette minuti tra Tom Petty e Social Distortion
della conclusiva Tryin' To Lend A Hand suggellano nel migliore dei modi possibili un disco hard-boiled nei
contenuti e nella sostanza. Fatevi avanti, cari lettori, ricacciate i pregiudizi esterofili in un cantuccio e fatevi avanti:
in Crime Stories c'è fuoco a sufficienza per vedere una nuova luce.
[ LATE FOR THE SKY - Gianfranco Callieri ]

 

I Cheap Wine sono un gruppo rigoroso. Fedeli alla linea del rock 'n'roll che perseguono fin dagli
esordi. Mi verrebbe da definirli dei Fugazi italiani, per la fierezza che hanno dell'essere indipendenti, convinti
giustamente come sono, che il fare da sé può rivelarsi ancora una carta vincente.
Vincente come i suoni che escono da Crime Stories quarta prova discografica del quartetto pesarese.
Il disco parte da presupposti difficili come l'idea del "concept album" con dodici brani che vogliono indagare il mondo
del crimine, inteso più come avversione per le regole, travalicare i confini del lecito, piuttosto che commettere delitti tout
court. Cosa si nasconde dietro questo aspetto? Molto spesso uomini soli, consapevoli di non potere o volere trovare e
sopportare relazioni di ogni genere, siano esse sentimentali o sociali. Tematiche appunto difficili da rendere fruibili in
un linguaggio popular, ma che vengono mediate in positivo dalla sintesi ottenuta dai Cheap Wine in questi anni.
Il cd scorre come un lungo viaggio da percorrere a tappe, e queste vengono ben rappresentate dall'alternarsi di tematiche
sonore che viaggiano sull'asse Detroit-Sidney (Coming Breakdown e Waitin' For A Fight) non disdegnando di
abbeverarsi alla fonte del classico rock americano di personaggi come Springsteen e Neil Young che si fondono a
meraviglia nel brano migliore dell'album, qual è a mio avviso Castaway.
A stemperare la tensione affiorano ottime ballate (Murderer Song, I Like Your Smell) che potrebbero sfondare nelle programmazioni radiofoniche intelligenti.
Arricchito dalle tastiere di Alessandro Castriota e dal violino di Alessandra Franceschetti dei Linea Maginot, Crime Stories sancisce definitivamente la fine dell'era Paisley Underground con la quale i critici, troppo spesso con
superficialità, hanno coperto il superbo songwriting di Marco Diamantini che non rinnega le radici americane, ma le
porta giustamente con orgoglio ad una sintesi personale.
A suggello di dodici splendide canzoni, una confezione curatissima nei suoni e negli splendidi disegni presenti sul booklet, che sono opera del batterista "Zano" e che sintetizzano a meraviglia il carattere noir di ogni brano. Un'opera all'interno dell'opera.
Se l'Italia fosse un paese normale, questo disco finirebbe in classifica, purtroppo ha bisogno del tam tam dei veri appassionati, ed allora iniziamo a spargere la voce.
[ FREAK OUT - Eliseno Sposato ]

 

I Cheap Wine sono: Marco Diamantini (voce e chitarre), Michele Diamantini (voci e chitarre), Alessandro Grazioli
(basso) e Francesco Zanotti (batteria).
Non si dovrebbe cominciare una recensione in maniera così diretta, ma questi quattro pesaresi meritano parole
evidenti, forti e precise, come la direzione del loro rock.
Già li avevo incontrati anni fa ad un concerto all'epoca di A Better Place (1998) e ora mi ritrovo sorpreso di fronte a
Crime Stories, loro quarto album: maturati, capaci di imporsi con un suono proprio e addirittura di costruire un
concept album, roba che di solito è esclusiva di artisti stranieri.
Con Crime Stories, si diceva, i Cheap Wine non si propongono, ma si impongono: lo spessore sonoro è parallelo e
assolutamente coerente con i testi delle canzoni, che scavano nella psicologia del crimine, nelle contorte
sfaccettature di chi vi cerca una via d'uscita, un modo per realizzarsi e per salvarsi.
I punti di riferimento sono i Dream Syndicate e i Green on Red di "The killer inside me", ma il suono dei Cheap Wine è
oggi se possibile ancora più diretto, più duro, a tratti arriva a mescolarsi con l'hard rock. Vengono in mente anche la
ruggine dei Crazy Horse e l'andamento sbilenco delle ballate di Neil Young, ma la compattezza dell'insieme è tale che
fermarsi a riconoscere le orme lasciate da altri, significherebbe abbassare lo sguardo e perdere di vista la strada che
questi ragazzi stanno battendo.
Il disco è giocato sull'alternanza tra illusioni e sensi d'oppressione, tra assalti impetuosi e ballate interiori. Tutto è
costruito in vista di un equilibrio che rimane in bilico tra il bene e il male, tra il rimorso e il sollievo: non ci sono cali di
tensione, anche il booklet è parte del contesto grazie ai disegni da fumetto noir di Francesco Zanotti. Il merito
maggiore va alle chitarre di Marco e Michele Diamantini che suonano dure, sanguinano, graffiano e ululano anche
nei pezzi più lenti. E se non è la chitarra a far salire il suo richiamo, allora tocca al violino di Alessandra Franceschetti
(Behind The Bars, Temptation), o all'armonica dello stesso Marco.
Coming Breakdown ha una veemenza che va oltre il punk, con l'armonica che fa botta e risposta con le chitarre
elettriche. Allo stesso modo, la chitarra acustica e la steel creano toni lugubri a Murderer Song. Le strutture dei brani
sono sempre ben centrate, anche quando si appoggiano a significative variazioni: basta ascoltare come l'attacco di
Reckless si evolve nel riff prima di svilupparsi all'interno della canzone, o come la voce porta sottili cambiamenti alla
struggente Tryin' To Lend A Hand, ricamata dai cori e dai tocchi di chitarra.
L'unico "limite" dei Cheap Wine sta nella loro estrema coerenza: come i precedenti, Crime Stories è autoprodotto,
indipendente e in vendita a 13 Euro, segno di una totale autonomia e distanza dal mondo discografico. Soprattutto
in Italia, un atteggiamento tanto fuori dalle regole, è considerato a dir poco criminoso.
Non a caso, i Cheap Wine proprio su questo hanno saputo costruire la loro identità, ed è una cosa di cui possono
andare fieri.
[ MESCALINA - Christian Verzeletti ]

 

Non lasciatevi ingannare dalla parola autoproduzione. Dietro di essa non si nasconde il solito CDr più o meno ben
fatto, ma una scelta di vita (artistica), una filosofia, che però non impedisce di ottenere un prodotto di grande qualità, sia
sonoro ma anche d'immagine (con un libretto, a fumetti, davvero ben fatto), e soprattutto "allunga" (paradossalmente?)
la vita di un gruppo, oramai arrivato alla quarta prova.
E se un "ragazzino" che non conoscesse questi ragazzi di Pesaro, potrebbe immaginare dal titolo del disco e dai fumetti
che siamo di fronte a qualche band crossover o nu-metal, rimarrà con le orecchie un po' stranite nel ricevere sul muso
del sano e poderoso r'n'r cantato in inglese, con le radici piantate in una realtà che non si vede in tv, fatta di promesse
non mantenute, quotidiana disperazione, con canzoni tutte incentrate "su un viaggio nel mondo del crimine... crimine
come trasgressione di una regola precostituita, come mancato rispetto verso se stessi e le proprie aspirazioni...".
E questo quarto disco, a mio modesto parere, è il loro migliore, il più forte, il più intenso, il più sfavillante.
Green on Reed, Long Ryders, Del Fuegos, Dream Syndicate e altre tonnellate di r'n'r fatto di America, speranze
infrante, polvere, deserto, autostrade ... (tanto per capirci), sono il sogno musicale ripreso dalle chitarre dei fratelli
Diamantini e deportato in Italia con la capacità di non far rimpiangere i modelli citati; certo i trendisti, quelli che
ascoltano solo l'ultima novità di moda, trasaliranno nell'ascoltare queste chitarre così "derivate", ma chi ha cuore,
polmoni e cervello liberi da queste stronzate non potrà che commuoversi e rimanerne affascinato.
Ballate come Looking For A Crime ( ed il suo assolo finale da brividi), I Like Your Smell (con tanto di armonica toccante),
la conclusiva Tryn' To Lend A Hand (conoscete Neil Young???) e Murderer Song (toccante e disperata, "... GIORNO DI
SOLE, IO VEDO LA PIOGGIA...") sono un toccasana per l'anima, mentre cavalcate come Reckless,
Scatterbrain e Coming Breakdown sanno di Stones, non danno respiro e saturano l'aria di elettricità, Dream Seller
diverte e fa ballare con quel suo alternarsi di organo e piano alla E Street Band, Temptation così tribale, scarna e
"malvagia", Waiting For A Fight che fa esplodere tutta la sua carica con chitarre elettriche a mille ... e... e.... tutto il resto.
Non ho osato rileggere le mie "vecchie" recensioni dei loro dischi sulla nostra fanza Wolvernight, temevo, e temo, di
aver usato non solo i medesimi concetti, ma probabilmente gli stessi aggettivi e le stesse parole.
Poco importa, se così fosse testimonierebbe solo la loro incredibile coerenza e capacità di regalare emozioni e,
soprattutto, quella dannata (ridicola?) certezza che il rock'n'roll ancora scuote budella e spirito. Volete scommetterci?
[ WOLVERNIGHT - Alberto Nobili ]

 

Indipendenti, coraggiosi e persino po' incoscienti, i Cheap Wine cominciano a fare sul serio: "Pictures" e "A Better Place" avevano sparso la voce, "Ruby Shade" era stato un piccola rivelazione, raccogliendo consensi pressocchè unanimi, "Crime Stories" prosegue un'avventura che inizia a reclamare il suo spazio vitale. Assaporandola corposa produzione di Alessandro Castriota si intuisce perchè le majors non riescano più ad accettare un disco rock, così come la cura estrema del booklet (con i simpaticissimi disegni del batterista Francesco Zanotti e l'inclusione di tutti i testi tradotti) è sintomo di un profondo rispetto verso il loro pubblico. Insomma, i Cheap Wine non sono affatto delle comparse e non hanno voglia di passare inosservati. La vera differenza però la fanno sempre le canzoni di Marco Diamantini (questa volta rapite dalle oscure trame del crimine) così come l'energia bruciante che traspare dalle note del nuovo lavoro: "Crime Stories" coglie ancora una volta, forse anche meglio di "Ruby Shade", l'impatto devastante del gruppo, avvicinandosi fedelmente al tiro micidiale dei loro live shows. Musicalmente non si allontana invece dalle certezze del passato, cercando piuttosto di scavare nel loro sound e nelle loro radici, anzichè ampliarle. Esempi di questa ricerca in profondità sono la vibrante apertura di Dream Seller, in cui il piano boogie di Castriota affianca l'arsenale di chitarre di Michele Diamantini, finendo dritto nelle braccia degli amati Green on Red; il violino di Alessandra Franceschetti in Behind The Bars, western ballad di grande fascino; la magnificenza di Looking For a Crime, ballata sognante alla Steve Wynn, che scoppia in un finale visionario. "Crime Stories" apparirà meno sorpredente e spiazzante alle orecchie dei vecchi adepti, occupato semmai a ribadire le coordinate di un rock'n'roll spesso e volentieri imparentato con l'hard-rock più nobile (Coming Breakdown, Reckless), estremamente crudo e psichedelico (le tormentate convulsioni di Temptation ed una Castaway per cui Dan Stuart andrebbe fiero), altre volte rapito da un romanticismo in forma di ballata folk-rock (Murderer Song, Tryin' To Lend a Hand). Come in tutti i migliori dischi di rock'n'roll: ad una dolce carezza segue sempre un duro pugno nello stomaco.
[ ROOTS HIGHWAY - Fabio Cerbone ]

 

I Cheap Wine ormai sono liberi di fare quello che vogliono , anzi a dire il vero lo sono sempre stati. Unico esempio in Italia di band che segue da sola tutti gli aspetti possibili e immaginabili che stanno dietro alla produzione e alla distribuzione di un disco , in più è conosciutissima all'estero con svariate programmazioni in emittenti radiofoniche, pur non avendo dietro un'etichetta
discografica. Il loro rock'n'roll come al solito in un ottimo inglese stavolta ha la strana forma di un concept album ed è esportabilissimo. Il movimento americano del Paisley Underground e dintorni e anni di esperienza ha dato loro quella forza che è servita a stare in piedi da soli in questo mondo di pescecani musicali e a fare musica che non tramonta mai, avulsa da mode o da scimmottiamenti tipici di altri generi.
"Crime Stories" è un concept album che osserva le varie sfumature del mondo del crimine cosi dannatamente rock'n'roll, ma lo fa con quella visione tipica al panorama fumettistico di genere. Infatti tutto il lavoro grafico della cover e del booklet è opera del batterista che si rivela un grande cartoonist di talento. Ma passiamo alla musica: l'energia impera in tutto l'album dove il pezzo
d'apertura Dream Seller fa capire a chi si avvicina per la prima volta di che pasta sono fatti questi pesaresi. Poi si parte con le impennate sonore di Coming Breakdown, agli assoli magistrali di Scatterbrain e l'album decolla alla grande. In questo lavoro trovano spazio anche stupende ballate come la bellissima Murderer Song (che rispecchia molto il lavoro di Dan Stuart
dei Green on Red a inizio carriera), Looking for a Crime e la conclusiva struggente Tryin to lend a hand. Consacriamo per l'ennesima volta questa formazione marchigiana nel limbo del rock made in Italy a cinque stelle che può viaggiare tranquillamente a testa alta anche in terre dove il rock è nato. Ascoltare per credere.
[ AKTIVIRUS - Filippo Michelini ]

 

I Cheap Wine rappresentano un caso davvero a parte nella musica italiana. Cantando rigorosamente in inglese,
autoproducendosi, si sono conquistati l'ammirazione di Steve Wynn e apprezzamenti anche in America (intesa non
solo come Stati Uniti), rimanendo fedeli ad un rock'n'roll heart che ormai quasi non esiste più, schiacciato tra le
sonorità electropop, e le velleità cantautorali che dominano l'odierno panorama italiano.
Dagli esordi acerbi ma interessanti di un disco come "A better place" eccoli adesso al terzo lavoro, "Crime Stories" un album di racconti oscuri, ravvivati dalla luce malata di un rock che attinge a Lou Reed come agli Stones
(sentire l'attacco dell'iniziale "Dream Seller" per credere). I Cheap Wine cercano ispirazione nella cronaca nera per
raccontare storie di vita quotidiana, ma non scavano nella spazzatura come molti giornalisti di casa nostra. Il loro
approccio assomiglia piuttosto a quello di un James Ellroy, in campo letterario, o a quello dei Velvet Underground,
primi a cantare l'assunto "c'è del male nella bellezza, c'è della bellezza nel male". I vertici assoluti li toccano nella lenta
ed inquietante "Murderer Song" che piacerebbe a Nick Cave o in "Temptation", impreziosita dal violino di Alessandra
Franceschetti, ma in generale tutto l'album è una lama affondata al cuore dell'indifferenza.
Certo, non c'è traccia d'Italia nella musica dei CW, che pure provengono tutti da Pesaro. Ma forse è giusto così.
Merita una segnalazione, poichè degno delle migliori produzioni, il booklet interno opera di Francesco "Zano" Zanotti
che oltre ad essere il batterista del gruppo, è anche un bravissimo disegnatore.
[ VICEVERSA - Roberto Rizzo ]

 


I Cheap Wine esordiscono nel 1997 con un mini cd, Pictures, e l'anno successivo pubblicano A Better Place ottenendo grandi consensi dalla critica. Il quartetto di Pesaro si fa conoscere a livello nazionale e internazionale con la loro terza prova discografica, Ruby Shade contenente un brano evocativo come "Angel" scelto da Mtv Usa per la colonna sonora di Undressed Show. Il nuovo Crime Stories è ancora più convincente delle incisioni precedenti. La band è sicuramente maturata ed è
pronta per il salto definitivo nel rock intemazionale. Uno dei punti di forza della band è la chitarra solista di Michele "Roccia" Diamantini, ben coadiuvato dai suoi partner, il chitarrista ritmico Marco Diamantini e la sezione ritmica formata da Alessandro "Fruscio" Grazioli al basso e Francesco "Zano" Zanotti alla batteria. Il sound è decisamente americano. I Cheap Wine sono sicuramente figli minori del movimento Paisley Underground e di gruppi come Dream Syndicate e Green On Red. Un rock decisamente sanguigno: chitarre all'unisono, incisive e potenti. Una band davvero valida, gagliarda e vigorosa.
Voto: 8
Perché: nel panorama italiano sono sicuramente un fiore all'occhiello, qualcosa di cui andare fieri.
[ JAM - Aldo Pedron ]

 

Incredibile solo a pensarci qualche anno fa, i Cheap Wine tengono fede alla loro "promessa" e pubblicano il terzo disco autoprodotto dopo la prima breve apparizione su Toast records. Difficile da credere, dicevamo, visto e considerato che l'autoproduzione troppo spesso considerata una necessità piuttosto che una "scelta". I quatto pesaresi, invece, ne hanno fatto (giustamente!) una "conditio sine qua non" per poter continuare a pubblicare le loro opere senza interferenza alcuna in nessuna fase produttiva. Tanto che finora, visto e considerato anche il grado di rischio (decisamente prossimo allo zero) dei discografici italiani, hanno avuto ragione, costruendo così pian piano uno zoccolo duro di fan e appassionati vari che ad ogni uscita tributa un piccolo successo ai marchigiani. Non nasca però l'equivoco da queste affermazioni relative al "self-made" per confondere la musica con tutto ciò che è extra rispetto a questa. Perchè se Marco Diamantini & co. hanno saputo anche gestire gli aspetti "commerciali", in primis hanno sempre dimostrato di essere musicisti ispirati e dotati di talento. Magari si obietterà che il genere in cui credono fermamente - e fortemente! - non sia più abbastanza "cool" da spingervi all'acquisto, ma di fatto le 12 canzoni di Crime Stories servono, se possibile, a ribadire che qui "si fa sul serio".
Si dica innanzitutto della resa sonora dell'album, pregevolissima e internazionale, dove si preferisce una produzione scarna ma efficace, tanto da evidenziare ancora una volta l'incredibile "tiro" che da sempre contraddistingue le prestazioni dei ragazzi, sia che si trovino sopra un palcoscenico o dentro uno studio di registrazione. Poi una scrittura al di sopra della media, al punto che i paragoni con Dream Syndicate e compagnia cominciano a stare stretti (ascoltate la tagliente Temptation e ve ne farete una ragione).
Infine la scelta degli arrangiamenti, arricchiti stavolta non solo dagli hammond del fedelissimo Alessandro Castriota, ma anche dal violino di Alessandra Franceschetti, presa in prestito (momentaneamente?) dai concittadini LineaMaginot. Se tanto non vi basta, si può aggiungere che il quartetto sa ancora regalare good vibrations, forse perchè capace di scrivere canzoni ricche di pathos che, a dispetto di molte altre, non si esauriscono in una stagione ma vivono nel tempo. E non crediamo siano coincidenze, per il semplice fatto che ad ogni puntata i Cheap Wine hanno saputo svelarci un mondo (il loro) all'apparenza sempre - e coerentemente! - uguale, ma che ascolto dopo ascolto si mostra invece incredibilmente ricco di sfaccettature. Ciò, forse perchè abbiamo a che fare con un gruppo vero che, una volta tanto, non bluffa ma preferisce raccontarsi senza troppe remore. Crime Stories, perciò, diventa un (altro, si spera) fondamentale tassello della vostra collezione, a prescindere dagli incondizionati attestati di stima - che triburete automaticamente anche voi attraverso l'acquisto del dischetto.
[ ROCKIT - Fausto Murizzi ]

 

Crime Stories è il quarto capitolo del percorso artistico dei Cheap Wine. Gli Usa del quartetto di Pesaro sono quelli del rock'n'roll sanguigno ed evocativo, ibridato con la psichedelia meno contorta, in un tripudio di chitarre incisive tanto nell'accarezzare (ad esempio Looking For A Crime, I Like Your Smell, Tryin' To Lend A Hand o la rarefatta e dolente Murderer Song, che non avrebbe sfigurato nel mitico "Medicine Show") quanto nell'imbastire trame inquietanti (Temptation) o nell'assestare salutari ceffoni (Coming Breakdown, Reckless, Waitin' For A Fight o quella Dream Seller che, complici anche le tastiere, sembra rubata a "Gravity Talks"). I Cheap Wine, comunque, sanno ormai andare ben al di là dell'omaggio alle loro pur evidenti influenze, concependo un suono - e soprattutto canzoni, nel senso più nobile del termine - di notevole equilibrio ed impatto, dove la tradizione non è un limite, ma un inesauribile serbatoio di linfa vitale. Chi si trovi in sintonia con tale approccio, attitudinale e stilistico, si accosti pure al cd - a proposito: molto belli i disegni che lo adornano, opera del batterista Francesco Zanotti - con la certezza di non incorrere in delusioni.
[ MUCCHIO SELVAGGIO - Federico Guglielmi ]

 

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CD: "Ruby shade" (2000)

"Ruby Shade is a very cool/agressive record. Band sounds rocking".
[ERIC "ROSCOE" AMBEL]

 

"Ruby Shade sounds great. I notice a little more of a late-70s punk influence (particularly the Buzzcocks) and that's a nice mixture with your older sound. Congratulations".
[STEVE WYNN]

"Ruby Shade is very excellent, as usual. I really like the more uptempo rockin' songs. I think it's a step up from your last one". [AL PERRY ]

Leave it up to a bunch of hard rockin' cats from none other than Italy to prove that you can still lay into simple, straight ahead rock and roll with nothing but a passion for its energy and spirit. No frills here, just guitars, slightly accented vocals, and some pretty damn good songs. Start with Angel, then the Ian Hunter-esque title tune, and let the rest all slide on down like a cold beer.
[BANG SHEET - Kurt Hernon]

Du rock'n'roll enivrant Peu de groupes europens ont russi galer les idoles du Rock'n Roll d'outre-ocan ce point comme les Cheap Wine, une formation de Pesaro, Italie. Leur rcente publication tient bien plus de promesses que le nom du groupe le laisserait imaginer... En effet "Ruby Shade" est un concentr de rock pur, consommer sans modration aucune, dmontrant le grand talent du groupe autour des fréres Diamantini qui se concrtise autant dans de belles ballades acoustiques que dans des morceaux rock dchains, aux rhythmes captivants. Bien qu'on devine aisment les rfrences musicales du quartett (ne citons que Steve Wynn, Led Zeppelin, les Black Crowes, Lou Reed...) les Cheap Wine se rèvélent capables d'aller bien au-dl d'une simple imitation des lgendes amricaines. Les textes, en anglais, avec traduction italienne l'intrieur du booklet, racontent les histoires typiques du rock amricain des annes '70, avec le rve de la libert absolue en premire affiche. Voil donc un album d'un groupe mergeant conseiller absolument aux passionns du Rock'n Roll!
[VoXX - Robi Weis].

The best song is Angel, and it starts up an hour's worth of dark-rooted rock/pop that often skirts the waters of Roger Waters and all things rock-funky. The ending Mary swirls and looms up into the darkness for over 10 minutes, making you think you're drowning in another country when there are no tourists around to help you. This 4-strong band is from Italy, and it's amazing how well they'd fit into the USA, given a fifth of a chance. Not to harp on it, but Angel really rocks, and it ain't church music. 'I can fly / I can hover in the sky / Feelin' wild like an eagle dancing high / I can't stop now baby, I don't wanna go back to the ground / I like to be out of my head / I'm crossing the line' but if you only speak Italian, don't worry. Every cd page gives you the English and the Italian both. Makes you feel part of a great import that way, eh? Wild guitar marks the entrance of Devil's On My Side, spruced up with hot drums and bass that actually directs you there. 'I broke away / from that jail last night / I killed the jailer / wiped out the wall and now I feel alright'. Do they mean wiped out or wiped off? You won't much care when the rock takes you. Fun, grave dancing music that isn't afraid to wake the dead drunk. Rock, or the hard stuff. But every once in a while they'll calm a minute, like to give the electrically acoustic Crazy Hurricane a chance to burn itself out. As if sung by a guy in the basement keeping his insane self amused while the storm thrashes outside. 'The sun was fadin' out / the wind was fallin' down / a sudden wave of silence breakin' all the noise around / You sat down for a while / you looked up to the sky / you saw a crazy hurricane comin' up from nothing' and eventually the pent up emotions, guitar and pissed-beat drums dredge up out of the water and try to electrify. Not quite in the direction of Kiss. More like the alley behind the bar, not afraid to go in, just finding more to shout against out here in the thunder and rain.
[MUSIC DISH - Ben Ohmart].

L'inizio è davvero entusiasmante, Angel è una canzone fresca, cantata con leggerezza e suonata con uno svolazzante gioco di chitarre e ritmo. E' il brano che fotografa al meglio le possibilità dei Cheap Wine, una delle più interessanti formazioni di quel rock italiano cantato (ancora) in inglese divenuto una specie di panda in via di estinzione. Avevano debuttato due anni fa con "A Better Place" ma i miglioramenti avvenuti sono evidenti. "Ruby Shade" è un netto balzo in avanti sia dal punto di vista della musica che della produzione. I fratelli Marco (voce e chitarra) e Michele (chitarra solista) Diamantini, più il batterista Francesco Zanotti ed il bassista Alessandro Grazioli sono un quartetto ad alto tenore di rock elettrico, che stilisticamente spazia dai Green on Red ai Dream Syndicate, da Steve Wynn ai Del Fuegos, elargendo un rock urbano con complicità cantautorali dove il suono duro e crudo della band lascia spazio talvolta agli intro della chitarra acustica e agli intermezzi di un'armonica che insieme dettano le coordinate di quella ballata di cui non è difficile rintracciare l'origine nella East-coast americana. Emblematica di quella vocazione "songwriter" è proprio la title track dell'album, Ruby shade una bella ballata che evidenzia la maturità di scrittura di Marco Diamantini e la finezza chitarristica del fratello Michele che in questo brano lascia da parte le sue eccitanti cavalcate con la Gibson, via di mezzo tra rasoiate hard e qualcosa di più sottilmente psichedelico (alla Karl Precoda, per intenderci) e ci infila un arpeggio acustico di vago sapore flamenco che fa presagire più ampi orizzonti musicali. In questo brano, come nell'iniziale Angel, in So Far Away ed in Easy Joe, al quartetto si aggiunge l'hammond di Alessandro Castriota che contribuisce al lirismo dei brani, aggiungendo una certa solennità e offrendo quell'alternativa necessaria per evitare dischi monotematici e vincolati ad un unico standard.
Ciò non toglie che i Cheap Wine siano principalmente una rock'n'roll band che morde e fugge con graffi di sulfureo rock chitarristico, come accade nella rabbiosa Dead City, urlo da un lontano CBGB, come in Bad Guy, bell'esempio di come un mid-tempo pestato duro e cantato volgare può essere più efficace di qualsiasi hard-core punk, come nella granitica Break It Down, ovvero 100% di Green on Red periodo "Here come the snakes" e come in Devil's On My Side, bel racconto noir tra Jim Thompson e Sam Peckimpah con annessa fuga in Messico. Di diversa estrazione sono Crazy Hurricane e soprattutto A Blaze In The Dark, dove un intro armonica/chitarra acustica di sapore springsteeniano si apre in una ballata ariosa, in cui Michele Diamantini dimostra ancora una volta le sue virtù in fatto di chitarre e la sezione ritmica tiene abilmente "sottoesposto" un drive che altrimenti snaturerebbe l'atmosfera byrdsiana e pettyana del brano. Chitarre acustiche ancora in evidenza con Easy Joe, bruciante (e attuale) composizione sulle vittime senza senso e senza nome di una violenza giovanile per noia e per eccesso, mentre Mary è acida e lisergica come il deserto dei Giant Sand e Set Up A Rock'n'Roll Band è l'apertura (o la chiusura) di uno show dei Cheap Wine, ritmo a palla, chitarre killer e voce che vomita l'impossibilità di essere normale. "Me ne sono andato dalla confusione della mia mente, ero nei guai, avevo bisogno di una danza magica, ho preso una chitarra e poi ho fondato una rock'n'roll band": alla faccia di chi vede in Italia solo la "lunapop", i Cheap Wine tengono alta la bandiera del più duro rock di strada. No surrender, folks.
[BUSCADERO - Mauro Zambellini]

"Chitarre assassine e ritmiche travolgenti. Ballate acustiche e viaggi psichedelici. Questi gli eccitanti ingredienti di "Ruby Shade", terza prova discografica dei Cheap Wine, dopo il mini cd "Pictures" (1997) e l'album "A Better Place" che tra il 1998 e il 1999 li ha imposti all'attenzione della stampa e del pubblico non solo in Italia. "Ruby shade" è una sferzata di potentissimo rock'n'roll, trascinato dalla chitarra straordinaria di Michele Diamantini e da una sezione ritmica granitica (Alessandro Grazioli e Francesco Zanotti) che conferisce ad ogni pezzo una incredibile energia. In questo ambito, la voce di Marco Diamantini - aspra e suadente, potente e delicata allo stesso tempo e sempre estremamente espressiva - diventa il veicolo di emozioni forti, non soltanto uditive: bellissimi i testi, riportati con traduzione nel lussuoso booklet del cd. Un suono così in Italia non si era mai ascoltato e i Cheap Wine si dimostrano all'altezza delle migliori rock band americane. L'apertura di Angel è solare, con chitarre aperte e avvolgenti, Bad Guy e Devil's On My Side hanno chitarre polverose e ritmo indiavolato: impossibile restare fermi di fronte a tanto fuoco, il piedino comincia a battere il ritmo per conto suo. Ruby Shade è una splendida, lentissima ballata che ti trasporta nel deserto della Death Valley, con un'armonica onirica un assolo di chitarra acustica da sogno. Dead City è un urlo di rabbia, Crazy Hurricane un vero uragano di energia. A Blaze In The Dark ha il il mood delle più sofferte ballate di Springsteen, Easy Joe e So Far Away incantano con quelle chitarre acustiche intrise di tensione e quella voce così ammaliante. Break It Down è un'esplosione di potenza e furore, con Led Zeppelin e Black Crowes nel sangue. Set Up A Rock'n'Roll Band vi trascinerà in una danza sfrenata, con quell'incedere incalzante e quella sporca cadenza che piace tanto ai Rolling Stones. L'album si chiude con Mary, notturna e desertica, un autentico gioiello incorniciato da un assolo di chitarra strabiliante e assolutamente unico. "Ruby Shade" è un capolavoro e una pietra miliare per il rock italiano che con questo disco per la prima volta si pone all'altezza delle migliori produzioni americane: se avete il rock'n'roll nel cuore non potete fare a meno di "Ruby Shade".
[ONBOARD]
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Dopo il mini cd "Pictures" (1997) e l'album "A Better Place" (1998) eccoci alla terza prova discografica di questa validissima formazione di Pesaro. La band capitanata da Marco Diamantini (chitarra ritmica, armonica e voce) vede il fratello Michele "Roccia" Diamantini alla chitarra solista, slide e cori mentre completano il gruppo la sezione ritmica con Alessandro Grazioli al basso e Francesco Zanotti alla batteria. "Ruby Shade" contiene ben dodici canzoni scritte interamente dalla band e quindi nessuna cover. I Cheap Wine sono una delle realtà di quel rock elettrico che infiamma il nostro Paese, uno di quei gruppi del panorama del rock italiano cantato ancora però in inglese. Pescano la loro versatilità e il gusto per la musica rock americana che ha le sue origini nel Paisley Underground dei Green On Red di Dan Stuart, Del Fuegos e i Dream Syndicate di Steve Wynn. La band in questi ultimi tre anni è sicuramente migliorata ed ora le composizioni e il loro sound si sono rinvigorite e risultano ancora più originali. Splendida l'iniziale Angel con il gioco delle chitarre in evidenza e l'armonica da cantautore. Bad Guy ha il suono duro e crudo della hard rock band ma la giusta musicalità dei gruppi californiani. Curiosa Set Up A Rock'n'Roll Band, elucubrazioni di un giovane che forma un gruppo rock: c'è lui solo, la sua chitarra e i suoi pensieri folli. Break It Down affonda le radici in certo southern-rock ma la via musicale è ancora quella dei Green On Red, dei Dream Syndicate e dei True West.
Voto: 7,5
Perché: è ottimo esempio di rock italiano ma cantato in inglese, sonorità americane, Dream Syndicate e Steve Wynn su tutti. I Cheap Wine però dimostrano una personalità e una preparazione musicale non indifferente.
[JAM - Aldo Pedron]
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Le finestre dei fratelli Diamantini danno sull'America e si affacciano su quelle stesse strade che hanno visto sfrecciare le auto di Lou Reed, Steve Wynn, Chuck Prophet e Jefl Tweedy. Grande come di consueto il gioco delle chitarre: sfavillanti, energiche, superelettriche quando si allungano fendendo l'aria col vigore delle migliori r'n'r bands degli ultimi trent'anni di Storia Americana (Devil's On My Side, il crescendo tellurico di Crazy Hurricane, Break It Down, Set Up A Rock'n'Roll Band) ma capaci anche di piegarsi al morbido, scivoloso giaco di mille slides (So Far Away, distesa su un tappeto di bottlenecks come le migliori ballads dei Green on Red o dei grandi, misconosciuti CafeCino, lo sfibrante, estenuante languore che avvolge i movimenti alla codeina di Mary), con una naturalezza che "A better place" ci aveva già rivelato e che adesso trova compimento pieno e calibrato. Qualcuno tirerà fuori il solito abusato aggettivo: derivativi. Ecco, lasciateli cuocere nel loro brodo e tenetevi stretta quest'America, ancora un po' romantica e viandante, con grandi cose da difendere e moltissime altre da conquistare, con le sue miserie. Altrettanto grandi come le nostre. Il rock sta dove sta il cuore, scrissi una volta. E torno a riscriverlo.
[RUMORE - Franco "Lys" Dimauro]
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Finalmente possiamo andare fieri di avere anche noi la nostra terribile coppia di fratelli del rock'n'roll: è giunto infatti il momento di innalzare le lodi della famiglia Diamantini (Marco e Michele), che in compagnia del basso di Alessandro Grazioli e la batteria di Francesco Zanotti sono l'anima pulsante dei Cheap Wine, una certezza irrinunciabile per il presente del rock italiano e si spera una colonna portante per quello futuro. Se le parole spese vi sembrano esagerate o fin troppo banali e propagandistiche, è forse il caso di mettere in luce tutto il valore di un disco come "Ruby Shade", terza prova del gruppo pesarese, dopo l'interessante esordio di "Pictures" e la splendida conferma con "A better place". Le coordinate sonore dei Cheap Wine non sono cambiate per nulla, ma l'impatto è ancora più convincente: un sound corposo, compatto, che cattura tutta la vigorosa energia della band, dando maggiore forma però alle canzoni, con arrangiamenti e produzione senza sbavature. Quello che colpisce è soprattutto l'elevata qualità dei brani, quasi settanta minuti di artiglieria rock di prima classe, senza cedimenti o indecisioni. Suono unitario certo, ma non monolitico, perchè agli indiscutibili "pruriti" rock'n'roll del gruppo si aggiungono una sensibilità spiccata per ballate dal timbro urbano, arricchite dall'organo di Alessandro Castriota, fornendo quindi una ricetta varia e stimolante. Se l'apertura di Angel fa pensare subito alla migliore tradizione stradaiola americana, qualcosa sospeso a metà fra Springsteen, Mellencamp e il nuovo roots rock provinciale, Bad Guy porta in superficie le radici punk del gruppo, accompagnate però da una sensibilità tale della materia rock, che può solo rimandare alla grande e seminale stagione dei Dream Syndicate. Fuoco e fiamme anche nella tiratissima Devil's On My Side, nell'arcigna Dead City e nella gemella Break It Down, in cui semplicità, aggressività e chiarezza d'intenti fanno muovere a pieni giri il motore dei Cheap Wine. Di ballate quali la stessa title track o So Far Away si sono in qualche modo già anticipati i contenuti: ci sono soprattutto passione ed un grande rispetto verso la classicità del rock, qualità sempre più rara di questi tempi e troppo spesso liquidata con un superficiale giudizio di "derivazione". La voce di Marco Diamantini si inserisce alla perfezione nel muro di chitarre fragorose (tra punk, tirate hard e suggestioni sudiste) del fratello Michele, "ruba" la timbrica e le sfumature a Steve Wynn e tutto il gruppo ripercorre la via aperta dal Paisley Underground nella splendida Crazy Hurricane, o nella tensione latente della slide di A Blaze In The Dark. Set Up A Rock'n'Roll Band sembra scritta apposta per farti venire una voglia matta di maltrattare la tua chitarra (personalmente è quello che ho fatto), Easy Joe viaggia sul border con un forte sapore western tra le righe e Mary dà la buona notte con visioni desertiche e psichedelia, pagando ancora una volta il sentito tributo alla venerata coppia Wynn-Stuart. Una della uscite rock più entusiasmanti dell'anno in corso, e non mi sto riferendo ad una ristretta visione nazionale.
[ROOTS HIGHWAY - Fabio Cerbone]
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Faccio veramente fatica a trovare le parole per recensire il terzo lavoro dei Cheap Wine: non c'è nessun motivo particolare che 'soffoca' la mia scrittura, o forse ce n'è uno che è talmente imponente da bloccare le dita sulla tastiera. "Ruby shade" è così fottutamente rock'n'roll tanto da essere intaccabile, anche solo per decifrare quei pochi passaggi utili per portare a termine una recensione degna di questo nome. Insomma il classico caso in cui sei pienamente cosciente che le parole da usare non potranno mai rendere quelle sensazioni che ti dà il disco - disco che, fra l'altro, cresce alla distanza, cioè più lo macini e più lo gusti, perché le chitarre di Michele scivolano via che è una bellezza, assieme alla voce dell'instancabile Marco e ad una sezione ritmica granitica. Eppure dopo uno splendida seconda prova qual era stata "A Better Place", avrei avuto difficoltà a pensare questi quattro ragazzi così in forma, non perché dubitassi dei loro pregi, bensì perché ritenevo fosse veramente una 'mission impossible' anche solo eguagliare il capolavoro che ha preceduto il nuovo genito. E invece "Ruby Shade" è un capolavoro, suona (come previsto) ancora fottutamente Cheap Wine (anche nei testi!) e non stanca mai, al punto da pensare che le melodie contenute in esso siano perfettamente bilanciate tra ballate e pezzi rock, sfuriate elettriche e chitarre acustiche. Adesso non vi aspetterete mica che cominci ad elencarvi le canzoni migliori? Come avete intuito è questa la 'missione impossibile', individuare cioè delle tracce 'chiave' in un disco tanto perfetto dal punto di vista formale quanto bello da godere ovunque voi siate - con il consiglio, però, di portarvelo spesso in macchina. Per il resto, sì... "it's only rock'n'roll", ma robe del genere accadono solo in rarissime occasioni: una di queste è quando esce un disco dei Cheap Wine!
[ROCKIT - Fausto Murizzi]
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I Cheap Wine continuano ad intessere melodie prese lontano dalle nostre lande. Dopo un mini e un cd autoprodotto. "Ruby Shade" fotografa l'orgoglio elettrico di una band che non rinuncia a cantare in inglese, a proporre lunghe ballate sull'asse Green On Red-Dream Syndicate-Neil Young, senza attardarsi in ossequi inutili, ma puntando di più ad un vigore espressivo e compositivo totalmente personale. La penna di Marco Diamantini scintilla e firma alcuni dei più bei pezzi del repertorio: l'apertura solare e lirica di Angel, le asprezze impolverate di Bad Guy e Dead City, il mood chiaroscurale di So Far Away, le tinte struggenti della title-track, lo sviluppo avvolgente di Crazy Hurricane, le visioni di Easy Joe e così via. Suoni di una frontiera universale, dove la voce di Marco e la chitarra del fratello Michele si librano senza troppe preoccupazioni, lasciando ad altri infelici gli obblighi di stabilire originalità e riferimenti, magari di criticare la scelta della lingua (ogni pezzo è comunque tradotto). Noi preferiamo elogiare uno degli album più viscerali ed intensi usciti quest'anno, sorretto da un buon songwriting e dalla consapevolezza di stare facendo la musica "giusta", almeno per quella che è la sensibilità artistica del gruppo pesarese. Maggiormente incline, rispetto al passato, a suggestioni southern ed a toni ruvidi, "Ruby Shade" fotografa una maturità artistica che dovrebbe essere assolutamente premiata da un pubblico più vasto dei soliti tre/quattro lettori di rubriche specializzate. Non mancate il contatto.
[IL MUCCHIO SELVAGGIO - John Vignola]

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CD: "A better place" (1998)

It sounds great, you should be proud of this album. You wear your influences proudly and still show so much of your own personality. Well done...
[STEVE WYNN]

 

Your record is great. I love all that sorta stuff. You guys have got it!
[AL PERRY]

 

You guys are really rockin' on this one. I like that song "Broken dream"
[ERIC "ROSCOE" AMBEL]

 

I don't speak Italian, and I can't read Italian, so whatever was in the press kit that I received from Cheap Wine is a mystery to me. What's crystal clear, however, is that rock and roll knows no geographic boundaries. How a band from Italy comes out sounding like The Sidewinders and Green On Red crossed with classic-era Stones isn't important, the fact that they do is what matters. The GOR references are everywhere - the band's name comes from a Dan Stuart song (covered on their CD "A Better Place") and both guitar players have obviously listened to a lot of lyrical players like Chuck Prophet. Walkin' Away, available on MP3, finds the quartet sailing out of the gate with a drum-propelled rocker that features harmonic guitar lines from Marco and Michele Diamantini; Rich Hopkins fans will do double-takes. A Better Place and Dark Angels explore the acoustically darker, Cowboy Junkies play "Sweet Jane" area of the aural soundscape. The vocals are sung in English and Marco does not have a strong or classic voice, but he conveys emotion that matches well with the material. As a testament to good taste, they list their favorite bands on the "thank you" page of the CD booklet, and if your record collection were limited to those artists, you'd be in good hands. Repeated plays only endear me further.
[BILL HOLMES]

Cheap Wine expertly combines Lou Reed, Replacements-style guitar rock rock, along with an inclination for letting the songs move and feeling the groove as it intensifies. Wow! Brothers Marco Diamantini (vocals, guitar) and Michele Diamantini (guitars), with Francesco Zanotti (drums), Alessandro Grazioli (bass) are the kind of band you want to surround yourself in. Even the lazy, wandering drawls that Marco breathes into the mic are loaded with frenetic forethought as Michelle's guitar weaves beautifully seductive only to blister and flare. Man, this where you'll find it if you think you lost it; and where you'll get it if you haven't got it.
[GAJOOB - Bryan Baker]

 

Un disco di rock'n'roll sanguigno, energico, chitarristico e che non lascia dubbi sulla qualità della band: in "A Better Place" è condensato il suono nato da una lista di nomi (riportata nell'elegante booklet) che comincia con la A di Ac/Dc e finisce con la Z del mai dimenticato e grandissimo Warren Zevon. l fratelli Marco e Michele Diamantini (alle chitarre), Francesco Zanotti (batteria) e Alessandro Grazioli (basso) hanno le idee chiare e un bel sessanta per cento di "A Better Place" è artiglieria rock'n'roll di primissimo ordine. Walkin' Away, Dangerous Game, The Waster, Strange Girl (che ricorda un po' i Georgia Satellites) e infine Broken Dream e I Am Everything You Are che sono le migliori del lotto, sono il sound dei Cheap Wine, con le chitarre elettriche in evidenza, una sezione ritmica sufficientemente compatta e un cantato disperato, ma non privo di fascino. Nel resto di "A Better Place", i Cheap Wine mostrano invece un talento per le canzoni con un senso proprio e il gusto per sperimentare nuovi orizzonti. Nella prima fase, ci va Dark Angels, uno dei pezzi migliori di "A Better Place", che è una sorta di Lou Reed song con una slide che si sposta in territori più rootsy. Sua diretta parente "A better place" che ha un organo che ricorda la prima E Street e un suono che arriva da New York. Più eclettiche Among The Stones (ricorda un po' "Sister Morphine" in versione spaghetti western), la vagamente psichedelica Playing With A Butterfly: territori tutti da esplorare. Un discorso a parte merita Cheap Wine che rimanda agli albori dei Green On Red: gran bella versione, con tanto di break psichedelico (ancora un'armonica morriconiana) e finale pirotecnico a 200 all'ora. Per concludere il cosiddetto "rock italiano" non lo so (e non mi interessa), ma il rock'n'roll in Italia è vivo e vegeto, anche grazie ai Cheap Wine, e se proprio avete bisogno di un "better place" per sognare, scegliete il loro.
[BUSCADERO - Marco Denti]

 

A volte bisogna ricominciare, riprendere la strada e raccogliere gli strumenti, per cercare di raggiungere "un posto migliore". E' proprio quello che ha fatto Marco Diamantini dopo un bel mini-cd, "Pictures", che disegnava arabeschi elettrici infettati dal fascino della frontiera americana, memoria fortissima del movimento Paisley di oltre un decennio fa. Un piccolo gioiello che per ora è rimasto nascosto nelle pieghe delle produzioni amatoriali, nonostante il forte apprezzamento, nostro e di altri. Allora, con una scelta senza mezzi termini, "A Better Place" esce totalmente autogestito dal Nostro, con il nastro d'asfalto che occhieggia in copertina ed un titolo altrettanto eloquente. Anche la musica (ri)vive di una maggiore ruvidità, le chitarre appaiono più spiegate e liriche, la voce si accosta maggiormente alla nasale eloquenza di Dan Stuart e, soprattutto, alcune delle linee melodiche intessute sono memorabili. Ci riferiamo a canzoni come la velvettiana Dark Angels, alle vie struggenti di Playing With A Butterfly, all'energica Dangerous Game, ai vortici dell'apertura di Walkin' Away. E' un pezzo del nostro passato recente che viene rivisitato a dovere, senza la minima dose di pedissequo autocompiacimento, ma con una capacità reinventiva d'eccezione. E' come se Marco si fosse incarnato nello spirito di un songwriter girovago statunitense, in un viaggio che trova il suo caposaldo nel lavoro sulle elettriche, qualcosa che non ascoltavamo da tempo (bravissimo il pard e fratello Michele), ma che vive anche della precisione della macchina ritmica (Francesco Zanotti e Alessandro Grazioli) e di una cura particolare per la timbrica dei suoni. Fino ad arrivare, tra alcune reminiscenze di Dream Syndicate e affini, alla cover del brano che ha battezzato il gruppo, una Cheap Wine (Green on Red), lo giuriamo, da lacrime. Non ci resta che augurare il meglio al nuovo percorso dei Cheap Wine, un disco pulsante e pieno di emozioni, una porta spalancata Oltreoceano, costruita con un'adesione talmente intensa da risultare bellissima e sincera.
[ROCKERILLA - John Vignola]

 

Dopo l'esordio ufficiale avvenuto con l'Ep "Pictures" (Toast), la band marchigiana torna in pista con un album di undici pezzi che per il sottoscritto, evitando inutili perifrasi, è il migliore dell'anno appena concluso nell'ambito del rock nazionale. Marco Diamantini e compagni dimostrano una notevole maturità, oltre che una encomiabile coerenza nel seguire la strada loro suggerita dalla passione: suonano infatti "solo" rock'n'roll, e con i tempi che corrono più facile trovare gente che li snobba piuttosto che persone che li apprezzino. L'ascolto di un pezzo come Walkin' Away basta comunque a fugare ogni dubbio sull'opportunità di dedicare alla band una certa attenzione: adrenalina e chitarre a braccetto per un'apertura da brivido. Si potrebbe finirla qui e lasciare il gusto della sorpresa a quanti raccoglieranno l'invito a procurarsi il cd, ma affermare che Playing With A Butterfly e Among The Stones sono una spanna sopra alle canzoni di tanti nuovi autori americani o che "Broken dream" è uno dei brani più carichi di emozioni che mi sia capitato di sentire, potrà magari servire a stuzzicare ulteriormente. Alcuni magari considereranno un peccato il fatto che il gruppo preferisca il canto in inglese, ma lavori di tale caratura prescindono dalla lingua scelta come (eventuale) indicatore di accessibilità.
[MUCCHIO SELVAGGIO - Fausto Murizzi]

 

E' già fuori da qualche mese, questa seconda prova dei pesaresi Cheap Wine, ma vale davvero la pena tornarci su perché si tratta di uno del rarissimi casi di autoproduzione intelligente, matura e professionale incontrati in ltalia, e non solo in tempi recenti. Dopo il mini-cd d'esordio uscito su Toast, Marco Diamantini e compagni hanno così deciso di fare da soli, in piena autonomia operativa e ispirativa. Del resto, si sa, chi investirebbe oggi due lire su una band di provincia che fa rock psichedelico di stampo americano, per di più in inglese? Ma se avete un cuore per saltare oltre la siepe obbligatoria del mercato, se avete un cuore che batte di passione vera, che sappia distinguere tra verità e menzogna, se siete guidati da un profondo senso della giustizia, allora non dovrete, proprio no, far finta che questo disco non esista. Cheap Wine era (è, per fortuna) una canzone dei Green On Red e questo potrebbe essere già tutto. Se avete trent'anni e siete cresciuti col Paisley Underground, non avrete bisogno di altri incentivi per spendere 22 mila lire e portarvi a casa un'altra parte di quel sogno. Se non avete mai digerito le ambientazioni di frontiera, storie difficili di personaggi marginali e chitarre liriche stese come panni al sole, non abbiate ugualmente timore ad accostarvi a "A Better Place". Perché un disco così ben scritto, cantato, suonato e prodotto non meriterebbe di piacere solo agli appassionati del genere, e perché se quel fuoco non è "sacro" a tutti è pur sempre un "fuoco". Un piccolo gioiello, compresa la "necessaria" cover di Cheap Wine.
[FARE MUSICA - Gianluca Testani]

 

E' stata dura recensire "A Better Place", seconda prova discografica dei pesaresi Cheap Wine, perché il disco e' davvero una spanna superiore alla migliore produzione italiana e questo, in un certo senso, lascia attoniti. Senza mezzi possenti, e con pochi soldi, il lavoro ottenuto, sia sotto il profilo grafico che quello musicale, è uguale a quello di un disco di categoria superiore, dove per categoria superiore intendo un disco con un budget da major. Inoltre, e lo dico senza peli sulla lingua, e' triste pensare che un siffatto prodotto provenga da una band che non ha uno straccio di contratto discografico, nemmeno con una piccola casa indipendente. Dopo questa digressione, però, penso sia giusto che passi a parlare della band in maniera piu' analitica così da poter gettare le fondamenta di queste mie affermazioni. Marco Diamantini, leader per vocazione e non per forza, riesce davvero a dare fondo a tutte le sue emozioni e a sintetizzare decine di anni passati ad ascoltare musica Rock in ogni dove, non ultima in una macchina che, come quella del sottoscritto, ha l'impianto a gas quasi come a suggellare il Blues. "A Better Place", come tutti i grandi dischi, cresce con l'aumentare degli ascolti. Non e' la prima impressione a contare in questo mio giudizio, anzi, il disco ha goduto di un ascolto approfondito e riflettuto di tutte le sfaccetttaure del CD. Le prime impressioni giocano brutti scherzi a volte mentre l'approfondimento sistematico delle tematiche e delle musiche porta a rivelare la valenza che, inconsciamente o meno poco importa, questo disco ha, deve avere, per l'ascoltatore italiano di musica Rock. Si badi bene che quanto appena affermato deve essere inteso non solo nel panorama asfittico della scena musicale contemporanea italiana ma e' un giudizio di merito da inquadrare nel piu' vasto panorama del Rock italiano di sempre. E' innegabile che "A Better Place" sia una crescita non indifferente nei confronti di "Pictures" e tenendo presente che le possibilta' per crescere, che in un mondo perfetto sono offerte dall'attivita' concertistica, sono state nulle o quasi, la visione artistica di Marco Diamantini e' da considerarsi lucida, forse visionaria, soprattutto stupefacente. Con esperienza prossima allo zero nel campo della produzione e dell'approccio alla registrazione in studio, Marco ha dimostrato di sapere arrangiare e dirigere la band verso approdi di indubbio valore, anche paragonati a quelli raggiunti in campo anglosassone. Il disco si apre sulle note di Walkin' Away, un up-tempo che sta a "A Better Place" almeno quanto Pictures stava all'omonimo mini-Cd. La tematica pur non essendo identica è presentata, o per meglio dire narrata, nello stesso stile. Un piccolo racconto minimalista, un po' carveriano se vogliamo, che si sviluppa su un riff subdolo suonato dalla chitarra di Michele Diamantini. L'insoddisfazione, la voglia di fuggire, la stanca monotonia di provincia, che e' poi la stessa monotonia della grande citta' su frequenze differenti, la fanno da padrone nelle tematiche dei Cheap Wine. Nella migliore tradizione Rock dove a ogni uptempo segue una ballad, o comunque un brano i cui beats per minuto sono almeno dimezzati, Marco fa seguire Dark Angels, un racconto Noir che potrebbe essere ambientato, per usare un'espressione gucciniana, "tra la Via Emilia e il West". L'intro, che da molte persone viene paragonato a quello di "Sweet Jane" di Reediana memoria, non ha in realta' nulla a che vedere con il menestrello newyorkese. Laddove "Sweet Jane" comunicava un'urgenza ben precisa, metropolitana, con piglio determinato, Dark Angels rappresenta l'indolenza sfacciata, svogliata, e forse senza senso, causata dalla noia della provincia. Se proprio un punto di riferimento c'e', anche nella tematica, e' sicuramente da andare a cercare in "Some Kinda Itch", brano dei Dream Syndicate presente sul loro primo e indimenticabile EP. Dangerous Game riporta l'album in zona "chitarre selvagge" e con i dialoghi, tipici della scrittura di Marco Diamantini, siamo sempre sul terreno minato della provincia. Io stesso, provenendo dalla provincia, non stento a raccogliere continui rimandi a cio' che e' la mia esperienza personale. L'omonima "A Better Place", ben sorretta da un Hammond e dalla solita chitarra di Michele Diamantini porta Marco ad osare nei confronti della sua voce e risulta essere un episodio molto ben costruito, tra i migliori momenti del disco. Come da piu' parti constatato da scrittori piu' anziani e piu' esperti di me, la musica permette una sorta di autoterapia che porta a scrivere di argomenti che si conosce e che, in una maniera o in un'altra, hanno colpito la propria persona. Proprio per questo la tematica resta sempre in ambito di fuga, sia figurativa che materiale. The Waster, mid-tempo concernente la "formula" dell'esistenza felice e l'ironia di una societa' che tutto sommato sembra funzionare al contrario di come dovrebbe, prepara la strada per Playing With A Butterfly che, verosimilmente, racconta l'eccidio, o se volete genocidio, degli indiani d'America da parte dei pellegrini inglesi che col tempo si sono appropriati del titolo di Americani. La canzone risulta essere ancora piu' riuscita se si tiene presente che Marco gioca brillantemente con la figura del bambino, simbolo dell'innocenza, intento a rincorrere farfalle che, immagine nell'immagine, in quanto sinonimo di liberta' non verra' mai catturata. Broken Dream, che non so quanto sia autobiografica, e' un brano dall'intro e dall'assolo di armonica sfacciatamente springsteeniano, e lo dico nella migliore accezione possibile, che affronta il tema dell'amara presa di coscienza di un amore particolare, anomalo, e forse proprio per questo piu' profondo, vissuto come una comunione di anime e menti. Strange Girl e' una sorta di riconoscimento nei confronti della propria musa, o muse, mentre Among The Stones è una ballata desertica, allucinata, dalle componenti metaforiche molto forti che potrebbe essere uscita direttamente dalla penna del Dan Stuart piu' imbottito di Mescalina (in realta' e' pero' frutto dello stato di grazia di Marco in veste di compositore). Un bell'arrangiamento dei cori dà a questa canzone una marcia in piu' ma purtroppo i credits di questa canzone non riportano la corista che a me piace immaginare una bella donna, molto a la Dale Krantz-Rossington. Cheap Wine, canzone dalla quale Marco ha tratto il nome per la band, e' una meravigliosa composizione di Dan Stuart che proprio grazie alla naturalezza e all'agio con i quali si amalgama al resto del disco implica la validita' e la maturita', o per meglio dire offre la prova provata, della scrittura e dei suoni dei Cheap Wine. A chiudere il disco, secondo me il capolavoro dell'album, è I Am Everything You Are, una meravigliosa miscela di "I'll Be Your Mirror" e "Freebird" per il secondo millennio. Parte in sordina ma si sviluppa grazie ad un chorus arioso ed altamente melodico che dopo la seconda volta si trasforma in un trampolino di lancio per la chitarra di Michele Diamantini e che racchiude l'essenza di cio' che i Cheap Wine hanno fatto sinora e i germi di quello di cui saranno capaci.
[Francesco Calazzo]

 

Lontano dalle metropoli italiane, dai loro ritmi e dai loro trend, nel selvaggio east italiano lungo la costa adriatica, ci sono individui per cui la parola rock and roll non è nè un arnese obsoleto nè, dall'altro lato, un puro oggetto di revival. Semplicemente, la realtà quotidiana. Guidati dal Todd Snider-lookalike Marco Diamantini, i Cheap Wine si ispirano chiaramente al gruppo autore dello storico brano omonimo - per chi segue gli Air e Kruder a Dorfmeister: i Green On Red - proponendoci nel loro primo cd un crudo guitar-sound tra punk e radici, forse a tratti un po' troppo autoindulgente, ma, si sa, è questo il rischio che corre chi suona questo appassionato tipo di rock and roll. Forse hanno sbagliato decade o forse no, di sicuro c'è un'immensa passione in quello che fanno. Di quanta gente si può dire la stessa cosa, oggi?
[RUMORE - Claudio Sorge]

 

"A Better Place" segna inequivocabilmente l'inizio di una nuova fase artistica. E a ben vedere, non poteva essere diversamente. I consensi unanimi ottenuti in sede di recensione da "Pictures", le notevoli attestazioni di stima da parte di personaggi del calibro di Steve Wynn e Dan Stuart e il calore e l'entusiasmo che hanno sempre accompagnato le esibizioni live della band, hanno fatto sì che l'ensemble adriatico si ripresentasse in studio di registrazione forte di una diversa consapevolezza nei propri mezzi. Tant'è che il risultato finale va ben oltre l'obiettivo "minimo" dichiarato alla vigilia dai Cheap Wine, ossia quello di riuscire a racchiudere nelle undici nuove tracce tutta la carica vitale e il pathos delle loro infuocate esibizioni live. Unendo la vena melodica del rock all'energia del punk, "A Better Place" si rivela sin da subito un ottimo disco di rock'n'roll, assolutamente unico nel suo genere in Italia. Per trovare qualcosa di concettualmente simile a quanto proposto dalla band pesarese, dobbiamo infatti tornare indietro di 10 anni, ai primi dischi dei Rocking Chairs. Ma mentre la formazione di Graziano Romani e Mel Previte era indissolubilmente lagata agli stilemi springsteeniani, tanto da apparire un po' troppo derivativa, i Cheap Wine al contrario dimostrano una notevole personalità e una buona dose di originalità nel confrontarsi con il "rock delle radici". L'amore autentico per la psichedelia degli anni '80 di Dream Syndicate e Green on Red, la passione viscerale per "mostri sacri" come Bob Dylan, Neil Young, Tom Petty e Velvet Underground finisce infatti per costituire solo l'imprescindibile punto di partenza di un personalissimo viaggio musicale dove qualità del song-writing, bontà delle intuizioni melodiche e perizia tecnica fanno piazza pulita di ogni clich. Alternando infuocati rock'n'roll (Walkin' Away, Dangerous Game, The Waster), suadenti ballate dai delicati aromi psichedelici ("A better place"), brani acustici dall'atmosfera "western" (Among The Stones) e canzoni dalla scrittura complessa e raffinata, vicine al metodo narrativo di Bob Dylan (Dark Angels, Playing With A Butterfly), i Cheap Wine hanno vinto una difficile sfida, quella di dar voce a quei sogni di rock'n'roll che coltivano ormai da anni nella sonnolenta provincia pesarese.
[MUSIC CLUB - Max Di Pasquale]

 

Secondo album per questa band marchigiana che dichiara apertamente le sue influenze nel libretto interno del cd (dagli Ac/Dc a Warren Zevon ci sono praticamente tutti quelli che potete immoginare), ma ancora meglio lo fa il suono di questo album, veramente ben suonato, un poderoso rock a stelle e strisce, figlio soprattutto di alcuni movimenti che hanno caratterizzato gli anni ottanta, tipo il Paisley Underground . Non a caso i quattro pesaresi hanno scelto il titolo di una canzone dei Green On Red di Dan Stuart per il nome del gruppo, riproposta anche all'interno di questo album. Fughiamo subito però ogni dubbio, "A Better Place" pur non suonando originale ha delle bellissime canzoni proposte con piglio personale, risultando fresco ed accattivante sin dalle prime note della poderosa Walkin' Away. Brani dall'andamento veloce si fondono con splendide ballate seducenti come la title track o Playing With A Butterfly in un'alternanza dl suoni degne del migliore Springsteen. Paragone ingombrante ma che calza alla perfezione per farvi capire verso quale tipo di rock i Cheap Wine si orientano per presentarsi al pubblico. Quindi la tradizione dei grandi spazi delle freeway sulle quali correre lasciandosi cullare dai suoni e dalle storie raccontate in questo album. Un bel disco, tutto qui.
[Eliseno Sposato - Radio Libera Bisignano]

 

Chitarre, chitarre selvagge, robuste, rock grintoso e granitico venato di blues con tanto di armonica sono gli ingredienti di questo "A Better Place" inciso in maniera magistrale e con un suono pulitissimo, e che consacrera' definitivamente i Cheap Wine dei fratelli Diamantini. Una band adattissima a suonare in fumosi locali del Texas dove scorrono fiumi di bourbon, pronta ad infiammare un palcoscenico a suon di Walkin' Away. Tutti i pezzi sono dei gioiellini come appunto la corale Walkin' Away, Strange Girl un rock'n'roll con una chitarra nervosa suonata splendidamente da Marco e Michele Diamantini che rieccheggia i Big Star di Alex Chilton. Potenziale singolo. Ma non solo rock'n'roll; la lunghissima Playing With A Butterfly è una ballata sottolineata dalla voce più matura ed ottima di Marco Diamantini, con voci di angeli da contorno, e i duelli fra chitarre acustiche ed elettriche; l'armonica verso la fine delizia e da' ancora piu' spessore intenso ad una canzone commovente fin dall'inizio. Cheap Wine e la cover dei Green on Red da cui la band marchigiana ha preso il nome, un pezzo bellissimo che non toglie nulla al fascino originale, un omaggio pieno di valore; quando i discepoli si fondono con i maestri. Azzeccatissima e' poi la title-track "A better place", dove ogni singolo strumento ha un ruolo importante, compreso un organo Hammond, ottimo comprimario per una song da ascoltare di notte in un prato sotto le stelle, sognando un posto migliore dove proporre questa ottima musica, con la luna sorniona che osserva il nostro sogno volare via... Il blues-rock acido di "The waster" ha poi una resa sonora pressoche' perfetta e offre un groove stupendo. Il pezzo mancante che poteva fare di "Talk is cheap" di Keith Richards un grande disco. I Cheap Wine sono veramente tutto ciò che sono. Ed anche di più.
[VINILE - Lino Terlati]

 

A Walkin' Away è affidato il compito di aprire il nuovo CD dei Cheap Wine, che segue il già promettente - e coinvolgente - esordio avvenuto con il mini-CD "Pictures" (Toast). Un attacco fulminante, quindi, un brano come un'esplosiva corsa in apnea, trascinante, chitarre come serpenti, ritmica quadrata, canto enfatico: spossante e bellissimo. "A Better Place" si sviluppa tra anthem grintosi e splendide ballate che si alternano, praticamente, senza soluzione di continuità. Ottimo chitarrista Marco Diamantini - ed altrettanto puntuali Michele Diamantini (chitarra), Francesco Zanotti (batteria) ed Alessandro Garzioli (basso) - si concede anche autoindulgenti sfoggi di tecnica, complice il resto della band che affianca e supporta il leader con sfacciata agilità. Questa eccellente autoproduzione - eccellente anche in termini di qualità di resa audio - ci consegna un album estaticamente votato al rock chitarristico americano più evocativo, benché ben saldamente ancorato alle proprie radici. In questo caso è impossibile non richiamare la scrittura dei Green On Red o di un Lou Reed più intimista - magari anche via Cowboys Junkies - per rendere parzialmente le atmosfere che affollano il CD. Non si pensi, comunque, ad un lavoro semplicemente derivativo, ma piuttosto ad un compendio di intuizioni, talentuosi spunti compositivi e perfette interpretazioni che potrebbero scatenare le reazioni invidiose di molti contemporanei songwriter americani.
[Sergio Porracchia]

 

Band "ruspante" che si affida a quel rock potente e corrosivo che negli anni '80 si amava etichettare come Paisley Underground (i Dream Syndicate su tutti), questi ragazzi ci sanno fare... "A Better Place" trova la sua chiave di lettura (o meglio, di ascolto) non nella ostentazione di un rock "fuorilegge", da cantina e magari old fashioned, quanto proprio nella dilatazione "sonica" di questi concetti. Ogni brano supera i cinque, sei minuti grazie a vibranti chitarre impostate sul concetto di jam dai sapori psichedelici. Il risultato dunque è una dichiarazione di amore per il rock'n'roll, ma con la consapevolezza di aver qualcosa di proprio da dirci sopra e la certezza che le regole sono fatte solo per essere frantumate... C'è passione e serietà di intenti, cose che mancano a molti loro colleghi compatrioti.
[JAM - Paolo Vites]

 

I Cheap Wine potrebbero essere una delle migliori sorprese di questo inizio d'anno. La band dei fratelli Diamantini arriva alla seconda prova dopo il primo mini cd che ne rivelava le doti già non indifferenti. Ma è con questo nuovissimo cd che la band compie il salto di qualità decisivo. Suono rock di chiara derivazione americana, privo di fronzoli inutili, secco e diretto come una bomba. Si diceva di un album rock ed in effetti tutto il disco sprizza energia vitale che riesce ad entusiasmare l'ascoltatore. Vi sono rimandi a quel "Paisley underground" che tanto successo ebbe nei primi anni ottanta grazie a gruppi come i Green on Red o i Dream Syndicate, non trascurando la grande lezione data da gruppi stellari come i Lynyrd Skynyrd o la Allman Brothers Band, o da personaggi di indiscussa caratura come Neil Young. Ma l'aver citato questa sfilza di nomi non sminuisce la bravura dei Cheap Wine, anzi, ne denota la cultura musicale che poi traspare chiaramente dal sound che si respira tra i solchi dell'album. Tutti i pezzi del cd sono stati scritti da Marco Diamantini, ad eccezione di Cheap Wine che è un pezzo di Dan Stuart. Inutile citare un pezzo piuttosto che un altro, tutto il disco gode di una compattezza che rende pieno merito ai ragazzi, offrendo canzoni piuttosto lunghe che si lasciano ascoltare con interesse. Un ottimo lavoro.
[L'ISOLA - Marcello Matranga]

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CD: "Pictures" (1997)

"Great, exciting stuff and it sounds like many of the favourite records in my collection..."
[STEVE WYNN]

 

"...Una bella scoperta: anche da noi c'è chi fa del rock, senza pensare a copiare a destra e a manca. Cuore e chitarra..."
[BUSCADERO - Paolo Carù]

 

"L'iniziale curiosità verso qualcosa che si dichiarava apertamente legato all'epopea Paisley è stata progressivamente sostituita dalla sorpresa nell'ascoltare suoni cos cesellati e maturi. "Pictures" è una brillante prova di rock elettrico..."
[ROCKERILLA - Johm Vignola]

 

"...cari Cheap Wine, potete annoverarmi tra i fans della vostra band. Se foste negli Usa e aveste T-Bone Burnett come produttore, potreste sperare di fare concorrenza alla freschezza di "One headlight" di Jackob Dylan..."
[Blue Bottazzi]

 

"...chitarre che si rincorrono tra memorie di "feedback" alla Neil Young ("Rock this town") e memorie di una stagione psichedelica ("Oh no!" soprattutto)..."
[JAM - Paolo Vites]

 

"...i Cheap Wine hanno scritto e suonato cinque splendide canzoni, con il cuore: accomodatevi"
[WOLVERNIGHT - Alberto Nobili]

 

"...con i Cheap Wine - "figli" di Lou Reed, Neil Young, Green on Red e Dream Syndicate - il rock torna sulla strada maestra. Le loro canzoni hanno il sapore delle polverose strade d'America e la carica vitale e dirompente del migliore rock'n'roll..."
[MUSIC CLUB - Max Di Pasquale]

 

"... un suono maturo, ricco, che coinvolge fin dai primi ascolti: 5 episodi costruiti sulle chitarre, a volte spruzzi di armonica e molta grinta... se sul loro cd ci fosse stato l'adesivo con un nome altisonante come produttore, il business non sarebbe rimasto sordo..."
[VINILE]

 

"...i brani si susseguono tutti nervosamente, scaricando nei nostri corpi dosi di adrenalina allo stato puro. Le chitarre sono lo strumento dominante: taglienti, possenti e corali, a volte un'armonica delinea intricati gorgoglii di estasi..."
[Snort]

 

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