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FREAK SHOW tour 31-01-2009 : Pavia - Spazio Musica

Che lo Spazio Musica di Pavia sia la casa naturale dei Cheap Wine lo si è visto sabato 31 gennaio quando in un locale pieno di fans e amici i quattro pesaresi hanno dato vita ad un concerto memorabile per energia e buone vibrazioni riversando sui presenti un TIR pieno di rock' n'roll. Non è la prima volta che i Cheap Wine incendiano lo Spazio Musica ma questa volta la deflagrazione è stata totale e per tre ore i presenti sono stati tempestati da un rock al calor bianco che ha visto le chitarre, quelle acustiche di Marco Diamantini e quelle elettriche del fratello Michele, andare a spasso con il basso criminale di Alessandro Grazioli e con il drumming di Alan Giannini, il nuovo batterista di ottima tecnica che ha fugato ogni dubbio sulla possibilità di sostituire degnamente Zano Zanotti. C'era attesa per il loro show visto che l'ultimo disco, Freak Show, risale al 2007 e la sostituzione di Zano ha richiesto tempo ed un nuovo entusiasmo dopo un comprensibile periodo critico. Alla luce del concerto visto a Pavia si può affermare che i Cheap Wine sono rinati, suonano ancora meglio di prima ed un nuovo album è all'orizzonte, pare più improntato ad una ricercata complessità acustica.
Il fatto di suonare spesso unplugged nei locali di piccola capienza ha potenziato la dimensione folk-rock dei Cheap Wine e a Pavia la prima parte dello show ha visto i fratelli Diamantini imbracciare le chitarre acustiche per riarrangiare brani come Bad Guy, Easy Joe, per una intensa Among The Stones ispirata da un viaggio che Marco ha fatto nella Valle della Morte e per una sentita rivisitazione di Friend Of The Devil dei Grateful Dead dove è trapelata una poco conosciuta anima blues. Anche le due cover di Dylan Ballad Of A Thin Man e One More Cup Of Coffee (quest'ultima fa parte di un Dvd Just Like Bob Dylan Blues che testimonia una esibizione del gruppo al Teatro Bramante di Urbania nel 2003 durante il 70’s Flowers Festival) non fanno mistero dell’amore che i Cheap Wine ed in particolare Marco nutrono verso la tradizione americana della ballata rock e verso grandi songwriters quali Dylan, Neil Young, Lou Reed e Springsteen.
Proprio con la cover "personalizzata" di Youngstown di Springsteen è partita la parte più elettrica e vibrante dello show, quella che ha mandato in visibilio il caldo pubblico dello Spazio Musica. Pescando dal punkoso e duro Freak Show (Time For Action, Jugglers and Suckers, Exploding Underground) e dai pezzi della loro produzione passata (Move Along, Reckless, Behind The Bars) i Cheap Wine hanno messo in pista la loro artiglieria rock suonando senza tregua un rock urbano tagliente e travolgente, trovando il tempo per perdersi nelle visioni acide e psichedeliche dell'immancabile Mary, rivedendo con una ritmica rinnovata la nervosa Freak Show ed immolandosi sull’altare della ballata metropolitana con la devastante City Lights, brano di punta dell’indimenticabile Moving. Molto più disinvolto che in passato e migliorato nella dizione Marco Diamantini ha svolto il ruolo di leader mentre Michele con la chitarra ha tirato fendenti elettrici capaci di illuminare una intera metropoli.
Alla fine dopo due ore e mezza di concerto, sebbene storditi dalla veemenza del loro show e dalla ovazione del pubblico i Cheap Wine sono tornati sul palco tentando di smorzare i toni con l'evocativa Nothing Left To Say ma non c'è stato verso di calmare le acque perché ormai il pubblico era alle stelle e allora è partita una sequenza al fulmicotone con Coming Breakdown, l'irrinunciabile Boston dei Dream Syndicate, il gruppo che ancora oggi serve ad esempio della loro musica, Castaway e Rockin’ In The Free World cantato da tutto il locale.
Torrido clima da Bottom Line il 31 gennaio allo Spazio Musica di Pavia.
[ BUSCADERO - Mauro Zambellini ]

 

 

FREAK SHOW tour 19-04-2008 : Pavia - Spazio Musica

They're back. Si, decisamente sono tornati. Loro, i magnifici quattro, i ragazzi di Pesaro con Rock al posto del sangue nelle vene. E non è un caso che, per presentare la nuova formazione, i Cheap Wine abbiano scelto, dopo una serata marchigiana di collaudo al Fuzz, il celeberrimo palco dello Spaziomusica a Pavia.
Sabato 19 aprile, dopo mesi d'ansia di conoscere il nuovo batterista, Alan Giannini, che ha sostituito Francesco Zanotti (Zano), i Cheap Wine hanno definitivamente rotto il silenzio e impugnato gli strumenti, facendo svanire la nostalgia che aveva afflitto i loro affezionati fans. E certamente non hanno deluso nessuna aspettativa, anzi, il risultato, alla fine di due abbondanti ore di buon sano vecchio rock'n roll, non è che una felice prospettiva per i lavori futuri di cui gli stessi musicisti non nascondono una fervida eccitazione. Aria nuova sembra aggirarsi nel locale: una rinnovata serenità e la conseguente maggiore energia segnano l'intero concerto, ricco di interessanti spunti su cui lavorare.
"Welcome back" potremmo gridare dal palco appena l'intro di Dance Over Troubles esplode con una potenza tale da far balzare dalle sedie anche i più esitanti, per poi trascinarli in un coro all'unisono in Time For Action e all'immancabile accompagnamento di Snakes, pezzo indimenticabile dell'album Moving. Spunti nuovi dicevamo, o comunque occasioni perfette da cui ripartire per una band che ha ormai segnato il panorama del rock italiano e che ora si ripresenta con un batterista maturo, più tecnico e preciso, il quale mostra di che pasta è fatto già alla seconda uscita, nonostante i risicati tempi di prova.
E si capisce subito che i Cheap Wine intendono cogliere questa opportunità al volo presentando una versione integrale di Ballad Of A Thin Man di Bob Dylan per sottolineare ulteriormente che qualcosa sta cambiando. Seguono poi come un vortice le psichedelie di City Lights e Fade Out, intermediate dai dolci suoni acustici di I Like Your Smell, un'ardita denuncia contro la pena di morte, e Murderer Song entrambe incise nell'album Crime Stories, di cui ormai ne sono rimaste poche copie.
Ma si tratta comunque del Freak Show Tour ed ecco che l'ultimo disco torna a sconvolgere la scaletta con i suoi toni duri e dannatamente rock in un'unica successione che vede Exploding Underground, Freak Show e Jugglers And Suckers susseguirsi senza riposo per le chitarre di Marco e Michele Diamantini.
Ed è lo stesso cantante che rimane sorpreso quando, una volta giunti al termine della serata, prima della chiusura in bellezza con una partecipatissima Rockin' In A Free World guidata dai "Wine Heads" che hanno letteralmente invaso il palco, sussurra una tenera Nothing Left To Say facendo salire il cuore in gola ad un pubblico ora più vicino che mai.
Non rimane altro da fare che spellarsi le mani a furia di applausi godendosi fino in fondo una serata che ha finalmente scosso la gabbia di una cittadina forse troppo tranquilla, bere un paio di birre in compagnia e coccolare l'ultimo arrivato che ha già conquistato tutti, guadagnandosi a pieno titolo il suo posto sul palco. Innovazione e tradizione per una volta non sembra uno slogan elettorale, ma una realtà che ancora una volta i Cheap Wine hanno saputo regalarci. Almeno loro.
[ ROOTS HIGHWAY - Alessia Borgarelli ]

 

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FREAK SHOW tour 05-05-2007 : Lonate Ceppino(Va) - Ponderosa

Se esistessero delle parole per descrivere le belle sensazioni, certo non si rimarrebbe a bocca aperta alla fine di ogni concerto dei Cheap Wine. Sì perché, lungi da ogni retorica e da qualunque tipo di trasporto emotivo nei confronti di quei quattro ragazzi, cinque come amano definirsi, con l'inseparabile Maurizio, non si riescono a trovare definizioni più appropriate nel riassumere oltre due ore di puro rock.
Nessuna parola riesce più trapelare dopo l'intro di Dance Over Troubles e le contorsioni psichedeliche di Haze All Down The Line, che catapultano i presenti, tra cui i fedelissimi Wine Heads, giunti da ogni parte del Nord Italia per assistere all'ultima data primaverile del Freak Show Tour a Lonate Ceppino, in provincia di Varese, in una serata indimenticabile.
Nessuna parola si è più udita con il susseguirsi di pezzi come Kenny Bring Me Down e l'inaspettata, ma forse proprio per questo molto apprezzata, Looking For A Crime, dell'ormai storico album Crime Stories.
Nessuna parola, soltanto grandi applausi e un coinvolgimento sempre maggiore.
Ed ecco che il silenzio iniziale si tramuta presto in una festa per tutti: più alcuna traccia di stupore ma solo cori, incitamenti, ritornelli cantati a squarciagola seguendo l'invito di Marco Diamantini a lasciar perdere le sedie e le inibizioni per alzarsi in piedi e ballare in una vera a propria atmosfera dionisiaca.
Impossibile stare fermi sulle note di Reckless e Naked Kings, troppo difficile non esaltarsi con Move Along o scampare alla mitragliata di chitarre di Among The Stones.
Neanche loro, neanche i fantastici quattro hanno saputo mantenere il controllo acquisendo una familiarità e una confidenza con la serata che ha giovato al sound con una scarica spontanea di energia, tanto da permettersi una versione di Exploding Underground da urlo e una City Lights che toglie il respiro.
Un suono molto più maturo quello di sabato 5 maggio rispetto alle date d'esordio, le quali già promettevano uno spettacolo eccezionale.
Reduce dalla trasferta in Olanda, la band pesarese ha avuto non solo l'occasione di confrontarsi con un pubblico straniero, ma ha ricevuto un arricchimento notevole e, a mio avviso, una maggiore fiducia nelle prestazioni. Ed è stata proprio questa la sorpresa più piacevole della serata.
Non ci dimenticheremo mai quell'interminabile Temptation, che stavolta ha sfiorato i ventidue minuti, o la unanime Time For Action, con i cori di tutta la platea; ma ciò che più terremo a mente sarà sicuramente la destrezza con cui hanno suonato.
Il resto sembra essere venuto da sé: un Michele Diamantini che propone delle jam con la stessa facilità di sempre ma con dei nuovi, interessanti accordi, un Francesco Zanotti e un Alessandro Grazioli che paiono voler distruggere gli amplificatori, e un Marco Diamantini che canta come forse non lo abbiamo mai sentito, tirando fuori una grinta e un'espressività da grande rocker.
Merito certo del grande feeling tra palco e pubblico, scaturito da un continuo feedback di rinforzi positivi. È questo l'ingrediente segreto per la riuscita di una serata perfetta e, ora che ne abbiamo compreso la ricetta, non mancheremo sicuramente a fare in modo di riproporla. Saremo ancora tutti lì insieme, il 14 luglio a Carpiano, un'altra serata tra amici per seguire quella che era una bella promessa ma che ora, con il sesto disco, e con la continua crescita, è una realtà consolidata.
[ ROOTS HIGHWAY - Alessia Borgarelli ]

 

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FREAK SHOW tour 24-02-2007 : Roncà (Vr) - Jack The Ripper

Cosa è il rock in Italia? Andate a vedere i Cheap Wine per capirlo.
Una band che è rock come nessun'altra nel nostro paese e che si trova purtroppo a suonare lontano da qualunque scena.
Una band che dopo dieci anni di attività si vede ancora relegata sotto la voce emergenti, anche da parte della cosiddetta stampa specializzata.
Una band che ha un suo pubblico, limitato però allo zoccolo dei più appassionati del settore.
Questo è il rock in Italia.
Ma i Cheap Wine sono soprattutto una band impressionante per forza musicale e strumentale.
Hanno un suono ormai loro che dal vivo fa venir voglia di saltare sui tavoli.
Hanno un repertorio e un tiro da paura.
E hanno un approccio ineccepibile, che sul palco mette la musica prima dell'ego.
Questo dovrebbe essere il rock in Italia. Questi sono i Cheap Wine.
Non ci credete? Pensate che queste parole siano dettate da facile entusiasmo, da convinzioni personali o dalla retorica di un appassionato? Provate ad andare a vedere questi "ragazzi" dal vivo allora, e, se avete un minimo di cognizione di cosa sia il rock, rimarrete fulminati.
Al Jack The Ripper di Roncà la band pesarese ha suonato per oltre due ore lasciando nei presenti un'adrenalina che solo ai grandi concerti scorre in modo così elettrizzante.
L'inizio ha subito costretto il sottoscritto ad alzarsi in piedi ai bordi del palco.
I primi tre pezzi sono colpi allo stomaco: in particolare i giri di chitarra di Haze All Down The Line obbligano una piadina a farsi ingoiare con una forza hard di non facile digestione, non certo favorita poi dai tempi blues di Me And The Devil.
Questo per dire quale sia l'impatto di un concerto dei Cheap Wine.
Dopo poche canzoni ci si trova già scossi con un pugno di versioni da brivido: Snakes ha un'acustica secca da far male, mentre Among The Stones inaugura una serie di finali improvvisati a lungo tra la batteria e la slide.
Tanto è eccelso il livello tecnico del gruppo, tanto sono rock le interpretazioni, mai fini a sé stesse.
Serratissimo l'attacco di Coming Breakdown con Marco Diamantini a dare botta con l'armonica ed un canto feroce.
I quattro suonano in modo convinto e partecipe e lo dimostra una Time For Action eseguita all'unisono anche nelle parti vocali. Certe canzoni poi hanno la veemenza dei più grandi pezzi rock: ne sono esempio il drive bruciante di Move Along come le pieghe notturne di City Lights.
Exploding Underground, Freak Show e Jugglers And Suckers sono invece tratte dall'ultima prova in studio e, per come sono suonate, gridano il bisogno imminente di un disco live.
A guardarli in azione i Cheap Wine sembrano inesauribili: basta notare la forza con cui Francesco Zanotti percuote la batteria comandando e variando i tempi manco fosse un John "Bonzo" Bonham. A lui spetta d'introdurre l'ultimo pezzo in scaletta con un assolo che va a far visita ai fantasmi degli anni '70: Tempation è un finale col punto esclamativo, soprattutto quando Marco Diamantini lascia la scena ai tre compagni per un'improvvisazione che si protrae senza mai perdere d'impatto.
Richiamati sul palco, i Cheap Wine buttano fuori ancora quattro pezzi, tra cui una Sweet Jane, acida e puttana, e una Rockin' In The Free World rabbiosa, che conclude con un urlo liberatorio.
Alla fine alle due di notte i Cheap Wine lasciano sfiniti e ancora carichi: troppo per quello che è il rock in Italia.
[ MESCALINA - Christian Verzeletti ]

SET LIST:
Dance over troubles
Haze all down the line
Kenny bring me down
Me and the devil
Snakes
Among the stones
Evil ghost
Naked kings
Coming breakdown
Time for action
Move along
City lights
Exploding underground
Freak show
Jugglers and suckers
Temptation

Shakin' the cage
Sweet Jane
Reckless
Rockin' in the free world

[ MESCALINA - Christian Verzeletti ]

 

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FREAK SHOW tour 10-02-2007 : Pavia - Spazio Musica

Intro Morriconiano, il suono della chitarra di Michele che ci catapulta in qualche garage dei sobborghi newyorkesi, Zano alla batteria e Fruscio al basso che cominciano a pestare duro… quando Marco intona la Dance Over Troubles e ha inizio il Freak Show, si capisce subito che sarà un’altra notte da ricordare, un’altra "notte che come un pugnale si infilza nella tua anima…"
Dopotutto è quello a cui ci hanno abituato i Cheap Wine, ormai dovremmo essere sgamati e consapevoli di quello che ci aspetta… per fortuna non è mai così, ogni nuova occasione di vederli sopra un palco è una nuova occasione per restare stupiti e storditi dalle emozioni che riescono a trasmettere e dall’energia positiva che trabocca dai loro strumenti.
Haze All Down The Line, uno dei pezzi più duri di Moving (2004), ci fa capire ancora di più quale sarà il tiro della serata, chitarre a tutto volume e sezione ritmica precisa e granitica.
L’attacco di Kenny Bring Me Down è un cazzotto sul muso, saltiamo tutti sul treno guidato dal pazzo di turno, e nessuno vorrebbe più scendere, invece non è così, la band decide che è necessaria almeno una fermata nel bel mezzo del delta del Mississippi, per farci ascoltare una versione di Me And The Devil Blues, brano che Mr. Robert Johnson cantava quando ancora non esistevano gli amplificatori e che questa sera Marco canta con lo spirito del diavolo che gli cammina di fianco.
Si riparte con il singhiozzante blues desertico di Snakes, e se il diavolo scappa, stavolta andiamo a cercarlo fino a bussare alla sua porta.
Poi, quasi a volerci ricordare i chilometri di strada percorsi e la polvere respirata, i Cheap Wine estraggono dal cilindro una delle loro ballate più cupe e affascinanti: Among The Stones, tratta dal loro primo album full lenght, A Better Place (1998), con chitarra e percussioni che si rincorrono, il basso che cerca di non farle deragliare, e la voce fredda, quasi “malata” che riesce a farti venire i brividi nonostante la serata si stia infiammando. Evil Ghost, al contrario, è una di quelle canzoni che ti fa venire voglia di correre a perdifiato, per poi respirare a pieni polmoni tutto l’ossigeno del mondo… ma è veramente solo un sogno, perché si riparte immediatamente a tutta velocità con Coming Breakdown (Crime Stories – 2002), in una versione più grezza rispetto al passato, più vicina ai Cheap Wine di oggi, seguita da Time For Action, con il pubblico che sa bene cosa deve fare….Stupefaction!!!!, e da Naked Kings, cavalcata elettrica che ci porta dall’altra parte della città, ma sarà davvero la parte sbagliata??? Poco importa, perché è proprio nella "wrong side of town" che possiamo ascoltare la più bella versione mai sentita di Move Along. Tirata allo spasimo, maltrattata al punto giusto, a mio parere uno degli highlights della serata.
C’è bisogno di tirare il fiato, e quando l’arpeggio acustico introduce City Lights, sembra di approdare all’oasi tanto sospirata… ma solo per qualche istante, perché l’assolo di Michele è un urlo disperato e prepara il terreno per quello che, secondo me, è il culmine del concerto.
Infatti i 4 ragazzi di Pesaro infilano una dopo l’altra il punk di Exploding Underground, una strascicata e rabbiosa Freak Show e Jugglers And Suckers, la canzone più rollingstoniana che abbiano mai inventato, che solo le tastiere del Maestro Castriota potrebbero rendere ancora più memorabile. Tre pezzi in grado di stendere chiunque, ma la fame di rock non è ancora esaurita, c’è ancora tempo prima di rimettersi in macchina, e Zano pensa bene di sfinire le bacchette introducendo una Temptation che alla fine durerà circa 15 minuti, ma non è ancora finita, Shakin’ The Cage è lì a dimostrarci che l’angelo nato ai tempi di Ruby Shade (2000), sta ancora danzando alto nel cielo, Sweet Jane ci ricorda una volta di più che con soli tre accordi puoi fare sognare generazioni di rockettari e Rockin’ In The Free World è il posto dove tutti noi appassionati di musica, amicizia e gioia vorremmo vivere…. esattamente all’opposto del mondo popolato da furbetti e birichini che i Cheap Wine sbeffeggiano nel loro Freak Show.
Ci vediamo al prossimo giro.
[ Paolo Montorfano ]

 

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MOVING tour 26-11-2005 : Pavia - Spazio Musica

Nessuno sponsor, nessun manager, niente pubblicità, niente marketing, nessun gadget, nessun contratto, nessun ufficio stampa isterico, niente di niente.
Solo le chitarre, la batteria, la passione di un amico (Fulvio Felisi, un grande collezionista capace di tirare fuori il naso dai vinili per guardarsi attorno), quattro righe sul Buscadero e su www.rootshighway.it e il passaparola tra i fans e ne viene fuori una straordinaria serata di rock'n'roll.
Poi, che i Cheap Wine (ed Elena Vittoria che ha aperto il concerto) siano italiani, americani, australiani o canadesi è del tutto relativo. Quello che è importante è che, per una volta (forse non sarà la prima, siamo sicuri che non sarà l'ultima) pubblico e musicisti si sono alleati per stare fuori dal mercato, dagli affari, dai potentati, dai ricatti e dalle ricette, dalle campagne promozionali e da tutto ciò che si sta suicidando e insieme sta uccidendo la musica.
Non è una coincidenza che ad ospitare un atto di ribellione (divertente, caotico e disorganico a tutto a tutti, come deve essere ogni vera ribellione, come deve essere il rock'n'roll) sia avvenuto tra le mura leggendarie dello Spaziomusica di Pavia, un luogo che ha visto nascere, crescere e resistere un modo alternativo di vivere la musica.
Pubblico e palco (uno solo, basta e avanza) vicinissimi, breve scambio di cortesie e già si comincia con una sorpresa. Elena Vittoria, giovanissima cantante (e si destreggia niente male anche con la chitarra) che in un set di mezz'ora riesce ad infilare due versioni da brivido di Dancing Barefoot di Patti Smith e di Piece Of My Heart di Janis Joplin: scelte ambiziose, ma la ragazza ha talento da vendere, tiene il palco senza esitazioni e gli applausi del pubblico, alla fine, sono tutti sinceri.
Quando cominciano i Cheap Wine si capisce subito che la partita è tutta da giocare perché partono con una sinuosa Fade Out, forse uno dei loro brani più contorti e psichedelici, poi passano alle chitarre acustiche per Set Up A Rock'n'Roll Band, Snakes, Among The Stones e mischiano ancora le carte in tavola le elettriche e caleidoscopiche Haze All Down The Line e City Lights e un bel po' di altre canzoni che trasudano tonnellate di passione.
Per un po' sembra che la rock'n'roll band sul palco e l'audience giù si prendano le misure, si riscaldino a vicenda, con reciproco rispetto ed altrettanta attenzione, poi sulle note di Cheap Wine dei Green On Red che si canta insieme in coro (siamo cresciuti con quei dischi lì) diventa chiaro che anche venendo da Cantù, da Genova, da Melegnano, da Lodi o da qualche altra sperduta smalltown di quel povero paese che è diventata l'Italia, stiamo tutti dalla stessa parte e lì comincia il bello.
Le canzoni si dilatano, le chitarre sono un fiume in piena di elettricità, e i Cheap Wine, che sono una splendida e micidiale macchina da rock’n’roll, aprono la cassaforte e tirano fuori i gioielli di famiglia.
Prima bruciano Castaway e Temptation in un solo, grandioso incendio psichedelico e poi ci buttano dentro una strepitosa Looking For Lewis And Clark dei mai dimenticati Long Ryders, Tombstone Blues e Like A Rolling Stone di Bob Dylan, graffianti e spettacolari, infine Rockin' In The Free World di Neil Young con Elena Vittoria alla voce.
E' caos: gioioso e condiviso: tutti in piedi a urlare e a sbracciarsi, ma c'è ancora tempo per My My, Hey Hey e per rompere qualche corda di chitarra, con il pubblico ormai debordante sul palco.
Se stavate e stavamo cercando un'idea sul futuro del rock'n'roll, la serata con i Cheap Wine (e con Elena Vittoria) l'ha scritto a chiare lettere grondanti di elettricità: bisogna chiamarsi fuori, girare alla larga, tronare nelle backstreets e nei bassifondi perché è lì che, come diceva quel ritornello che poi ci è rimasto impresso, "rock'n'roll will never die".
Solo lì, non altrove.
[ BUSCADERO - Marco Denti ]

 

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MOVING tour 26-11-2005 : Pavia - Spazio Musica

Il primo concerto on demand che la storia del rock'n'roll ricordi.
Era una pratica molto diffusa agli albori della musica afroamericana, soprattutto quando venne importata in Europa, ma in questi anni è una novità assoluta.
Un gruppo di amici decide che i Cheap Wine devono suonare un concerto speciale e allora con un'organizzazione minima, due righe sul Busca, un banner in queste pagine e poco altro, viene fuori una gran bella serata: il leggendario Spaziomusica imballato in ogni ordine di posto (persino i cessi), Cheap Wine lanciatissimi in un concerto di tre ore, una piccola scoperta con Elena Vittoria che apre lo show, un pubblico felicemente urlante tra fiumi di birra, folate di elettricità, puro e semplice chiasso e un diluvio di rock'n'roll che scende e sale dal palco in continuazione.
Tutto comincia con Elena Vittoria, che, chitarra e voce, in una mezz'oretta sciorina parte delle canzoni di Trip nonché un paio di versioni (da brivido) di Dancing Barefoot di Patti Smith e di Piece Of My Heart di Janis Joplin. Brava e originale sulla chitarra, strepitosa con la voce, Elena Vittoria è già un passo nel futuro.
I Cheap Wine, in conclusione ad un breve tour che li ha richiamati in strada al seguito del loro miglior disco, Moving, sono ormai una certezza e, per quanto ci riguarda, sono una grande rock'n'roll band. L'evoluzione degli ultimi anni li ha portati ad essere qualcosa in più del classico insieme sangue, sudore e lacrime: sanno dispensare tocchi di classe, frammenti di psichedelia, ballate e riff con una scioltezza che gli è propria. Il sound, forte di una sezione ritmica granitica, si è fatto via via più corposo e voluminoso, con divagazioni chitarristiche acide e mai prolisse, ma anche con diverse parentesi acustiche molto intriganti.
Splendide Haze All Down The Line (un tema rigorosamente hendrixiano), I Can Fly Away, un'interminabile City Lights o, a conclusione della prima parte dello show, Castaway e Temptation. Il pubblico conosce le canzoni, le birre scorrono e anche le tre ore di felice rumore elettrico e si arriva così ad un finale devastante tra Bob Dylan (Tombstone Blues, Like A Rolling Stone) e Neil Young (Rockin' In The Free World con Elena Vittoria ancora sul palco e My My, Hey Hey come ultimo encore) nonché Looking For Lewis And Clark dei Long Ryders, un piccolo gioiello da intenditori. Finisce tutti in piedi, Cheap Wine provati ed emozionati, bisogna tornare a casa e fuori c'è la neve, siamo sotto zero e sembra di essere nel Nebraska, ma chissenefrega, con il calore di questa very special night ci scalderemo per gli anni a venire.
[ ROOTS HIGHWAY - Eddie Spinazzi ]

 

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CRIME STORIES tour 17-01-2004 : Somma Lombardo (Va) - Joe's Café

La mia amara impressione è che i Cheap Wine in Italia non avranno mai successo: troppo bravi, troppo rock, troppo estranei alle logiche del mercato e dei compromessi.
Mi ricordo quando negli anni '80 lavoravo per una rivista di rock la cui redazione mi accusava di "arretratezza" perché non "capivo" l'intelligenza pop e la creatività dei Timoria, gruppo che andava per la maggiore nel "nuovo" rock italiano di allora. Beh, sapete come è andata a finire? Il leader di quel gruppo è ora segregato nel convento "creativo" e preparatorio messo in piedi dal duo Tony Renis - Mogol per esercitare i cantanti in vista del prossimo Festival di Sanremo. Umiliante.
In Italia per avere "successo" bisogna sottostare a certe regole mafiose, in alternativa c'è il circuito dei centri sociali. Chi non si adegua (e non rientra) in queste due polarità e non ha l'appoggio di nessuna casa discografica che conta, è tagliato fuori, deve farsi i dischi a proprie spese, pagarsi la pubblicità, sperare in qualche data e sostenersi in tutto e per tutto. Come i Cheap Wine che resistono nonostante tutto, sono "indie" prima ancora che questa parola fosse inventata, suonano alla grande e fanno dischi coi fiocchi tutti a spese loro ma faticano ad avere "serate" perché non si compromettono e purtroppo sono ignorati da quegli stessi club (pochi tra l'altro) che in Italia programmano rock, blues e sottogeneri affini.
Per fortuna c'è un posto come il Joe's Cafè di Somma Lombardo, un locale che è ormai diventato un'oasi felice per i rocker di ogni età e tendenza, che per la terza volta li ha chiamati a suonare, non per un opera di bene ma perchè le precedenti date hanno "scosso" pubblico e proprietario.
Nell'attesa di entrare in studio per registrare il nuovo album, questa volta dedicato al tema del viaggio, i Cheap Wine hanno affilato le armi e hanno riscaldato la fredda serata del 17 gennaio, dando un ulteriore prova della loro bravura e riuscendo nell'impossibile, ovvero inscenando un concerto ancora più coinvolgente ed eccitante dei precedenti.
Sarà stato per il particolare umore del gruppo, sarà stato perché fuori faceva un freddo cane e occorreva una sferzata di energia, sarà perché l'album "Crime Stories" è ormai un piccolo culto della discografia italiana del rock e molti presenti lo conoscevano bene, ma lo show dei Cheap Wine è andato oltre ogni più rosea previsione ed è stato il migliore di quelli visti fino ad ora nelle lande del nord.
Elettrizzante, feroce, torrido, torrenziale e anche romantico quando il cantante Marco Diamantini si immergeva in ballate dal tono agrodolce che sanno di Dylan e di deserto al tempo stesso, lo show del 17 gennaio ha mostrato una band che non ha difficoltà a spaziare tra rock d'autore di matrice urbana e grunge, tra roots rock e psichedelia, mantenendo inalterato il proprio stile di rock'n'roll band, ma spingendosi in improvvisazioni jam che sono state una nota altamente positiva del concerto.
Sospinti da una sezione ritmica killer, con Zano Zanotti indemoniato e sotto pressione come non mai alla batteria, Fruscio Grazioli scalpitante e concentrato al basso come fosse un nuovo Paul Simonon (Clash, per chi non lo sapesse), i Cheap Wine hanno tirato dritto, veementi e crudi, evocando i giorni del vino e delle rose con una forza ed una determinazione entusiasmante. Naturalmente, davanti a questo micidiale treno ritmico, i fratelli Diamantini hanno dimostrato che le Marche, in quanto a rock bothers, non sono seconde a nessuno.
Marco ha tenuto la musica della band ben piantata per terra con le sue ballate, il suo realismo da songwriter e la sua disperata rabbia rock, mentre il fratello Michele (miglior chitarrista italiano di rock elettrico per il sottoscritto) ha dato fondo alla sua fantasia, jammando, riffando e rasoiando e spingendosi in improvvisazioni cosmiche a metà tra le psichedelia dei Quicksilver e la Marquee Moon dei Television.
Un fiume in piena ha investito i presenti, ritmo, riff e canzoni col cuore spezzato hanno trasformato la serata in un saturday night special.
La parte del leone l'ha fatta "Crime Stories" con "Scatterbrain", "Murderer Song", "I Like Your Smell", "Behind The Bars", "Coming Breakdown", "Reckless", "Castaway" e la lunga devastante e jammata "Temptation", brano topico del loro divagare, ma anche "Ruby Shade" ha avuto la sua gloria con "Bad Guy", "Set Up a Rock’n’roll band" al solito usata come apertura dello show, Crazy Hurricane e "A Blaze In The Dark". Dentro un tale diluvio di rock è entrata anche "Among The Stones", eredità del primo album, l'inno alla strada di "A Better Place" e soprattutto due canzoni di Dylan, una personale versione di Tombstone Blues riveduta in chiave rots-rock e una corale Like A Rolling Stone che, dopo tre encore, ha chiuso uno show straordinario e applauditissimo.
[ BUSCADERO - Mauro Zambellini ]

 

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CRIME STORIES tour 09-08-2003 : Marzi (Cs) - Anfiteatro

Che nome dare al rock ad oltre 50 anni dai suoi primi vagiti? Se guardiamo in casa nostra, possiamo dire senza ombra di dubbio: Cheap Wine! Il breve tour estivo tenuto in Calabria dal gruppo di Pesaro, ha confermato questa convinzione, soprattuttodopo il concerto tenuto a Marzi (CS), il migliore senza ombra di dubbio per rispondenza del pubblico, qualità del suono e performance della band. Il piccolo comune dell’area del Savuto, si è distinto come al solito per le capacità organizzative, che hanno offerto ai musicisti le condizioni ideali per esprimersi al meglio. E Michele Diamantini e compagni non si sono risparmiati per le quasi due ore di durata di uno show che ha ristabilito i giusti confini del concerto rock: solida sezione ritmica, grandi canzoni ed un chitarrista capace di tradurre la superlativa abilità tecnica in calore e sentimento. Il meglio del repertorio scritto da Marco Diamantini e soci, pubblicati in quattro album, più alcune cover tratte dal repertorio di Bob Dylan ("One More Cup Of Coffe" e "Hurricane"), provate in vista di uno spettacolo a tema curato dal critico Riccardo Bertoncelli, che andrà in scena tra alcune settimane a Pesaro. Energia profusa a piene mani, sorretta dal drumming preciso di Francesco Zanotti, cheinsieme al basso di Alessandro Grazioli rappresentano il motore di questo gruppo legato indissolubilmente ai canoni tradizionali del rock, quello che lega l’epica di Springsteen con il vigore di Neil Young, la poetica di Dylan con gli acidi melodici del movimento paisley che rinverdì il rock americano a metà anni ottanta. Tutto frullato in una miscela che non suona per niente retrò. Merito soprattutto del songwriting di Marco Diamantini che ha un suo preciso marchio di fabbrica. Canzoni che hanno qualche anno sulle spalle come "Angel", "Set Up a Rock’n’roll band", "Bad Guy" e "A Blaze In The Dark" si muovono ancora bene inframmezzati tra gli inni proposti dal nuovo repertorio pubblicato lo scorso anno in “Crime Stories”. Brani come "Reckless", "Coming Breakdown", "Scatterbrain" e "Waiting For a Fight" hanno scaldato il pubblico concedendogli solo piccole pause, con le ballate "Murderer Song" e "I Like Your Smell" sino al colpo del ko rappresentato da una stupefacente e lunghissima "Temptation", con i diciotto (!) minuti di assolo di Michele Diamantini che hanno materializzato per un attimo il fantasma di Jimi Hendrix sul palco di Marzi. Un concerto strepitoso concluso con la cavalcata elettrica di "Castaway" e l’ultimo omaggio a Dylan, con la classica "Like A Rolling Stone" cantata in coro insieme al pubblico.
[ IL QUOTIDIANO - Eliseno Sposato ]

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RUBY SHADE tour 12-04-2002 : Somma Lombardo (Va) - Joe's Café

Ci sarà un motivo perché Steve Wynn ha speso parole di elogio per loro, perché molte radio americane di orientamento rock trasmettono i loro pezzi e perché Mtv ha scelto una loro canzone come colonna sonora per un nuovo programma in onda sulle frequenze Usa. Alla faccia di chi in Italia, gestori di locali, impresari e titolari di etichette specializzate, continua a ignorarli preferendo magari l'ultimo "sfigato" proveniente dal Midwest che ha come unico merito quello di essere americano. Perché i Cheap Wine, e questo ce lo insegnano gli stessi addetti ai lavori d'oltreoceano, non hanno nulla da invidiare ai colleghi stranieri e sia il loro disco, "Ruby Shade", che i loro concerti sono migliori di tanti strombazzati strangers in town che poi si rivelano delle bolle di sapone. Il concerto al Joe's di Somma Lombardo, locale che coraggiosamente propone una programmazione a base di rock, blues e jazz, ha confermato i Cheap Wine come i migliori protagonisti di quel rock stradaiolo di taglio americano, cantato in inglese, che in Italia ha vissuto circa dieci anni fa la sua primavera (concomitante con la popolarità di Springsteen) e che oggi conosce un lungo, uggioso autunno. Chitarre roventi, ritmica a palla, intro di chitarra acustica, l'armonica alla Dylan e una voce che ha dentro di sé la disperazione di chi non è sulla strada maestra ma canta con la sincerità di chi al rock'n'roll ha affidato le proprie emozioni, la propria gioia e la propria voglia di vivere. Marco Diamantini è un cantante che vive le sue canzoni, originali nella musica e intelligenti nei testi, fino allo spasimo, facendole vivere di una luce e una intensità che coinvolge anche l'ascoltatore più refrattario. Lo si è visto nel concerto al Joe's quando anche il pubblico meno preparato, quello che normalmente al venerdì sera va al pub per bere e chiacchierare, è stato coinvolto dalle sue ballate agre e romantiche, da canzoni d'autore fresche come "Angel", dall'interpretazione personale e sentita di "Atlantic City" di Springsteen, di "Hair Of The Dog" dei Green On Red, di "Boston" dei Dream Syndicate, di "My My, Hey Hey" di Neil Young. Artisti e band che definiscono l'universo musicale in cui gira la musica dei Cheap Wine, un combo rock di tutti rispetto che bisognerebbe difendere come si fa come con un animale in via di estinzione. Suoni crudi, melodie evocative, ballate tra il deserto e gli oscuri margini della città, quello dei Cheap Wine è stato uno show ad alta gradazione elettrica, dove il suono è sempre stato netto e pulito e mai confuso, dove non sono mancati momenti di dolcezza e belle rifiniture di chitarra acustica sopra un fiume sonoro a tratti esaltante, che ha strappato applausi, urla, incitamenti e bis. Un grande show da club, un grande servizio per il rock'n'roll, confermato dall'attenzione che diverse persone, forse lì per caso, ha rivolto ai Cheap Wine, facendosi assorbire dal loro set coinvolgente e brillante e rimanendo spiazzati davanti a un genere che in Italia è trattato come roba da carbonari. Un piacere sentire un chitarrista come Michele Diamantini, anomalo nel panorama nostrano, svolazzare con la sua pungente Gibson e proporre una sorta di sound metropolitano psichedelizzato alla maniera del rock desertico, che crea suggestioni sonore tra l'acido e lo spaziale e quando si inerpica nei lunghi assoli ricorda quanto basilare sia stata la lezione di Neil Young coi Crazy Horse. Momenti di pura esaltazione come "Crazy Hurricane" ha creato un pathos sonoro da brividi mentre l'onirica e rarefatta "Mary" ha riproposto una tensione e una magia lisergica degna dei migliori Giant Sand e Thin White Rope. Visionaria nei brani desertici e realisticamente urbana nelle ballate, la musica dei Cheap Wine può contare anche su Fruscio Grazioli al basso e Zano Zanotti alla batteria, una sezione ritmica "dalla faccia sporca" che picchia un sound che quando ha l'abito metropolitano suona come un mix di Springsteen era-Darkness e Del Fuegos. Le pareti del Joe's hanno dovuto contenere il loro ritmo vorticoso ma i suoni erano stati livellati ad arte e allora "A Blaze In The Dark", "Dead City", "Devil's On My Side" hanno sciorinato la carica selvaggia di un set iniziato con "Set Up A Rock'n'Roll Band", anfetaminica escursione nel southern rock e culminata nella cavalcata di "My My,Hey Hey" di Neil Young. In mezzo è passato quasi tutto "Ruby Shade", le cover e qualche rimasuglio ("Among The Stones") del primo album "A Better Place". Una grande serata, alla faccia degli americani.
[ BUSCADERO - Mauro Zambellini ]

 

 

RUBY SHADE tour 26-10-2000 : Bologna - Estragon

Era da tempo che aspettavo di rivedere il quartetto pesarese di nuovo su un palco, soprattutto dopo l'uscita dell'ultimo"Ruby Shade", altro grande disco che prosegue il discorso musicale - ma anche di sogni e visioni - iniziato con "Pictures" e "A Better Place". Non ci sarebbe del resto molto da aggiungere, dopo aver visto un concerto di tale intensità, in cui Marco, Michele, Francesco e Alessandro dimostrano di essere una Band vera che oggi potrebbe insegnare il rock'n'roll a coloro che, al di là dell'Atlantico, ce l'hanno nel dna. E non è una bestemmia, perché il sound dei quattro è tanto fresco quanto vitale e, soprattutto, in pochi possono vantare lo stile, o meglio, la classe di Michele, IL chitarrista che rende superlativa una formazione che, seguendo solo ed esclusivamente il proprio istinto, sta costruendo qualcosa di 'esemplare' nel panorama underground italiano. Ok, la critica non gli dà lo spazio che si meritano, accecata da 'next big thing(s)' che si afflosciano al primo alito di vento. Qui no, invece: qui ci sono cuore, emozioni, sudore e, soprattutto, canzoni, quelle che sono costruite su un riff o semplici giri di chitarra, ma che alla fine ti fanno prendere il volo. Come rimanere impassibili quando attacca "Walkin' away" o "Break it down"? Ma potrebbe essere "Bad guy" come anche "Dead city", pezzi che rivelano, indiscutibilmente, uno spessore artistico da musicisti che non diresti mai solo al secondo album. Ma sono anche tasselli di un background che non nasconde ascolti e esperienze che tendono a luoghi e situazioni dalle fattezze tutt'altro che europee. Il bello dei Cheap Wine è che interpretano l'America (con tutti i significati che questa parola possa oggi avere) meglio di qualsiasi altro americano: non potrebbero esistere altrimenti cavalcate come "Crazy hurricane", "Among the stones", "Broken dream" o "Mary". E, naturalmente, nel live tutto ciņ viene fuori, è palese, al punto da pensare che se provassero a fare altrimenti gli verrebbe male, non sarebbero più i Cheap Wine che abbiamo imparato ad apprezzare e ad amare. Tutto il resto è nella loro musica e nelle loro facce: rock'n'roll nella sostanza e punk nello spirito!
[ ROCKIT - Fausto Murizzi ]

 

 

A BETTER PLACE tour 8-4-2000 : Legnano - Il Circolone

Grande performance dei Cheap Wine a Legnano. Uno show infuocato e potente che denota i decisi passi avanti di una band destinata a fare faville e della quale siamo in attesa di poter ascoltare il nuovo CD in uscita a settembre. Concerto ancor più interessante visto che si sono potute ascoltare in anteprima due nuove canzoni che comporranno il prossimo lavoro, ovvero "Crazy hurricane" - strepitosa - e "Dead city". Lo show è stato arricchito dai classici della band, a partire dalla cover di "Jimmy boy", sempre avvincente, passando per gli altri pezzi che compongono il repertorio di una band con (glielo auguriamo di cuore) un grande avvenire davanti a sé. Migliorata ulteriormente la presenza scenica del gruppo, in grado ormai di viaggiare ad occhi chiusi. Grande band, grande concerto.
[ L'ISOLA - Marcello Matranga ]

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A BETTER PLACE tour 9-12-1999 : Pisa - Borderline

"Per noi è stata una grande serata!" Così ha chiuso Marco Diamantini prima di ricordarci che il rock'n'roll non morirà mai, aiutato dall'energia dirompente del migliore Neil Young, padre della splendida ed emozionante "My My, Hey Hey". Steve Wynn, John Mellencamp, Tom Petty, Green On Red, non ascoltati superficialmente, ma nutrendosene direttamente dalle radici... questo costruisce il suono di quella che per noi pubblico è stata una grande serata! Riesco ad assistere al soundcheck pomeridiano, dove l'ottimo Maurizio, fonico di fiducia del Borderline, fa un lavoro perfetto, facendo vibrare la Les Paul sul palco in maniera limpidissima, insieme a voci, armonica, basso e batteria: formazione canonica. Mi colpisce subito la loro umiltà e la voglia di suonare come necessità di espressione, qualità che purtroppo sta diventando una rarità anche fuori dal mainstream, causa megalomania o strisciante avidità. Il concerto coinvolge fin dall'inizio, "A better place", title-track dall'album autoprodotto, è una delle più belle ballate sentite di recente: il testo ti entra subito in circolo, richiamando l'ideale fuga "on the road" alla ricerca del sogno in cui credere, sempre attuale! Devo citarli: "You know we've left this town and now we can't go back we're gonna find a better place or we won't stop at all..." Non c'è dubbio che i Cheap Wine non si fermeranno mai, fedeli ai loro riff sanguigni e alle loro immagini senza confini, mezzi indispensabili per raggiungere their own best place, fatto di emozioni forti e coerente indipendenza, il tutto scandito da un'unica colonna sonora: il rock più primordiale, quello da respirare fino in fondo! "and rock'n'roll will never die ... "
[ ROCKIT - Mario Branciforti ]

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A BETTER PLACE tour 13-3-1999 : Fano (PU) - La Fuente

Che la dimensione live fosse la più consona ai Cheap Wine, che fanno della devozione al più genuino rock'n'roll delle radici il punto di forza della loro proposta, era ben noto a chi segue da tempo la compagine pesarese. Stupiscono, semmai, la disinvoltura e la personalità con cui Marco Diamantini e compagni si muovono oggi sul palco. L'infuocato e sanguigno concerto tenuto alla Fuente costituisce in tal senso la conferma più evidente della piena maturazione artistica di una band che ormai ha elaborato una propria, personale cifra stilistica: l'incipit affidato a "You've got to stand for something" di John Mellencamp e le altre cover disseminate in una scaletta più che generosa vanno perciò lette come un atto d'amore e di onestà intellettuale nei confronti di fondamentali "padri putativi". Nulla di più. I momenti clou dell'esibizione sono infatti appannaggio delle tracce di "Pictures" e di "A Better Place" che - in virtù delle svisate blues e "southern rock" del talentuoso chitarrista Michele Diamantini, della puntualità della sezione ritmica e della superba interpretazione vocale di Marco - si aprono ad inaspettate soluzioni: emblematico il caso di "Among the stones" che, abbandonata l'originaria veste acustica in favore di un arrangiamento elettrico ben più corposo, riesce a sedurre con ricami chitarristici in stile western, citazioni morriconiane e tenui passaggi psichedelici.
[ IL MUCCHIO SELVAGGIO - Massimiliano Di Pasquale ]

 

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